Stretta sui cibi ultraprocessati, verso documento per raccomandazioni e regole
(Adnkronos) - Ogni giorno nei carrelli della spesa entra una categoria di prodotti che mette a rischio la salute in modo silenzioso: gli alimenti ultraprocessati (ultra-processed foods, Upf). In alcuni Paesi occidentali rappresentano fino al 50-60% dell'apporto calorico giornaliero (l'Italia è al 20%, ma il trend è in crescita), e secondo gli studi più recenti si associano a un aumento del 15-20% della mortalità per tutte e le cause e del 12-18% dei decessi cardiovascolari. Anche consumi apparentemente modesti di Upf, pari a 100 grammi al giorno, risultano collegati a un incremento di ipertensione, malattie cardiache e mortalità generale. Al contrario, tagliarli del 10% riduce del 14% il rischio di diabete di tipo 2. Muove da queste premesse il convegno 'Alimenti ultraprocessati e salute. Dalla classificazione Nova alle politiche pubbliche', organizzato oggi a Roma a Palazzo Grazioli dall'Intergruppo parlamentare Stili di vita e Riduzione del rischio. Obiettivo: "Tradurre le evidenze scientifiche in politiche di prevenzione". L'incontro mira infatti a elaborare "un position paper che possa contribuire a orientare le politiche nazionali nei prossimi anni. Il documento, frutto del confronto tra esperti, istituzioni e stakeholder, fornirà raccomandazioni su regolamentazione, etichettatura, educazione, ricerca e monitoraggio, affrontando l'impatto multidimensionale degli Upf su salute, economia, ambiente ed equità sociale". Dopo i saluti istituzionali di Simona Loizzo, presidente dell'intergruppo parlamentare promotore, l'agenda dei lavori prevede le relazioni di Duilio Carusi (Osservatorio Benessere e Resilienza), Massimo Ciccozzi (Campus Bio-Medico), Francesco Sofi (ospedale di Careggi), Marialaura Bonaccio (Neuromed, studio Moli-sani), Alessio Molfino (università Sapienza) e Giuseppe Novelli (Genetica medica Tor Vergata), quindi una tavola rotonda multidisciplinare con Fabio Beatrice (Mohre), la parlamentare Eleonora Evi, Stefano De Lillo (Ordine dei medici Roma), Francesco Luongo (Heated Community Hub), Enrico Prosperi (Società italiana educazione terapeutica) , Francesco Pozzi (Iulm) e Daniela Galdi (Lifeness). "E' il momento di discutere dell'argomento prima che l'Italia raggiunga i livelli di altri Paesi dove gli Upf dominano la dieta quotidiana - dichiara Loizzo - La prevenzione è più efficace e meno costosa dell'intervento tardivo. Le politiche di contenimento della diffusione sono più urgenti proprio dove i consumi sono sotto controllo e il modello di cibo pronto non sia prevalente". Bisogna agire ora perché "il carico sui sistemi sanitari è destinato a crescere esponenzialmente - prospettano gli esperti - con proiezioni che indicano un incremento della spesa sanitaria del 15-25% entro il 2040 in assenza di politiche preventive efficaci". "L'idea di questo convegno - spiega Johann Rossi Mason, direttrice dell'Osservatorio Mohre - Salute, medicina e riduzione del danno - nasce da una domanda: perché i cibi pronti costano meno dei singoli ingredienti se hanno alle spalle un processo industriale? Dopo essermi documentata ho trovato la risposta: in questi cibi non ci sono materie prime di qualità, ma surrogati; la lavorazione elimina nutrienti essenziali e sapore che sono aggiunti con sostanze chimiche per dare forma, sapore, stabilità e allungare a dismisura la vita sugli scaffali (shelf-life). Una recente ricerca apparsa su 'Nutrition & Metabolism' ha messo in luce il ruolo degli Upf nell'insorgenza di prediabete: anche solo un aumento del 10% nella dieta accresce il rischio di prediabete del 51% e di un'alterazione della tolleranza al glucosio del 158%. All'informazione devono affiancarsi politiche sistemiche capaci di contenere la diffusione dei prodotti e arginare la creazione di un ambiente 'obesogeno' in cui è forte la pressione dei 'determinanti commerciali' delle malattie". "Lo studio Moli-sani, condotto nella regione Molise su oltre 24.000 partecipanti e attualmente in corso presso l'Irccs Neuromed di Pozzilli - sottolinea Bonaccio, dell'Unità di ricerca di Epidemiologia e Prevenzione dell'istituto in provincia di Isernia - ha confermato che anche nella popolazione mediterranea, tradizionalmente protetta da pattern alimentari più salutari, il consumo di Upf è associato agli stessi rischi documentati a livello internazionale. E i dati sono stati confermati dalla recente serie di Lancet 'Ultra Processed Food and Human Health', presentata lo scorso novembre a Londra. L'esposizione a un modello alimentare caratterizzato dalla presenza importante di Upf degrada la qualità della dieta. Nelle famiglie che consumano regolarmente questi alimenti altamente processati si osservano quantità inferiori di frutta, verdura, cereali integrali, fibre e grassi vegetali. E gli studi sono concordi nel collegare il consumo di Upf ad almeno 32 malattie croniche". "Gli alimenti ultraprocessati, definiti dalla classificazione Nova come 'formulazioni industriali con 5 o più ingredienti, contenenti sostanze raramente utilizzate nella cucina domestica' - chiarisce la specialista - non rappresentano solo un problema di eccesso di zuccheri, grassi e sale, ma sono una fonte importante di additivi alimentari, come coloranti, conservanti, antiossidanti, anti-agglomeranti, esaltatori di sapidità ed edulcoranti, il cui fine principale non è migliorare le proprietà nutrizionali degli alimenti, ma piuttosto quello di esaltarne il sapore, l'aspetto e anche la durata. Recenti studi pubblicati su 'The British Medical Journal' e 'The Lancet' documentano associazioni significative con malattie cardiovascolari, tumori del colon-retto, mammella e pancreas, malattie neurodegenerative, declino cognitivo e disturbi mentali inclusa depressione e ansia", elenca Bonaccio. "L'esperienza internazionale - concludono gli esperti - dimostra la fattibilità di interventi regolatori efficaci. E' tempo che anche l'Italia si doti di una strategia sistemica per proteggere la salute dei cittadini, in particolare delle fasce più vulnerabili, preservando al contempo la nostra tradizione alimentare mediterranea e la cucina italiana che è appena stata nominata Patrimonio immateriale dell'umanità dall'Unesco".
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Natale: tra rosmarino, pomodoro e Vermouth è gara di ingredienti-novità per il Panettone 2025
(Adnkronos) - E' il dolce simbolo del Natale, il Panettone, soffice e profumato, frutto di ore di lavorazione, dove tutto parte indiscutibilmente dal lievito madre. E se farina, uova, burro e zucchero sono gli ingredienti per l'impasto di base, per gli 'ortodossi' della ricetta tradizionale, quella milanese, arance e cedro canditi sono insostituibili. Ma a sdoganare questo che è un vero e proprio 'credo' ci pensano i pastry chef, che ogni anno si cimentano nello sperimentare qualcosa di nuovo, qualche variante sul tema che, pur senza stravolgere i 'fondamentali', propone nuovi aromi, nuovi frutti, nuove spezie, per arrivare, spesso dopo mesi di sperimentazioni, a sfornare un Panettone che vuole essere innovativo ma tradizionale al tempo stesso. Così, per il 're dei lievitati' anche per questo Natale 2025 non mancano nuove accattivanti proposte. Eccone alcune, ma solo alcune, in questa carrellata (non esaustiva) tra Nord e Sud. - PeachMary di Dario Loison. Ci sono voluti più di due anni per mettere d’accordo una pesca e un rametto di rosmarino. Un tempo fatto di prove, dubbi e assaggi e alla fine è nato il Panettone PeachMary, il nuovo 'colpo di teatro' firmato Loison per il Natale 2025. Una piccola provocazione del pasticciere veneto Dario Loison che, in anni in cui si parla sempre più di panettone d’estate o tutto l’anno, vuole fare l’inverso: portare l’estate dentro il panettone. Così è nato PeachMary, un incontro insolito tra la dolcezza solare della pesca e l’audacia del rosmarino, erba aromatica che raramente si concede al dessert e che in questo panettone diventa l’ingrediente strategico. E siccome anche il packaging vuole la sua parte, ad avvolgerlo è la scatola rigida in cartoncino teso verde salvia firmata da Sonia Design, con illustrazioni ispirate alle antiche tavole botaniche, che raffigurano aghi di rosmarino e rami di pesco in fiore, in delicate nuance che richiamano i due ingredienti protagonisti. - Panettone all’Amarena a marchio Toschi. Toschi Vignola ha lanciato il primo panettone all’Amarena con il suo iconico marchio. Nella tradizione della storica azienda - specializzata nella produzione di Amarena candita, liquori, sciroppi, topping e prodotti per la gelateria - il Panettone all’Amarena Toschi rappresenta un esempio di qualità artigianale accessibile a un largo pubblico. La lenta lievitazione e l’uso di un lievito madre curato da quasi cento anni offrono un cuore soffice e alveolato che ospita le inconfondibili amarene dell’azienda vignolese. Il tocco intenso del frutto candito in sciroppo completa così un impasto ricco e vellutato. - Panettone al Pomodoro dello chef Francesco Ferretti. Dopo il grande successo della scorsa stagione, il ristorante Scirocco dell’hotel LA Roqqa di Porto Ercole torna con il suo ormai celebre Panettone al Pomodoro ideato dallo chef Francesco Ferretti, che omaggia un ingrediente immancabile sulle tavole italiane, esplorandone le potenzialità in pasticceria e reinterpretandolo in chiave dolce. Lo chef torna a proporre una limited edition in occasione delle festività 2025. Un panettone dolce arricchito con pomodori canditi e cioccolato al lampone, realizzato con ingredienti di altissima qualità e perfezionato nel tempo per raggiungere un equilibrio ideale: un’insolita combinazione di sapori che trasforma il classico della tradizione delle feste con un tocco di estate mediterranea. Completa la preparazione un accurato processo di lievitazione naturale di circa 27 ore, che insieme a cottura e riposo porta a un panettone soffice, profumato e dalla consistenza perfettamente bilanciata. - Panettone al Vermouth Storico firmato Cocchi. Nato dalla collaborazione tra Giulio Cocchi e Albertengo, due eccellenze piemontesi, il Panettone al Vermouth Storico, primo e originale panettone al Vermouth di Torino , unisce competenze e tradizioni per un risultato unico: un dolce che profuma di spezie, agrumi e convivialità. Il Vermouth Storico Cocchi è protagonista sia nell’impasto sia nella canditura delle scorze di limone e arancia. A completare l’armonia dei sapori, un tocco di zenzero fresco e gocce di cioccolato, che donano al panettone una ricchezza aromatica inconfondibile. La lavorazione prevede lievito madre, 48 ore di lievitazione naturale e solo ingredienti di prima scelta. Il consiglio di degustazione è con un calice di Storico Vermouth di Torino Cocchi ben freddo e l’immancabile scorzetta di limone. - Panettone al Vin Santo del Chianti Classico di Fèlsina. Fèlsina presenta il Panettone al Vin Santo del Chianti Classico in collaborazione con Opera Waiting, laboratorio di pasticceria artigianale con sede a Poggibonsi (Siena) che da sempre valorizza qualità, ingredienti naturali e filiera corta. L’impasto soffice, preparato con lievitazione naturale e miele toscano, viene delicatamente bagnato con il Vin Santo del Chianti Classico di Fèlsina, un vino storico dell’azienda ottenuto da uve Trebbiano, Malvasia e Sangiovese appassite su graticci per mesi. Dopo la pigiatura, il mosto viene trasferito in caratelli sigillati di rovere insieme alla 'madre', una piccola parte di vino derivante delle annate precedenti, dove riposa per ben sette anni. Le peculiarità del Vin Santo del Chianti Classico arricchiscono naturalmente il panettone, che si distingue per aromaticità e identità uniche nel loro genere. - CiaccoLab per DryMilano. Per il Natale 2025 si consolida la collaborazione fra due insegne dell’eccellenza e dell’innovazione, da cui nasce il Panettone firmato CiaccoLab per Dry Milano, per dar vita a un prodotto capace di unire la maestria di Guizzetti al tocco distintivo della mixology di DryMilano. Gli elementi identitari del Panettone CiaccoLab per DryMilano sono gli stessi che caratterizzano i lievitati di altissima qualità di Stefano Guizzetti: doppio impasto con farina italiana, 48 ore di lievitazione con lievito madre. All’impasto si aggiunge la cifra distintiva di DryMilano con i sentori del cocktail Clear Colada: il risultato è un panettone dalle note avvolgenti grazie alle aggiunte di burro di cocco, ananas candita, Rum Dominicano e cioccolato Tanzania di Marco Colzani, una combinazione che bilancia la dolcezza con un'insolita complessità aromatica. - Il Panettone firmato dallo chef Fulvio Pierangelini per Café Ginori. E' un panettone d’autore quello firmato dallo chef Fulvio Pierangelini per il Café Ginori all’Hotel de La Ville a Roma, che per la stagione delle feste si trasforma in un salotto di eleganza contemporanea e raffinata convivialità dove degustare una fetta di panettone diventa gesto culturale e rituale condiviso. Le tavole del Café, allestite con i nuovi pezzi della collezione Ginori 1735 'Oriente Italiano' (Meringa, Castagna, Rubrum e Aurum) hanno composto un paesaggio estetico dove la porcellana pura diventa linguaggio espressivo e invito alla convivialità. Una mise en place che riflette la volontà del brand di trasformare ogni momento in un’occasione di bellezza e stile. E proprio ai sapori orientali e alla colore Aurum della Collezione 'Oriente Italiano' di Ginori 1735 si ispira il panettone del maestro Pierangelini per offrire un percorso gustativo che combina tradizione, tecnica e armonia. - Il primo Panettone del maestro pizzaiolo Marco Quintili. E' un omaggio alla Campania il primo panettone di Marco Quintili, maestro pizzaiolo campano ma romano d’adozione: una Limited Edition da 200 pezzi che unisce tecnica, ingredienti di qualità e un’identità gustativa fortemente territoriale. Un progetto che nasce dalla sua lunga esperienza come panificatore e dalla profonda conoscenza dei lievitati. In un momento in cui il format Quintili si arricchisce di nuovi progetti e nuovi prodotti, arriva questa novità pensata proprio per le feste. Realizzato con farina tipo 0 Mulino Magri e lavorato con un approccio completamente naturale, il panettone di Quintili è il risultato di una lievitazione di 48 ore e dell’utilizzo di ingredienti di altissima qualità. L’obiettivo è chiaro: portare un sapore autenticamente campano, in cui emergano note che richiamano la pastiera napoletana, grazie alla presenza di ricotta, canditi di arancia e mandarino. - Dal Don Lievitato al Panettone Zibibbo e Zabaione i sapori del Sud di Don Nino. Don Nino, realtà italiana riconosciuta a livello internazionale per l’approccio artigianale alla gelateria e alla pasticceria, porta sulle tavole di Natale il calore del Sud e propone una collezione di lievitati che interpreta la tradizione. Una linea che rafforza il legame del brand con la Calabria, valorizza la qualità delle materie prime e conferma una vocazione all’innovazione. A guidare il progetto di Don Nino è il talento di Francesco Mastroianni, gelatiere di terza generazione di Lamezia Terme. La selezione di prodotti, realizzata con lievito madre e un’accurata lavorazione artigianale, si distingue per tre proposte che celebrano i sapori mediterranei: il Don Lievitato, profumato con liquore al bergamotto - simbolo della tradizione calabrese - e arricchito da una crema alla vaniglia al bergamotto; il Panettone Zibibbo e Zabaione, con farcitura al cioccolato bianco, insieme al ripieno a base di zabaione e vino Zibibbo; e il Panettone al Pistacchio, con un soffice impasto verde arricchito da chunks di pistacchio e arancia. Completa la gamma una creazione dal gusto più contemporaneo, il Panettone al Cioccolato Bianco e Frutti Rossi, dove la freschezza dei frutti di bosco incontra la dolcezza del cioccolato bianco.
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Vino, la Champagne presenta il Rapporto sulla responsabilità sociale della filiera
(Adnkronos) - Dopo due anni di lavoro, la filiera dello Champagne presenta 'Migliori Insieme', il suo Rapporto d’impatto sulla responsabilità sociale. Questo documento strategico definisce una visione condivisa di sviluppo sostenibile, globale e strutturato, capace di integrare in modo coerente le dimensioni economica, ambientale e sociale. Frutto di uno studio che riguarda una filiera che coinvolge 16.200 Vigneron, 390 Maison de Champagne e 125 cooperative, il Rapporto individua quattro grandi assi di impegno e dodici sfide strategiche che guideranno le azioni future del settore. La Champagne è stata la prima regione viticola al mondo a redigere un bilancio delle emissioni di gas serra, già nel 2003, aggiornandolo regolarmente ogni cinque anni per monitorarne l’evoluzione. Nel 2022 è stato definito l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, in coerenza con gli impegni dell’Accordo di Parigi. Per conseguire questo traguardo, la filiera si è posta l’obiettivo di ridurre del 75% le proprie emissioni, mentre per il restante si farà il ricorso a misure di compensazione. Nel 2025 è stato raggiunto l’obiettivo della riduzione del 25% delle emissioni. La Champagne è impegnata da oltre trent’anni nella riduzione dell’uso di prodotti fitosanitari, con l’obiettivo di migliorare la qualità del suolo e dell’acqua e preservare la biodiversità. Questo percorso ha già portato a una diminuzione del 95% nell’utilizzo di insetticidi, resa possibile grazie a pratiche alternative come la confusione sessuale e il ripristino degli equilibri naturali. L’uso di erbicidi è stato ridotto del 15% grazie a lavorazioni meccaniche e all’inerbimento dei suoli, mentre i fertilizzanti chimici sono stati dimezzati a favore della fertilizzazione ragionata e allo sviluppo di materie fertilizzanti organiche. Oggi il 68% delle superfici vitate è certificato, con l’obiettivo del 100% entro il 2030. Per affrontare le sfide del cambiamento climatico, la Champagne sperimenta nuove soluzioni, con sperimentazioni su nuovi vitigni come il Voltis e la partecipazione a progetti di ricerca interregionali, tra cui Qanopée, dedicato alla sicurezza del materiale vegetale. In trent’anni la temperatura media in Champagne è aumentata di circa 1,8 °C, ma la filiera continua a intervenire su tutte le componenti della produzione per garantire l’eccellenza e la tipicità dei suoi vini. La gestione responsabile delle risorse si traduce anche in un’attenta politica di recupero e valorizzazione dei rifiuti prodotti. Ogni anno la filiera tratta circa 10.000 tonnellate di materiali, raggiungendo livelli di recupero pari al 92% attraverso le attività di ricerca e sviluppo. Dal 2014 il 100% degli effluenti vinicoli sono completamente trattati, mentre ogni anno sono valorizzati 110.000 tonnellate di sottoprodotti della vinificazione e 80.000 tonnellate di residui legnosi provenienti dalla potatura della vite. Parallelamente, la Champagne rafforza il proprio ruolo di motore territoriale, anche attraverso l’enoturismo e il coordinamento delle iniziative locali, con l’obiettivo di valorizzare saperi, mestieri e identità della regione. La filiera riafferma il valore del proprio modello collettivo, unico al mondo, fondato su una governance paritaria, sulla condivisione equa del valore e sulla tutela della denominazione Champagne. Questo impegno si traduce anche in una difesa attiva del nome Champagne, che ha portato al riconoscimento della protezione giuridica in oltre 130 Paesi, con circa 500 nuove azioni legali ogni anno contro imitazioni e usi impropri. Il riconoscimento Unesco dei Coteaux, Maisons et Caves de Champagne rafforza ulteriormente la responsabilità della filiera nella tutela di un patrimonio culturale e paesaggistico unico. “Responsabilità collettiva ed eccellenza sono legami indissolubili che uniscono gli Champenois generazione dopo generazione”, ha commentato David Chatillon, presidente dell’Union des Maisons de Champagne e co-presidente del Comité Champagne. Maxime Toubart, presidente del Syndicat Général des Vignerons e co-presidente del Comité Champagne ha aggiunto: “Da sempre gli Champenois sono animati da uno stesso spirito, rispettosi della tradizione e pionieri al tempo stesso. È quindi naturale che la responsabilità sociale d’impresa sia al centro della nostra strategia collettiva”.
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Infettivologi, 'con cambio clima virus tropicali endemici'
(Adnkronos) - Le malattie trasmesse da zanzare e zecche non sono più un fenomeno occasionale né confinato ai mesi estivi o ai viaggi nei Paesi tropicali. Il cambiamento climatico, con estati sempre più calde e inverni più brevi e meno rigidi, sta modificando in modo strutturale la diffusione dei vettori e la circolazione dei virus. Dengue, West nile, chikungunya, Toscana virus ed encefalite da zecche (Tbe) sono oggi una realtà stabile anche in Italia, con alcune aree che possono ormai essere considerate endemiche. Il 24esimo congresso della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), in corso a Riccione fino al 19 dicembre, è l’occasione per fare il punto su questi scenari, integrando i dati epidemiologici con l’esperienza clinica e le strategie di prevenzione, in un’ottica One health che tenga insieme clima, ambiente e salute umana. I dati della sorveglianza nazionale coordinata dall’Istituto superiore di sanità confermano un quadro in evoluzione. Dal 1° gennaio al 9 dicembre 2025 - informa la Simit - sono stati notificati in Italia 463 casi di chikungunya, di cui 384 autoctoni, con diversi focolai di trasmissione locale. Nello stesso periodo si contano 204 casi di dengue, con casi autoctoni accertati, 113 infezioni da Toscana virus, quasi tutte contratte sul territorio nazionale, 58 casi di Tbe, prevalentemente autoctoni, e casi di Zika virus legati ai viaggi. Numeri che dimostrano come la distinzione tra malattie 'importate' e malattie 'locali' sia sempre meno netta. "Il capitolo delle arbovirosi è oggi centrale anche nel nostro Paese – spiega Massimo Crapis, membro del Comitato di presidenza del congresso Simit –. Con il cambiamento climatico le stagioni fredde sono più brevi e meno intense, e questo riduce la mortalità di zanzare e zecche durante l’inverno. I vettori sopravvivono più a lungo e alcuni virus, come West nile o chikungunya, hanno ormai trovato le condizioni per circolare stabilmente. Malattie che fino a dieci anni fa associavamo quasi esclusivamente ai viaggi oggi devono entrare a pieno titolo nella diagnostica differenziale anche in Italia". Non solo la geografia, ma anche la stagionalità del rischio è cambiata. Se la maggior parte dei casi si concentra ancora tra giugno e settembre, le arbovirosi non possono più essere escluse nei mesi invernali. "Le zanzare, sia Culex sia zanzara tigre, riescono a sopravvivere in ambienti chiusi e più caldi, come abitazioni e altri luoghi caldi – prosegue Massimo Crapis – Inoltre, possono trasmettere il virus alla progenie. Questo significa che, anche dopo periodi di quiescenza, con un rialzo delle temperature l’attività dei vettori può riprendere rapidamente". L’Emilia-Romagna rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. È tra le regioni con il maggior numero di casi notificati per diverse arbovirosi. Il West nile virus è ormai endemico in ampie aree della Pianura Padana; il Toscana virus vede proprio in Emilia-Romagna la regione con il più alto numero di casi autoctoni; la chikungunya ha registrato 322 casi autoctoni sul territorio regionale, configurandosi come una malattia di fatto endemica. Anche la Tbe, inizialmente circoscritta al Nord-Est, è oggi presente stabilmente in regione, con numerosi casi segnalati soprattutto nell’area di Modena. "Questi dati indicano chiaramente che non possiamo più considerare le arbovirosi come eventi sporadici – sottolinea Crapis – Servono attenzione clinica, sorveglianza continua e una consapevolezza diffusa, sia tra gli operatori sanitari sia tra i cittadini". Alla luce dell’imminente periodo delle vacanze natalizie, gli infettivologi richiamano anche l’importanza di una corretta pianificazione dei viaggi, soprattutto verso Paesi a rischio. “Pensare a un viaggio oggi significa pianificare anche la propria protezione sanitaria – spiega Massimo Crapis – È fondamentale informarsi per tempo, rivolgersi al medico di medicina generale o agli ambulatori dedicati alla medicina dei viaggi, spesso gestiti da igienisti e infettivologi, per valutare vaccinazioni e profilassi che richiedono settimane per essere efficaci". Nei Paesi dell’Africa subsahariana, del Sud-Est asiatico e di altre aree tropicali sono spesso raccomandate vaccinazioni come quelle contro tifo ed epatite A e B, oltre a profilassi antimalariche da personalizzare in base al singolo viaggiatore e alle possibili interazioni farmacologiche. Accanto a queste misure, negli ultimi anni si sono aggiunte nuove opzioni, come il vaccino contro la Dengue, disponibile anche in Italia, che consente di ridurre il rischio delle forme più gravi, come la febbre emorragica. Resta però centrale la prevenzione dalle punture di zanzara: uso di repellenti, zanzariere, abbigliamento adeguato ed eliminazione dell’acqua stagnante. "Queste precauzioni non proteggono solo il singolo viaggiatore – conclude Crapis – ma hanno un valore di sanità pubblica. Chi rientra in Italia con un’infezione come la Dengue, in presenza di vettori già diffusi sul territorio, può contribuire alla circolazione del virus. Prevenire significa proteggere sé stessi e la collettività". L’approccio One health e tutte le implicazioni delle arbovirosi sono al centro del 24esimo congresso della Simit, in corso fino al 19 dicembre al Palariccione, con oltre 1.200 infettivologi provenienti da tutta Italia. Per quattro giorni corsi, simposi, tavole rotonde e presentazioni di dati originali mettono a confronto la rete infettivologica nazionale.
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Natale e disturbi alimentari, ecco come difendersi dai cibi che fanno paura
(Adnkronos) - Pranzi, cene, aperitivi con un unico fattor comune: il cibo e le tavole imbandite. Il Natale è, infatti, la festa che probabilmente più di tutte associa il piacere di ritrovarsi tra amici e parenti con l’irrinunciabile rito di mettersi a tavola insieme per divertirsi e vivere momenti da ricordare. Diventa quasi obbligatorio essere felici e connessi con l’atmosfera natalizia, ma per chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare (Dca) il Natale può diventare un periodo per sentirsi più esposto, più stanco e più in difficoltà. In special modo le occasioni (come appunto le festività), che vedono il cibo come uno dei protagonisti principali dei momenti conviviali, fanno riaffiorare paure e momenti di sofferenza. Uno di questi in particolare riguarda i 'fear-food', ovvero tutti quegli alimenti o categorie di alimenti che chi soffre di un disturbo alimentare evita rigorosamente perché generano ansia o paura intensa. “I fear-food non sono davvero i nemici, sono simboli – spiega Giuseppe Magistrale, psicoterapeuta e co-founder di Lilac-Centro Dca – rappresentano ciò che il disturbo teme maggiormente: la perdita di controllo, il giudizio, il cambiamento del corpo". Nasce da questi presupposti la guida ai 'fear-food' di Lilac-Centro Dca, digital health tech startup prima realtà in Italia che si pone l’obiettivo di creare un modello innovativo per il trattamento dei disturbi alimentari, curata in collaborazione con la biologa nutrizionista Luna Pagnin, che si sviluppa in un percorso in 7 step (più un esercizio finale) creato non per dire cosa fare, ma per fornire possibili strumenti utili. “I fear-food non si superano forzandosi o togliendosi il pensiero, ma imparando a stare accanto alle emozioni che evocano – commenta Luna Pagnin, biologa nutrizionista – In questa guida non diamo soluzioni rapide, perché non esistono, ma offriamo piccoli passi per ritrovare sicurezza nel piatto e nel proprio corpo, senza giudizio. È uno spazio di accompagnamento, non una cura: uno strumento per sentirsi un po’ meno soli nei momenti più difficili". “È cruciale poi ricordare – aggiunge Giuseppe Magistrale – che il percorso di riavvicinamento ai 'fear-food' è strettamente personale e non lineare: è fondamentale procedere con gentilezza verso sé stessi, rispettare i propri tempi e, se necessario, non esitare a cercare un supporto professionale qualificato". Step 1) La tua lista dei 'fear-food' Potresti scrivere una lista dei cibi che ti fanno più paura, dal meno al più difficile. Come per esempio, pane bianco, pasta al pesto, pizza, croissant, gelato. Trattala come una to do list di libertà: ogni volta che affronti un cibo, metti una spunta e scrivi perché ti spaventa e come ti fa sentire. Step 2) Abbinalo a un 'safe-food' Mangiare un 'fear-food' accanto a un cibo che fa sentire più sicuri può aiutare il corpo e la mente a rilassarsi. Per esempio pizza con le verdure preferite, biscotti con yogurt, pasta al pesto con una porzione di un alimento proteico come formaggio, pesce o carne. "L’obiettivo – aggiunge Magistrale di Lilac-Centro Dca – è cercare di normalizzare il cibo, non controllarlo. Bisogna ricordarsi che nessun alimento è proibito, è l’etichetta che gli diamo noi a renderlo tale”. Step 3) Prepara il contesto giusto Mangiare un 'fear-food' in un contesto accogliente potrebbe aiutarti a ridurre l’ansia. “Potresti scegliere un luogo dove ti senti al sicuro (casa, un bar tranquillo, con una persona di fiducia) – spiega Giuseppe Magistrale – e poi mangiare il ‘fear-food’ lentamente, ascoltando il gusto, il profumo, la consistenza, ma soprattutto restare presente.” Step 4) La tua 'fear-food' routine. Prima di mangiare può essere utile ripetere una frase di forza come 'sono pronta/o a fare spazio alla libertà' o 'ogni boccone difficile diventerà semplice se me ne do l’occasione'. Durante il pasto prova a notare il respiro e non il pensiero e dopo prova a dare spazio a una “decompressione gentile” come una passeggiata lenta, chiama una persona amica o ascolta una canzone preferita. Step 5) Razionalizza con le affermazioni. Prova a scrivere una lista di frasi (o post-it) che ti aiutino a ricordare che il cibo non è pericolo, ma un compagno di vita, un bisogno primario, una soddisfazione insieme ad altre della vita. Step 6) Affronta le paure con gentilezza. Quando la paura sale prova a respirare profondamente per 1 minuto e cerca i punti di appoggio (prova a sentire l’appoggio dei tuoi glutei, i piedi a terra, la schiena appoggiata). Ricorda che l’ansia raggiunge un picco e poi scende, non dura per sempre. “Se poi affrontare questa sfida da soli è troppo non significa aver fallito – specifica Magistrale – ma significa che si sta riconoscendo un proprio bisogno. Rispettare i propri limiti è un atto di cura. Chiedere supporto a un professionista può essere un modo potente per capirsi meglio e non sentirsi più soli". Step 7) Celebra ogni conquista. Ogni volta che affronti un 'fear-food' potrebbe essere utile tenere traccia di come ti ha fatto sentire prima, durante e dopo e far caso se la paura si è ridotta nel tempo. Esercizio finale. Utilizzando i precedenti step puoi provare a creare il tuo 'diario della libertà' con un semplice schema che riporti data, 'fear-food' ed emozione provata/frase di forza.
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Natale: boom furti in casa rispetto al resto dell'anno, ecco consigli dell'esperto
(Adnkronos) - Con l’avvicinarsi delle festività natalizie, milioni di italiani si preparano a trascorrere periodi più o meno lunghi fuori casa, tra viaggi, visite ai parenti e brevi vacanze. Un momento di pausa che coincide con una maggiore mobilità e con abitazioni spesso lasciate vuote per giorni. La 4ª edizione dell’Osservatorio Censis-Verisure sulla Sicurezza della casa, realizzata in collaborazione con il servizio analisi criminale del ministero dell’Interno, analizza l’andamento dei furti in abitazione in diversi periodi dell’anno e il modo in cui le famiglie italiane affrontano il tema della sicurezza domestica. Secondo i dati nel 2024 in Italia sono stati denunciati 155.590 furti in abitazione. Nei mesi a ridosso delle festività natalizie i numeri sono risultati più elevati rispetto ad altri momenti dell’anno: a novembre del 2024 si contano 19.931 furti, a dicembre 18.393, a gennaio 2025 14.059. Si tratta di un andamento che gli esperti collegano anche a fattori stagionali, come la maggiore mobilità e le ore di luce ridotte. Ma come e quando avvengono i furti? Secondo l’Osservatorio, nel 72,6% dei casi l’abitazione era vuota al momento del furto. Anche assenze di breve durata possono quindi incidere, non solo i periodi di vacanza più lunghi. Quando, le abitudini degli inquilini sono note, gli episodi si concentrano durante il giorno e nella prima serata: nel 2024 il 31,7% dei furti è stato commesso tra le 14:00 e le 19:59, mentre il 20% tra le 7:00 e le 13:59. Le ore serali e notturne incidono, invece, meno: solo il 10,5% dei furti avviene tra le 20:00 e le 23:59, il 9,7% tra mezzanotte e le 6:59. Per quanto riguarda le modalità di ingresso, nel 46,4% dei casi i ladri sono entrati da finestre o portefinestre, nel 33,7% dalla porta d’ingresso principale e nel 14,6% da una porta secondaria. Ma quali sono le misure da adottare per cercare di 'mettere in sicurezza' il proprio appartamento prima della partenza verso le festività natalizie?Ecco alcune buone pratiche che Verisure, leader europeo nella sicurezza monitorata, condivide con Adnkronos/Labitalia, per chi si prepara a lasciare casa durante le festività.
Innanzitutto verificare porte, finestre e impianti. Prima di partire è opportuno controllare con attenzione porte, finestre e portefinestre, concentrandosi in particolare sui punti di accesso che le statistiche indicano come più utilizzati. È consigliabile verificare lo stato dell’impianto elettrico e del gas, scollegando gli elettrodomestici non essenziali. Gestire luci e tapparelle, con timer o sistemi smart per non dare l’impressione di un’abitazione vuota. Prestare attenzione alla condivisione sui social media, rimandando la pubblicazione di foto delle vacanze al momento del rientro. Coltivare relazioni di buon vicinato. Avvisare i vicini della propria partenza e chiedere loro di ritirare posta, volantini o pacchi contribuisce a evitare segnali evidenti di assenza prolungata. Può essere utile anche chiedere di prestare attenzione a eventuali anomalie, come piccoli fili o residui di colla tra porta e telaio, la cosiddetta tecnica del 'filo di colla', talvolta utilizzata per capire se un ingresso viene aperto. Quindi controllare la copertura assicurativa. Verificare la copertura della polizza contro furti e danni e lasciare un recapito a una persona di fiducia per eventuali necessità durante l’assenza. Utilizzare tecnologie di controllo da remoto. Servirsi di sistemi che permettono di monitorare l’abitazione a distanza (telecamere, sensori, app dedicate), così da essere avvisati in tempo reale in caso di anomalie. Sistemi di allarme e centrale operativa. I sistemi di allarme collegati a una centrale operativa attiva 24 ore su 24 offrono un ulteriore livello di protezione: in caso di segnale d’allarme, gli operatori verificano l’evento, contattano il cliente e, se necessario, possono attivare guardie giurate e forze dell’ordine. Nuove soluzioni per l’ingresso di casa. Anche l’accesso principale può essere reso più sicuro grazie a soluzioni di nuova generazione come Smartlock, una serratura con cilindro antieffrazione certificato, gestibile da remoto tramite app, che consente di aprire e chiudere la porta a distanza e facilitare l’accesso ai soccorsi in caso di emergenza.
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Consumi: Findomestic, frenata beni durevoli con -2,4%
(Adnkronos) - Dopo due anni di crescita il motore dei beni durevoli si ferma: a fine 2025 il comparto segnerà consumi in calo del 2,3% in volume e del 2,4% in valore, per una spesa complessiva che da 79 miliardi scivola a 77,1 miliardi. È la fotografia scattata dal 32° Osservatorio Findomestic, realizzato insieme a Prometeia, per un mercato che resta comunque su livelli più alti rispetto al pre-Covid, non per un aumento dei volumi acquistati ma esclusivamente per l’incremento dei prezzi che in 6 anni sfiora il 20%. A determinare il segno meno è soprattutto la mobilità, il segmento che da solo vale il 57% della spesa delle famiglie in beni durevoli. Qui la frenata è evidente, con le auto nuove in calo del 9% a valore. La casa – mobili e tecnologia – resta invece impantanata in una stagnazione che dura dal 2023, dopo gli exploit del triennio post-pandemico. Sul fronte territoriale, le tre locomotive storiche – Lombardia, Lazio e Veneto – perdono tra il 2,6 e il 2,8%. Resiste meglio l’Emilia-Romagna (-1,8%), che quasi aggancia il podio nella graduatoria per volumi di spesa. Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic, mette ordine tra numeri, prezzi e percezioni: "Quest’anno i beni durevoli soffrono più degli altri comparti. Mentre servizi, alimentari e altri beni crescono – secondo i dati Istat – il nostro perimetro torna negativo dopo due anni di espansione, quella del 2023, trainata più dall’inflazione che dai volumi reali. Chiuderemo il 2025 con un -2,4% a valore, che si traduce in una reale riduzione della spesa delle famiglie". E Bardazzi prosegue: "Siamo ancora su livelli di spesa superiori dell’11,4% al 2019, ma questo non significa che si compri di più. Il vero motore è stato l’aumento dei prezzi, vicino al +20%. Al netto dell’inflazione, cioè guardando ai volumi, i consumi di durevoli sono in realtà il 6,8% sotto i livelli pre-pandemia". In questo quadro di frenata il credito al consumo va in controtendenza, uno strumento che le famiglie stanno usando per reagire all’incertezza. Lo ribadisce Marco Tarantola, amministratore delegato e direttore generale di Findomestic Banca: "A fronte di consumi in calo nel mondo dei durevoli, il mercato del credito continua a crescere. Nei primi dieci mesi dell’anno le erogazioni segnano un +7%, con la rischiosità che rimane su livelli molto contenuti (1.7% il tasso di default a fine settembre 20251), pur mostrando un lieve incremento nel corso dell'anno. È la conferma che il credito al consumo svolge un ruolo sociale ed economico essenziale: aiuta le famiglie a non rinunciare ai propri progetti in un contesto che resta complesso". Il dato che più colpisce arriva dalle indagini condotte dall’istituto: "Oltre quattro italiani su dieci – ricorda Tarantola – hanno utilizzato una forma di credito almeno una volta negli ultimi tre anni. E più del 60% di chi lo ha fatto dichiara che, senza questa possibilità, avrebbe dovuto rinviare o rinunciare del tutto all’acquisto. Dati che confermano come il credito oggi sia una leva di fiducia, non solo un prodotto finanziario". Se l’Italia rallenta, ogni territorio lo fa con il suo stile. Ci sono regioni che assorbono meglio la scossa. In Trentino-Alto Adige, dove i redditi restano elevati e il clima economico è meno nervoso, il calo è solo -0,7%, il migliore d’Italia. Più sorprendente la tenuta della Sicilia e della Liguria, entrambe ferme a -1,3%: due territori lontani geograficamente ma accomunati da una domanda interna che resiste. All’opposto, in Basilicata il mercato dei durevoli cede il 4%: una flessione che non è solo statistica ma strutturale, fatta di consumi fragili e poca spinta demografica. Il rallentamento è stato consistente anche in Piemonte (-3,5%), Molise (-3,3%), Abruzzo e Lazio (entrambe -2,8%). Sul piano dei valori assoluti, la Lombardia continua a giocare un altro campionato: 15,4 miliardi, più del doppio del Lazio, che segue a 7,5. È la locomotiva che tira il Paese, anche quando il convoglio frena. Nel 2025 il mercato italiano della mobilità vive una doppia velocità: l’usato tiene la linea, il nuovo rallenta, le due ruote correggono la corsa dopo anni di sprint. Quello delle auto usate dal 2017 è il primo mercato per valore assoluto e continua a dimostrarlo. L’effetto inflazione è evidente: si spende il 25% in più rispetto al 2019 per acquistare appena il 3% di vetture in più. Nel 2025, dopo due anni di crescita, il settore rallenta e il suo giro d’affari chiuderà con un -0,2%, sostanzialmente in stallo, con l’incremento dei passaggi di proprietà (+2,1%) annullato dal calo dei prezzi (-2,1%). Ma i valori restano solidi: 24,4 miliardi di euro, quasi 8 miliardi in più dell’auto nuova, complice una domanda, negli ultimi anni, sempre più orientata al risparmio. Prezzi in calo e mix di vendita più ‘popolare’ confermano che il consumatore è cauto ma attivo. Sulle auto nuove la frenata è netta: -9% a valore, con la spesa delle famiglie che scende a 16,5 miliardi. Le immatricolazioni calano (-9,9%), i prezzi restano stabili (+0,8%) dopo anni di forte crescita e il mix si sposta su fasce e tecnologie più costose. Le city car, un tempo spina dorsale del mercato, passano dal 17% del 2019 al 12%. La domanda dei privati resta lontana dai livelli pre-pandemia: -25% le immatricolazioni rispetto al 2019, -10% la spesa. Non bastano incentivi a singhiozzo per stimolare le famiglie, alle prese con un potere d’acquisto ridotto rispetto a qualche anno fa e con un contesto di persistente incertezza. Per le moto dopo quattro anni di crescita, arriva uno stop: -7,7% a volume nel 2025, -7,0% a valore. Ma il confronto con il 2019 resta impressionante: +36% a volume, +55% a valore, per un mercato che vale 2,75 miliardi e che ha beneficiato in questi anni di una domanda, che in un contesto di inflazione e calo del potere d’acquisto, ha visto nei mezzi a due ruote un’alternativa low cost alla seconda o terza auto in famiglia. La flessione del 2025 sottende dinamiche differenziate tra ciclomotori, in forte calo (oltre -30% a volume), e targato, in miglior tenuta (-6% circa a volume) e su livelli storicamente elevati. Gli scooter targati salgono dell’8,8%, confermandosi protagonisti della mobilità urbana. Dai mobili agli elettrodomestici, dall’elettronica alla telefonia e all’IT, il comparto casa nel 2025 mostra un quadro di stabilità e adattamento. Crescono prodotti informatici, piccoli elettrodomestici e device smart, l’online consolida il ruolo chiave, mentre famiglie e consumatori privilegiano comfort, qualità, benessere e soluzioni premium, tra innovazione e attenzione al prezzo. Dopo il biennio d’oro 2021-2022, la domanda di mobili si è normalizzata, ma il settore resta ben sopra i livelli pre-Covid: +10% rispetto al 2019. L’anno si chiuderà intorno ai 16,5 miliardi di euro (-0,6%), segnalando una fase di assestamento più che un vero rallentamento. I volumi restano in calo (-1,7%), ma i prezzi continuano a sostenere il mercato (+1,1%), pur con una dinamica più morbida rispetto agli anni dei rincari. La cautela delle famiglie pesa ancora: incentivi e bonus ristrutturazioni aiutano, ma non bastano a riaccendere quella spinta eccezionale generata dal post-pandemia e dal Superbonus. A frenare è soprattutto la domanda legata alle ristrutturazioni, oggi fisiologicamente in discesa. A fare da contraltare è invece il primo acquisto, alimentato da un mercato immobiliare tornato vivace: nei primi sei mesi dell’anno le compravendite residenziali sono cresciute del 9,5%, spinte da tassi più leggeri e un credito più accessibile. Sul fronte dei canali di vendita, l’online continua la sua avanzata arrivando a valere il 20% del retail. Un risultato che certifica la maturità digitale dell’arredo italiano, sempre più capace di coniugare design, prezzo e omnicanalità. La telefonia resta il baricentro della tecnologia consumer: nel 2025 il comparto mantiene la rotta sui 6,3 miliardi (-0,4%), segno di una domanda matura che però evolve rapidamente. Gli smartphone – l’85% del giro d’affari – rallentano nei volumi ma tengono in valore (-1,1%) grazie al continuo spostamento verso i prodotti di maggiore qualità. A fare da contrappunto alla flessione degli smartphone, continuano a crescere cuffie (+1,5%) e i dispositivi tecnologici indossabili (+1,2%), trainati da funzioni smart sempre più orientate al benessere e alla performance personale. L’online consolida il sorpasso sulle vendite in negozio, arrivando al 20,5% del fatturato. In un mercato ormai saturo, è qui – tra servizi premium, ecosistemi integrati e nuovi modelli di fruizione – che si gioca la partita futura. Il mercato degli elettrodomestici chiuderà il 2025 con un valore complessivo di 6,5 miliardi di euro: 4,2 miliardi per i grandi apparecchi e 2,3 miliardi per i piccoli. I grandi elettrodomestici si confermano su un plateau elevato (-0,3%), dopo tre anni di crescita solida, sostenuti dai bisogni di sostituzione e dall’efficientamento energetico spinto anche dal bonus rottamazione. I volumi tengono, i prezzi si raffreddano, e il comparto del lavaggio è quello che corre meglio: asciugatrici (+4,4%) e lavastoviglie (+1,7%) guidano la fascia alta della domanda, segnale di un’Italia che aggiorna la dotazione domestica puntando a comfort e risparmio. Freddo e cottura restano più deboli, con prezzi in discesa che comprimono il valore complessivo. Tutt’altra storia per i piccoli elettrodomestici, ancora una volta i migliori performer tra i durevoli per la casa: +8,4% a volume e +5,2% a valore. Il mercato intercetta tendenze chiare: multifunzionalità, cura del sé e desiderio di semplificazione. Crescono con decisione i dispositivi per la cura della casa, trainati dagli aspirapolvere (+15,4%) di nuova generazione e dai mini-aspiratori. Nella cura della persona brillano i prodotti per l’igiene dentale (+9,6%), i dispositivi per la rasatura e gli apparecchi per asciugare e acconciare i capelli. Nella preparazione del cibo, le friggitrici ad aria continuano la loro scalata (+16% in valore, +23% in volume), mentre i robot da cucina vivono una fase di forte normalizzazione dovuta alla pressione promozionale. Tra gli altri prodotti, prosegue lo sviluppo delle vendite di bilance (+9.1% in valore). L’online si consolida come canale chiave: rappresenta ormai il 38% del fatturato dei piccoli elettrodomestici, con crescite a doppia cifra. Claudio Bardazzi, responsabile Osservatorio Findomestic, sintetizza così il trend: "Dalle friggitrici ad aria ai wearable, dai prodotti per l’igiene orale agli apparecchi per la cura del corpo, emerge una ricerca crescente di benessere personale. Il consumatore investe in ciò che gli permette di vivere meglio: monitorare, prevenire, semplificare. Anche a casa". E dopo un triennio di segni meno, il mercato IT italiano torna a crescere, segnando un +1,7% e sfiorando i 2,2 miliardi di fatturato. A guidare la ripresa sono pc portatili (+3,5%), tablet (+4,7%) e dispositivi per il gioco (+5,3%). Il canale online si conferma protagonista, con un contributo al fatturato vicino al 32%, compensando il lieve calo delle vendite nei negozi fisici. Dopo il rimbalzo dai picchi del 2020-’21, il mercato IT si posiziona tra i segmenti più performanti della tecnologia consumer, con volumi in crescita e una dinamica di prezzo favorevole che lascia intravedere ulteriori trend positivi per la chiusura dell’anno. Il 2025 si chiuderà a 1,6 miliardi (-1,9%), il mercato dell’elettronica di consumo continua a scontare l’onda lunga del passaggio al digitale terrestre: il segmento video, ancora in flessione, resta il grande freno di un comparto che però mostra segnali di stabilizzazione dopo il crollo del triennio 2022-24. La TV – che vale oltre l’80% del mercato – resta negativa (-2,9%), anche se da metà anno i volumi tornano a respirare. I decoder continuano invece la loro caduta libera, ormai sotto l’1% del giro d’affari. Tra i pochi fari accesi, spiccano i droni (+16%), le cuffie (+6,6%), trainate da wireless e funzioni premium, e gli altoparlanti (+7,6%), alimentati dalla voglia di home theatre. Un mercato che stringe i denti ma che – tra innovazione, qualità del suono e nuove esperienze d’ascolto – lascia intravedere la voglia dei consumatori di tornare a investire, quando il rimbalzo dal boom post-switch-off sarà finalmente alle spalle.
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Natale, oltre un mld tonnellate di cibo invenduto: 5 trend per valorizzare eccedenze
(Adnkronos) - Panettoni, cioccolatini, biscotti e snack confezionati vengono prodotti in grandi quantità durante il periodo festivo per rispondere a una domanda concentrata in poche settimane, ma una parte consistente di questi prodotti resta invenduta. Dietro l’apparente successo delle vendite natalizie si nasconde infatti un tema strutturale: l’invenduto alimentare rappresenta un costo concreto per la filiera, con ricadute economiche e ambientali che coinvolgono produttori, distributori e retailer. Il fenomeno assume dimensioni globali: secondo uno studio di Ecr Retail Loss, organismo internazionale di ricerca nel settore della distribuzione e del retail, ogni anno oltre un miliardo di tonnellate di cibo viene sprecato, generando costi stimati superiori ai 90 miliardi di euro lungo la catena del valore. Un impatto che incide direttamente sulla redditività: se i retailer riuscissero anche solo a dimezzare questi costi nascosti nei propri conti economici, la maggior parte potrebbe incrementare i profitti di oltre il 20%. Nel settore dolciario, la concentrazione produttiva di dicembre amplifica ulteriormente la pressione: prodotti perfettamente idonei al consumo rimangono invenduti, generando costi aggiuntivi per sconti, redistribuzione, smaltimento e logistica, che possono arrivare fino all’1,8% del fatturato. A questo si aggiungono immobilizzazioni di capitale e inefficienze operative che pesano sulla redditività complessiva, oltre all’impatto ambientale legato al consumo di risorse, alle emissioni e alla gestione dei rifiuti. In questo scenario, appare chiaro come la gestione delle eccedenze non sia un tema marginale, ma una leva strategica per la competitività delle aziende della filiera alimentare. Sempre più operatori stanno adottando modelli industriali strutturati per affrontare il problema in modo continuativo e non emergenziale. Tra queste realtà si inserisce Regardia, player di riferimento in Italia nella circular economy, che opera nel recupero degli ex-prodotti alimentari trasformandoli in risorse utili attraverso processi industriali dedicati. Grazie a questo modello, più di 165.000 tonnellate all’anno di surplus alimentare e concentrato solubile di frumento vengono mediamente preservate nella filiera dei mangimi, evitando lo spreco di risorse ancora valorizzabili. Le eccedenze, anziché essere destinate allo smaltimento, vengono così selezionate, trattate e reintrodotte nel ciclo produttivo come materie prime per la mangimistica e come matrici per bioenergie, riducendo il ricorso a risorse vergini e alleggerendo i costi logistici e ambientali dell’invenduto. L’approccio consente alle aziende di ridurre le perdite economiche legate allo stock fermo, limitare i costi di gestione e trasformare un problema operativo in una risorsa gestibile e misurabile. “Oggi - spiega Paolo Fabbricatore, Group ceo di Regardia - il vero tema non è più se gestire l’invenduto, ma come farlo in modo strategico. Ogni prodotto fermo in magazzino rappresenta un costo finanziario, un rischio operativo e una perdita di valore. Approcci strutturati permettono di ribaltare questa logica: trasformare l’eccedenza in opportunità concreta genera benefici economici e ambientali lungo tutta la filiera. Ridurre gli sprechi significa intervenire direttamente sui margini, sull’efficienza operativa e sulla solidità del business”. La portata del tema diventa ancora più evidente se si confronta l’incidenza dell’invenduto con le dimensioni complessive del mercato dolciario globale. Secondo il report Confectionery Worldwide 2025 di Statista, il comparto genera 531 miliardi di euro di fatturato annuo, con i prodotti da forno e pasticceria come principale categoria, seguiti da cioccolato, dolciumi e gelati. L’Europa occidentale rappresenta circa un terzo del mercato mondiale, davanti al Nord America (22%) e all’Asia-Pacifico (14%). In un settore di questa scala, anche piccole percentuali di eccedenze hanno un impatto economico significativo, moltiplicandosi lungo tutta la filiera. Il divario tra il valore complessivo del mercato e i costi nascosti legati all’invenduto rende evidente come la gestione delle eccedenze non sia una questione marginale, ma un elemento strutturale dell’equilibrio del settore. In questo scenario, adottare modelli efficienti e sostenibili significa non solo ridurre gli sprechi, ma rafforzare la competitività e la resilienza dell’intera filiera. In risposta a questa sfida, le aziende stanno adottando strategie strutturate per recuperare valore dall’invenduto, trasformando eccedenze che altrimenti rappresenterebbero un costo in opportunità concrete per la filiera. La gestione intelligente dell’invenduto non riguarda più solo la riduzione dello spreco, ma si sta evolvendo in approcci integrati che combinano efficienza operativa, sostenibilità e innovazione. Tra i principali trend emergenti si possono individuare i seguenti aspetti. Mangimistica animale: i prodotti dolciari invenduti vengono selezionati e trasformati in ingredienti sicuri e nutrienti per mangimi, contribuendo a ridurre i costi delle materie prime e l’impatto ambientale della filiera. Donazioni a enti benefici: le eccedenze alimentari vengono ridistribuite a organizzazioni caritative, offrendo un vantaggio sociale e riducendo sprechi e costi di smaltimento. Reimmissione sul mercato: alcune aziende utilizzano canali alternativi come outlet o promozioni dedicate, trasformando i prodotti invenduti in vendite aggiuntive senza intaccare il prezzo pieno. Trasformazione in nuovi prodotti o ingredienti secondari: l’invenduto può essere convertito in nuove linee di prodotti o materie prime per altre produzioni, valorizzando risorse altrimenti perse. Conversione in compost o bioenergie: gli scarti non utilizzabili a fini alimentari e non declassabili ad uso zootecnico possono essere destinati a produzione di compost o energia rinnovabile, chiudendo il cerchio della circolarità e riducendo l’impatto ambientale complessivo.
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Mobilità elettrica: Maxi Mobility integra Hyundai IONIQ 5 nel parco taxi
(Adnkronos) -
Maxi Mobility, startup italiana accelerata dal Motor Valley Accelerator della Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital, annuncia una partnership con Hyundai Italia per l’ingresso di Hyundai IONIQ 5 nel proprio parco veicoli elettrici dedicato ai tassisti. L’accordo consente ai professionisti del servizio taxi di accedere con la Hyundai IONIQ 5 ad una ricarica ultrarapida a 800V che può realmente contribuire all’elettrificazione del business Taxi e permette inoltre di caricare la batteria dal 10 all’80% in soli 18 minuti, “La collaborazione con Maxi Mobility ci permette di mettere le qualità di IONIQ 5 al servizio di chi vive la strada ogni giorno”, ha dichiarato Roberto Pazzini, Head of Fleet & Remarketing di Hyundai Italia, sottolineando il ruolo strategico dei tassisti nel processo di elettrificazione della mobilità urbana. “Con Hyundai facciamo un salto di qualità importante nel servizio che offriamo ai tassisti”, commenta Carlo Iacovini, COO di Maxi Mobility. “La IONIQ 5 è un’auto che unisce autonomia, comfort, spazio e tecnologia avanzata, ed è perfetta per un utilizzo intensivo come quello taxi."
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Classic Defender V8: quando il mito incontra la personalizzazione
(Adnkronos) - Ci sono fuoristrada che hanno scritto la storia e altri che continuano a riscriverla. Classic Defender V8 appartiene a entrambe le categorie: un’icona senza tempo che oggi evolve grazie a un livello di personalizzazione mai visto prima. Il risultato è un veicolo che conserva l’anima ruvida del Defender originale, ma la abbina a soluzioni estetiche e tecniche degne di un modello contemporaneo di altissima gamma. La base resta quella che gli appassionati conoscono bene: telaio robusto, proporzioni inconfondibili e una meccanica che parla il linguaggio delle prestazioni pure. Sotto il cofano batte un V8 5.0 litri da 405 CV, abbinato a un cambio automatico a otto rapporti, capace di trasformare ogni accelerazione in un’esperienza intensa, su strada come fuori dall’asfalto. A fare la differenza è però l’approccio sartoriale. Ogni esemplare viene ricostruito su ordinazione, partendo da veicoli donatori selezionati e sottoposti a un processo di restauro completo. Ore di lavoro artigianale si traducono in finiture curate, materiali ricercati e dettagli che rendono ogni Defender unico. Il programma di personalizzazione consente oggi di scegliere colori ispirati alla Defender OCTA, portando sulla Classic Defender V8 tonalità esclusive e finiture disponibili sia lucide sia satinate. La verniciatura, realizzata con procedure dedicate, garantisce profondità cromatica e qualità estetica all’altezza di un’auto da collezione. All’interno, la scelta dei materiali segna un ulteriore salto di qualità. Accanto alla pelle tradizionale, debutta Ultrafabrics, un rivestimento tecnico leggero e resistente, proposto in diverse varianti cromatiche. Sedili sportivi, dettagli coordinati e componenti rifiniti a mano completano un abitacolo che unisce lusso moderno e spirito off-road. Non manca l’attenzione alla dinamica di guida: sospensioni dedicate, sterzo rivisto e impianto frenante maggiorato rendono la Classic Defender V8 non solo affascinante, ma anche sorprendentemente efficace. Un’interpretazione contemporanea di un mito, pensata per chi cerca esclusività, prestazioni e autenticità.
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