Asma nei bambini, uno studio assolve i gatti: "Nessun rischio da convivenza con i mici"
(Adnkronos) - Cosa scatena l'asma nei piccoli? Le 'scintille' di una crisi possono essere diverse. Ma da uno studio arriva una buona notizia per gli amanti degli animali. Micio è stato assolto: secondo la nuova ricerca pubblicata sulla rivista 'Frontiers in Allergy', convivere con i gatti non peggiora l'asma nei bambini. Il lavoro è un'analisi su larga scala condotta su bimbi affetti da asma e allergie e non ha evidenziato alcun legame tra l'esposizione ai gatti e la gravità dell'asma. Questa patologia è la malattia cronica più comune e una delle principali cause di ospedalizzazione tra i piccoli. Il Global Asthma Network ha stimato che la sua prevalenza globale sia del 9,1% per i bambini e dell'11% per gli adolescenti, ma questa percentuale varia notevolmente tra Paesi, regioni e ambienti. A livello mondiale, la più alta prevalenza di asma pediatrico (oltre il 20%) si riscontra nelle Isole Britanniche e in alcune zone dell'Oceania e del Medio Oriente. I fattori di rischio noti per lo sviluppo dell'asma includono l'esposizione all'inquinamento atmosferico e al fumo, le infezioni virali infantili, l'obesità e allergie preesistenti come l'eczema o la rinite allergica. Diversi aneddoti hanno come protagonisti i pet: i pazienti riferiscono, in base a esperienze personali, che l'esposizione alla 'forfora' degli animali sembra scatenare attacchi d'asma. Tuttavia, i dati clinici ed epidemiologici al riguardo sono finora contraddittori, e provengono per lo più da piccoli studi su sottogruppi non necessariamente rappresentativi della popolazione generale. Ora, i ricercatori hanno dimostrato che la convivenza con i gatti potrebbe non peggiorare le condizioni dei bambini affetti da asma e allergie. "In questo studio condotto su una coorte nazionale di bambini svedesi con asma e allergie, dimostriamo che i bambini che vivono con un gatto presentano, nel breve termine, una gravità dell'asma, un numero di riacutizzazioni, un controllo dell'asma e una funzionalità polmonare simili a quelli dei bambini che vivono senza gatti", illustra l'autore corrispondente, Resthie R Putri, ricercatore post-dottorato al Karolinska Institutet di Stoccolma. "Inoltre, non abbiamo riscontrato alcuna differenza negli esiti dell'asma correlata al numero di gatti, al sesso del gatto o all'età del gatto". Nel 2023 Putri e colleghi hanno avviato uno studio su una coorte di 30.277 bambini - di età compresa tra i 4 e i 17 anni - nati tra il 2006 e il 2020 e a cui era stata diagnosticata l'asma o un'allergia delle vie respiratorie. Li hanno seguiti per 24 mesi, fino al 2024, per monitorare l'evoluzione dell'asma, raccogliendo dati relativi a diagnosi, visite al pronto soccorso, farmaci prescritti, test di controllo dell'asma e spirometria, utilizzando i dati collegati presenti nel Registro nazionale svedese dei pazienti, nel Registro dei farmaci prescritti e nel Registro nazionale delle vie respiratorie. In Svezia, dal 2023 è anche obbligatoria la registrazione nel Registro nazionale dei gatti per tutti i felini domestici nati dopo il 2008. Per ogni bambino, gli autori hanno annotato se la famiglia possedeva almeno un gatto nel 2023, e questo risultava per il 9,4% dei bambini. I risultati hanno mostrato che non vi era alcuna associazione significativa tra l'esposizione ai gatti domestici e gli esiti dell'asma. Ad esempio, l'asma da moderato a grave - sulla base dei farmaci prescritti - si è verificato nel 9,6% dei bambini esposti ai gatti e nel 10,1% dei bambini non esposti. L'esacerbazione dell'asma (nota anche come attacco o riacutizzazione) si è verificata nel 3,3% dei bambini esposti ai gatti e nel 3,5% dei bambini non esposti. Tra un sottogruppo di 1.428 bambini per i quali erano disponibili dati sul controllo dell'asma e sulla spirometria polmonare, 97 (6,8%) vivevano con dei gatti. E non sono state riscontrate differenze significative tra i due gruppi in due comuni parametri di valutazione della funzionalità polmonare. "Una possibile spiegazione è che l'esposizione agli allergeni dei gatti sia molto comune, anche al di fuori dell'ambiente domestico. I bambini che non hanno gatti in casa potrebbero comunque esservi esposti in ambienti condivisi come scuole o mezzi di trasporto pubblici, il che potrebbe spiegare perché non abbiamo riscontrato differenze", ragiona Putri. "Sebbene questi risultati su larga scala forniscano informazioni preziose - avverte l'esperto - ci mancavano dati sugli allergeni a cui i bambini erano sensibilizzati e, poiché il Registro nazionale dei gatti è relativamente nuovo, alcuni bambini che vivono con i gatti potrebbero essere stati classificati erroneamente come non esposti".
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Bolt lancia in Italia un nuovo servizio per la mobilità urbana on demand
(Adnkronos) - Bolt, la principale piattaforma europea per la mobilità condivisa, lancia il proprio servizio di intermediazione per NCC e taxi tramite app, il cosiddetto ride-hailing, a Milano, portando maggiore concorrenza e nuove opzioni di trasporto ora anche in Italia. Presente in oltre 50 Paesi e più di 850 città nel mondo, Bolt porta in Italia la propria esperienza internazionale con l’obiettivo di offrire un’esperienza migliore sia ai passeggeri sia ai conducenti. L’Italia, tra i Paesi più visitati al mondo, rappresenta un mercato particolarmente pronto a una maggiore competizione e innovazione. In diverse città italiane, tra cui Milano la domanda di trasporto urbano supera frequentemente l’offerta, soprattutto nelle ore di punta, nei fine settimana e nelle ore notturne. L’ingresso di Bolt mira a colmare questo divario, offrendo un’alternativa tecnologica che migliora sicurezza e disponibilità, efficienza e trasparenza, portando una solida esperienza globale. Il lancio di Bolt a Milano offre a residenti e visitatori una nuova modalità, pratica e affidabile, per spostarsi in città, soprattutto nei periodi di maggiore richiesta, quando le opzioni di trasporto risultano spesso limitate. Solo nel 2024, gli aeroporti milanesi hanno gestito oltre 56 milioni di passeggeri, aumentando la pressione sui sistemi di trasporto durante i periodi di punta, i weekend e i grandi eventi. Offrendo un nuovo servizio di intermediazione di noleggio con conducente tramite app, Bolt punta così a supportare tutti quei settori che dipendono fortemente da collegamenti efficienti, tra cui turismo, ospitalità, aeroporti, hotel e grandi eventi. D’altra parte, per gli stessi conducenti, Bolt rappresenta un’opportunità per raggiungere, in modo flessibile e in base alle proprie esigenze e disponibilità, milioni di clienti che hanno già scelto Bolt in tutto il mondo. “Con milioni di residenti e visitatori che si spostano ogni anno a Milano, cresce la domanda di opzioni di trasporto efficienti e accessibili”, ha dichiarato Laurent Koerge, Director of Expansion di Bolt. “Crediamo che l’Italia sia pronta per una maggiore scelta in termini di mobilità e siamo entusiasti di portare a Milano l’esperienza maturata in centinaia di città europee. Il nostro obiettivo è integrare i servizi di trasporto esistenti offrendo un’alternativa affidabile e competitiva per residenti e visitatori, creando al contempo ulteriori opportunità per gli autisti di accedere alle richieste di corsa tramite la piattaforma.” L'Italia presenta inoltre uno dei più alti tassi di possesso di automobili in Europa, un fattore che contribuisce alla congestione del traffico e aumenta la pressione sulle infrastrutture urbane, soprattutto in città come Milano. Allo stesso tempo, l’aumento dei costi legati a carburante, parcheggi e assicurazioni rende il possesso di un’auto privata sempre meno sostenibile per molti residenti. Sempre più persone sono quindi alla ricerca di alternative flessibili all’auto di proprietà: il ride-hailing può contribuire a ridurre la dipendenza dai veicoli privati ottimizzando l’utilizzo delle auto già presenti sulle strade e offrendo un accesso semplice al trasporto on-demand quando necessario. Il lancio di Milano si inserisce nella missione globale di Bolt: costruire città pensate per le persone e non per le auto, favorendo la transizione dalla proprietà dell’auto alla mobilità condivisa. Offrendo opzioni di accessibili e on-demand, l’azienda supporta così gli sforzi per rendere il trasporto urbano più comodo ed efficiente, e le città più umane. L'app è disponibile per i dispositivi android e apple.
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Asse Milano-Abu Dhabi per l'AI, l'infrastruttura hyperscale sposa la decarbonizzazione
(Adnkronos) - L'asse strategico tra Italia ed Emirati Arabi Uniti si arricchisce di un capitolo fondamentale per il futuro tecnologico ed energetico europeo, delineando una collaborazione che unisce infrastruttura digitale di fisionomia hyperscale e decarbonizzazione. La sigla del Head of Terms tra Khazna Data Centers ed Eni pone infatti le basi per la nascita di una joint venture dedicata allo sviluppo di un colossale campus di data center per l'intelligenza artificiale a Ferrera Erbognone, in Lombardia.
Con una capacità IT complessiva pianificata di 500 MW, elevabile fino a 1 GW su scala nazionale, il progetto si colloca nel cuore delle direttrici della transizione digitale promossa dal PNRR e obiettivi nazionali di decarbonizzazione. L'iniziativa si distingue per una sinergia strutturale inedita, alimentata dalla "Blue Power" di Eni, l'energia a basse emissioni di carbonio prodotta da una centrale a turbina a gas a ciclo combinato ad altissima efficienza e integrata con il sistema di cattura e stoccaggio della CO₂ di Ravenna. Questo ecosistema risponde direttamente alle complesse sfide poste dai carichi di lavoro computazionali di frontiera e dall'alta densità energetica richiesta dall'intelligenza artificiale generativa. Nelle interviste che seguono, Elisabetta Baronio, Director of ESG di Khazna Data Centers, e Greg Jasmin, Chief Commercial Officer dell'azienda, illustrano nel dettaglio come la sostenibilità, la standardizzazione modulare e la pianificazione energetica integrata si traducano in un modello operativo concreto, capace di trasformare il corridoio Abu Dhabi-Milano in un punto di riferimento strategico per l'infrastruttura digitale del Sud Europa.
Elisabetta Baronio, Director of ESG di Khazna Data Centers
Elisabetta Baronio, Director of ESG, Khazna Data Centers analizza l'integrazione nativa dei criteri ESG nella strategia aziendale di Khazna, spiegando come le sfide climatiche affrontate in Medio Oriente e l'adozione di rigorosi standard ingegneristici e di rendicontazione dei dati rappresentino oggi un valore competitivo fondamentale per supportare i clienti nelle sfide regolatorie europee.
Nel settore delle infrastrutture digitali si tende spesso a trattare la sostenibilità come una funzione aziendale separata o come un mero adempimento normativo. In che modo la strategia di Khazna punta invece a integrare l'agenda ESG direttamente nelle fasi iniziali di progettazione, costruzione e gestione operativa dei data center di nuova generazione?
"In Khazna il team ESG è inserito direttamente nella strategia aziendale, il che significa che la sostenibilità è parte integrante del modo in cui pianifichiamo, costruiamo e gestiamo i nostri data center; siamo trasversali a tutta l'organizzazione. Iniziamo fin dalla fase di progettazione, definendo requisiti di prestazione che viaggiano di pari passo con i costi e le tempistiche. Valutiamo i target di efficienza energetica, le strategie di raffreddamento più adatte al clima locale, lo screening del rischio idrico e la scelta dei materiali. Durante la costruzione, operiamo attraverso una governance che mette al primo posto la sicurezza, la qualità e l'approvvigionamento responsabile, tracciando i rifiuti e le opportunità di riutilizzo e riciclo dove possibile. La gestione operativa è poi il momento in cui si costruisce la vera credibilità. Questo comporta misurazioni costanti, monitoraggio continuo e processi rigorosi per mantenere gli impianti ai livelli di performance per cui sono stati progettati, cercando sempre nuove strade per innovare e aumentare l'efficienza.
Utilizziamo inoltre strumenti interni per tracciare le metriche di sostenibilità e i trend nei vari siti, in modo che le lezioni apprese diventino standard ripetibili e non iniziative isolate. Questo è l'unico modo per costruire infrastrutture che ottengano una reale "licenza sociale ad operare" dalla collettività."
Il mercato dei data center in Italia sta vivendo una crescita rapida, con la Lombardia destinata ad aggiungere quasi 2GW di capacità nei prossimi cinque anni. In che modo il campus da 500MW sviluppato con Eni si allinea con gli obiettivi di decarbonizzazione del Paese e con i piani di transizione digitale sostenuti dal PNRR?
"La crescita dell'Italia riflette un bisogno concreto: una capacità di calcolo moderna per sostenere la trasformazione digitale, l'innovazione e la competitività. Ma scalare in modo responsabile significa allinearsi con le priorità nazionali, in particolare con la decarbonizzazione e la resilienza della rete elettrica. Il campus da 500MW con Eni è stato progettato proprio con questo spirito. Si tratta di un approccio a fasi che consente di seguire la crescita della domanda integrando le valutazioni energetiche fin dall'inizio, anziché dover adattare la sostenibilità a posteriori. Dal punto di vista del PNRR, la transizione digitale richiede fondamenta infrastrutturali affidabili, il che significa disporre di una capacità sicura, ad alta disponibilità e vicina ai servizi e agli utenti. Per quanto riguarda la decarbonizzazione, l'aspetto cruciale è la direzione che abbiamo già intrapreso.
Significa progettare e costruire integrando strategia energetica, efficienza e governance fin dal primo giorno. Siamo inoltre consapevoli che la sostenibilità non riguarda solo il carbonio, ma include la gestione responsabile dell'acqua, il ciclo di vita dei materiali, nonché la sicurezza e il benessere lungo tutta la catena di fornitura. Questi elementi sono parte integrante del modo in cui valutiamo l'impatto e il valore a lungo termine."
La collaborazione con Eni introduce in Italia una sinergia inedita tra infrastruttura di calcolo e fornitura energetica attraverso la 'Blue Power', alimentata da una centrale a ciclo combinato con cattura e stoccaggio della CO₂ a Ravenna. Dal punto di vista dell'impatto ambientale e dell'efficienza dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni (HPC), quali parametri scientifici e tecnici rendono questo campus uno dei progetti hyperscale più sostenibili in Europa?
"Sarei cauta nel fare classifiche tra i vari progetti, perché la sostenibilità dipende da misurazioni trasparenti e da prestazioni verificate nel tempo, oltre ad essere strettamente legata al contesto locale. Ciò che possiamo affermare è che integrare l'infrastruttura di calcolo con un partner energetico crea le condizioni per ottenere risultati ambientali migliori, poiché il percorso dell'energia e la progettazione operativa vengono valutati insieme. Da un punto di vista tecnico, la sostenibilità per il mercato hyperscale si riduce a parametri misurabili e gestibili: l'efficienza energetica in fase operativa (compreso il valore del PUE sotto carichi reali), l'efficacia del raffreddamento in base al clima, l'intensità del consumo idrico con la gestione dei rischi stagionali e il profilo carbonico della fornitura elettrica nel tempo.
Per l'HPC e l'intelligenza artificiale, un altro fattore critico è la resilienza. Sono necessarie una qualità stabile della potenza, una progettazione ridondante e una prontezza operativa che eviti inefficienze durante le fasi di avvio e di incremento dei carichi. Il nostro approccio consiste nel progettare questi parametri in anticipo, costruire seguendo standard ripetibili e operare con sistemi di misurazione e ottimizzazione continua, in modo che le prestazioni siano dimostrate dai fatti e non semplicemente dichiarate."
I carichi di lavoro legati all'intelligenza artificiale di ultima generazione richiedono una densità energetica e una potenza di calcolo senza precedenti. Quali soluzioni avanzate state implementando in termini di raffreddamento, circolarità dei materiali e gestione dell'acqua per garantire che questa crescita esponenziale avvenga in modo responsabile e resiliente?
"La densità richiesta dall'AI cambia l'equazione ingegneristica, quindi la nostra responsabilità è pianificare la gestione di carichi termici più elevati senza generare un impatto ambientale sproporzionato. Sul fronte del raffreddamento, progettiamo le strutture per accogliere soluzioni di nuova generazione, come il raffreddamento a liquido, ottimizzando al contempo l'efficienza complessiva in base allo specifico profilo di densità e al clima locale. Ci concentriamo inoltre sui sistemi di controllo e sulle pratiche di collaudo per mantenere stabili le prestazioni al variare dei carichi di lavoro. Per quanto riguarda i materiali e la circolarità, la leva principale è rappresentata dalla standardizzazione e dalla modularità.
Questo approccio si traduce in un minor numero di progetti personalizzati, componenti più ripetibili, una migliore pianificazione e meno scarti, favorendo una gestione degli acquisti più rigorosa e una pianificazione più chiara del fine vita delle apparecchiature e dei materiali di allestimento. Sull'acqua partiamo da una valutazione del rischio per poi dare priorità a strategie che riducano i consumi e proteggano la resilienza attraverso la selezione dei sistemi, i controlli operativi e il monitoraggio. L'obiettivo è pragmatico: vogliamo scalare l'infrastruttura per l'AI mantenendo gli impatti di energia, acqua e materiali costantemente misurati e gestiti."
L'Europa rappresenta attualmente solo il 16% circa della capacità globale dei data center. Al di là del valore della sovranità digitale e della bassa latenza dei servizi locali, in che modo un'infrastruttura a basse emissioni di carbonio come quella di Milano può aiutare i vostri clienti aziendali a rispettare le severe normative ambientali europee?
"Per molti dei nostri clienti la sostenibilità è diventata un requisito fondamentale in fase di acquisto, non un semplice argomento di comunicazione. Molte organizzazioni devono fare i conti con obblighi legati alla rendicontazione delle emissioni, alla trasparenza sui rischi e alla responsabilità della catena di fornitura, e l'infrastruttura digitale è sempre più parte di questa impronta ecologica. Un data center a minori emissioni di carbonio e gestito in modo efficiente può aiutare i clienti in due modi molto pratici. In primo luogo, riduce l'intensità delle emissioni associate alle attività IT, supportando gli obiettivi interni dei clienti e i loro framework di rendicontazione.
In secondo luogo, rafforza i processi di assurance: i clienti esigono dati credibili sul consumo energetico, sui fattori di emissione e sulle prestazioni operative per poter soddisfare con fiducia le aspettative di audit e di trasparenza informativa. La bassa latenza e l'elaborazione locale dei dati sono importanti, ma lo sono altrettanto le prestazioni ambientali dimostrabili. Ciò che i clienti apprezzano sono la trasparenza e la governance: sistemi di misurazione, controlli operativi chiari e un fornitore capace di mostrare i progressi nel tempo. Ecco perché trattiamo la sostenibilità come una disciplina operativa. Più il contesto normativo diventa rigido, più le prestazioni verificate e i dati tracciabili saranno cruciali per costruire relazioni a lungo termine con i clienti."
Khazna vanta una solida esperienza nella gestione di infrastrutture digitali in mercati caratterizzati da climi caldi e sfidanti, come gli Emirati Arabi Uniti. In che modo il know-how sviluppato in quegli ecosistemi guiderà l'espansione europea e il futuro hub strategico di Milano?
"Operare in climi caldi e impegnativi insegna la disciplina: non si può fare affidamento su condizioni ideali, quindi l'efficienza e la resilienza devono essere progettate e gestite in modo deliberato. Questa esperienza si traduce molto bene nel contesto europeo sotto tre aspetti. Il primo è l'ingegnerizzazione delle prestazioni termiche ed energetiche. Siamo in grado di scegliere architetture di raffreddamento e strategie di controllo che rimangono stabili al variare delle stagioni e dei profili di carico, effettuando i collaudi in modo impeccabile.
Il secondo è il rigore operativo: la manutenzione preventiva, il monitoraggio e l'ottimizzazione continua sono essenziali quando i sistemi lavorano vicino ai limiti di progettazione.
Il terzo è la capacità di realizzare progetti su larga scala: la standardizzazione, i metodi di costruzione ripetibili e una solida cultura della sicurezza sono gli elementi che permettono di ottenere risultati prevedibili su più siti e in diverse fasi. Per Milano l'ambizione non è quella di fare un semplice "copia e incolla" di un progetto degli Emirati Arabi Uniti, ma di applicare lo stesso modello operativo guidato dall'ingegneria. Vogliamo costruire tenendo conto delle realtà della rete elettrica e del clima locale, misurando ciò che conta davvero e migliorando continuamente. È così che un hub diventa duraturo, e non soltanto grande."
Greg Jasmin, Chief Commercial Officer, Khazna Data Centers
Greg Jasmin, Chief Commercial Officer, Khazna Data Centers approfondisce le dinamiche commerciali e strategiche che stanno trasformando l'asse Abu Dhabi-Milano in un ponte infrastrutturale chiave per il Sud Europa, illustrando come la standardizzazione modulare e la sinergia energetica con Eni permettano di rispondere con rapidità e certezza dei costi alla vertiginosa crescita della densità di calcolo richiesta dall'AI di frontiera.
La partnership tra Khazna ed Eni a Ferrera Erbognone nasce da un più ampio accordo bilaterale tra gli Emirati Arabi Uniti e l'Italia. Da un punto di vista commerciale e strategico, come si sta evolvendo il corridoio Abu Dhabi-Milano e in che modo posiziona l'Italia come l'hub definitivo per l'AI sovrana nel Sud Europa?
"Il corridoio Abu Dhabi-Milano è nato fin da subito con un'impronta fortemente digitale e si sta trasformando rapidamente in un ponte infrastrutturale strategico. Capitali, competenze e pianificazione energetica a lungo termine vengono condivisi per soddisfare la domanda europea di capacità digitale sicura e ad alte prestazioni. Per Khazna l'Italia è un mercato attrattivo perché unisce una forte domanda industriale, un bacino di talenti di alto livello e la vicinanza ai principali mercati europei. Inoltre, le strategie italiane in materia di transizione energetica credibile e resilienza si sposano perfettamente con i nostri obiettivi aziendali. Riguardo al concetto di "AI sovrana", tendiamo ad essere prudenti con le etichette.
Ciò che vediamo chiaramente è che l'Italia è sempre più in prima linea per ospitare la potenza di calcolo critica per il Sud Europa, a patto che le fondamenta siano solide. E questo significa energia affidabile, siti scalabili, rigore nella realizzazione dei progetti e massima fiducia nelle operazioni. La nostra joint venture con Eni nasce proprio per contribuire a queste fondamenta, costruendo capacità in modo responsabile e su larga scala, con le considerazioni energetiche integrate fin dal primo giorno."
Il campus di Milano da 500MW rappresenta una svolta straordinaria, che unisce il calcolo hyperscale con l'energia a basse emissioni 'Blue Power' di Eni e il progetto CCS di Ravenna. In qualità di Chief Commercial Officer, come presenta questa integrazione inedita tra generazione di energia, gestione della CO₂ e infrastruttura AI ai grandi player hyperscale internazionali?
"A fronte di capacità di questa portata ci si rivolge principalmente a hyperscaler globali e ad aziende leader nel campo dell'AI di frontiera. E questa tipologia di clienti cerca soprattutto tre cose: velocità di ingresso sul mercato, prevedibilità dei costi e certezza operativa a lungo termine. Il valore della partnership con Eni risiede nel fatto che possiamo allineare la realizzazione del data center con un percorso credibile di energia e decarbonizzazione, evitando di trattare la fornitura elettrica come un elemento secondario. Presentiamo il campus di Ferrera Erbognone come una piattaforma in cui l'infrastruttura e la strategia energetica sono completamente integrate.
Si tratta di un piano di sviluppo su larga scala e diviso per fasi, costruito tra partner che vantano una profonda esperienza nei sistemi energetici e nell'esecuzione di progetti su scala industriale, con un focus condiviso su affidabilità e sostenibilità. Non stiamo proponendo ai clienti una semplice idea sulla carta. Stiamo costruendo un ambiente operativo progettato per le esigenze dell'era dell'AI, dove la pianificazione energetica, l'efficienza e la gestione del carbonio vengono affrontate in anticipo. Questo è esattamente ciò che i clienti globali si aspettano quando investono su scala hyperscale."
Si prevede che la spesa globale per le infrastrutture AI raggiungerà i 758 miliardi di dollari entro il 2029, con carichi di lavoro legati all'intelligenza artificiale che richiederanno una densità per rack da 5 a 10 volte superiore rispetto ai tradizionali ambienti cloud. In che modo Khazna sta adeguando la propria strategia commerciale per rispondere a questo spostamento esponenziale della domanda e cosa rende il campus di Milano 'AI-ready' fin dal primo giorno?
"L'intelligenza artificiale sta trasformando il dialogo commerciale: i clienti non cercano più semplicemente "uno spazio da qualche parte", ma richiedono "una capacità in grado di gestire carichi di lavoro ad alta densità e mission-critical in modo totalmente affidabile". La nostra strategia si adatta di conseguenza attraverso tre direttrici. In primo luogo, pianifichiamo i campus in macro-fasi ripetibili, in modo che i clienti possano crescere con sicurezza. In secondo luogo, progettiamo l'offerta commerciale attorno ai concetti di uptime, disponibilità energetica e velocità di implementazione, piuttosto che sui semplici metri quadrati. In terzo luogo, ci concentriamo su modelli di partnership a lungo termine, perché i carichi di lavoro dell'AI si evolvono rapidamente e richiedono un'ottimizzazione continua.
Essere "AI-ready" non è uno slogan, ma una postura operativa che deriva da precise scelte ingegneristiche. Include sistemi di alimentazione e raffreddamento progettati per densità elevate, un'architettura resiliente e una prontezza operativa integrata nelle procedure di collaudo e di gestione fin dall'inizio. In Italia la nostra intenzione è portare lo stesso approccio rigoroso che applichiamo a tutta la nostra piattaforma: fasi di sviluppo chiare, forte governance nella realizzazione e capacità di supportare il calcolo di nuova generazione man mano che la domanda cresce."
I carichi di lavoro legati all'AI di frontiera richiedono standard di raffreddamento ed efficienza di nuova generazione, come il Direct Liquid Cooling e l'Adiabatic Free Cooling, per mantenere un PUE di circa 1,5. In che modo la comprovata esperienza di Khazna nella costruzione modulare e prefabbricata aiuta ad accelerare i tempi di implementazione in Italia senza scendere a compromessi con queste rigide metriche di sostenibilità?
"Velocità e sostenibilità non si escludono a vicenda se si standardizza nel modo corretto. La costruzione modulare e prefabbricata ci aiuta ad accelerare i tempi di implementazione perché una parte significativa del lavoro viene spostata in ambienti controllati. Questo approccio migliora la qualità, riduce la necessità di interventi correttivi e accorcia i tempi di consegna, sostenendo al contempo una migliore pianificazione dei materiali e la riduzione degli scarti. Sul fronte dell'efficienza, la nostra strategia è ingegnerizzare il sito attorno alle reali condizioni operative fin dal principio: selezioniamo la strategia di raffreddamento corretta in base al clima e al profilo di densità del cliente, progettando la struttura per la misurazione e la sintonizzazione continua delle prestazioni.
Evitiamo le soluzioni standardizzate valide per tutti. Per l'AI di frontiera questo significa essere pronti a integrare il raffreddamento a liquido dove richiesto, mantenendo una forte attenzione alla gestione complessiva dell'energia e dell'acqua. La chiave risiede in standard di progettazione rigorosi, una realizzazione ripetibile e un processo di collaudo che verifichi le prestazioni sul campo rispetto a scenari operativi reali, non basandosi solo su specifiche teoriche."
Il progetto iniziale da 500MW fa parte di una visione più ampia che mira a installare fino a 1 GW di capacità IT in Italia, in pieno allineamento con gli obiettivi di transizione digitale del PNRR. Come riuscite a bilanciare una scalabilità così ambiziosa con i severi obiettivi di decarbonizzazione dell'Italia e che ruolo gioca la sostenibilità nel conquistare clienti aziendali a lungo termine?
"La scalabilità funziona solo se è responsabile e in Europa questo significa allineare la crescita con la decarbonizzazione, le realtà della rete e le aspettative delle comunità locali. Bilanciamo l'ambizione con la disciplina attraverso consegne scaglionate per fasi, metriche di performance chiare e l'integrazione precoce della strategia energetica nel piano complessivo. In questo contesto, la partnership con un leader dell'energia è fondamentale: permette una riflessione a lungo termine sulla resilienza energetica e sul percorso di transizione, superando la logica delle sole connessioni a breve termine. La sostenibilità ha un peso rilevante anche dal punto di vista commerciale.
I clienti aziendali e del settore pubblico cercano sempre più prove concrete in termini di governance, misurazione e progressi reali; non è solo marketing. Per noi questo significa progettare l'efficienza fin dall'inizio, tracciare le prestazioni in modo trasparente e costruire una cultura della sicurezza e dell'eccellenza operativa. Nel tempo, la "licenza sociale ad operare" garantita da solide politiche di sostenibilità diventa un reale fattore di differenziazione competitiva: gli operatori capaci di crescere rispettando il clima e le normative saranno quelli a cui i clienti affideranno i propri carichi di lavoro di lunga durata."
Questa Joint Venture con Eni segna un passo decisivo nell'espansione europea di Khazna. Quali sono i prossimi traguardi del master plan dopo la firma di questo Head of Terms e quali specifiche forze commerciali prevede che plasmeranno la prossima fase delle infrastrutture internazionali per l'AI?
"Dopo la firma dell'Head of Terms, la finalizzazione dell'accordo e l'ottenimento delle autorizzazioni normative per la nostra joint venture, il focus si sposterà interamente sull'esecuzione rigorosa del piano. Stiamo già dialogando con i clienti in anticipo per assicurarci che la tabella di marcia del campus risponda ai reali profili della domanda, specialmente per quanto riguarda la densità, le preferenze di raffreddamento e i requisiti operativi."
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L'AI contro la "Sindrome delle Scartoffie", la burocrazia aziendale come tassa occulta sul benessere e sulla produttività
(Adnkronos) - Nicola Laganà Vicepresidente del Marketing di Factorial approfondisce, con Adnkronos Tech&Games, i risultati emersi dal report “
The Human Side of the AI Revolution
”di Factorial presentato all'AI Week di Milano, spiegando come il marketing possa trasformare freddi dati economici in leve di cambiamento e in che modo l'intelligenza artificiale integrata possa superare il paradosso di una digitalizzazione frammentata, rimettendo al centro la salute organizzativa e il valore del tempo delle persone.
Il report parla di una perdita fino a 530mila euro l'anno per le aziende di 100 dipendenti: come si trasforma un dato economico così freddo in un messaggio di marketing capace di colpire i decisori aziendali e spingerli al cambiamento?
"Quello che ci ha colpito fin dall'inizio della ricerca è che il costo della burocrazia interna è un fenomeno estremamente diffuso, ma raramente viene percepito come un vero problema economico. Le aziende monitorano con attenzione molte voci di spesa, mentre il costo della complessità amministrativa tende a rimanere invisibile, anche quando incide ogni giorno sulla competitività dell'organizzazione. La cifra di 530mila euro serve proprio a dare una dimensione concreta a qualcosa che normalmente non compare nei bilanci come costo diretto, ma che pesa in modo significativo sul funzionamento delle imprese.
Detto questo, il dato economico rappresenta solo una parte del problema. L'aspetto più rilevante riguarda il valore che le aziende non riescono a generare quando una quota importante del tempo viene assorbita da attività che non contribuiscono alla crescita del business. Quando l'operatività prende il sopravvento, diventa più difficile dedicare attenzione a ciò che fa davvero la differenza. Con la campagna "Scartoffie" abbiamo cercato proprio di rendere visibile questo paradosso, trasformando un dato in qualcosa che molti professionisti riconoscono immediatamente come parte della propria esperienza quotidiana."
Nicola Laganà, Vicepresidente del Marketing di Factorial
Con la campagna "Scartoffie" avete scelto l'ironia insieme a Fuego Camina Conmigo, una scelta coraggiosa per un tema noioso, quindi quali sono state le sfide comunicative principali e che riscontri state avendo?
"La sfida principale è stata trovare un modo diverso di raccontare un tema che normalmente viene affrontato con un linguaggio tecnico o istituzionale. Insieme a Fuego Camina Conmigo siamo partiti da un'osservazione molto semplice: tutti parlano di trasformazione digitale, ma raramente si racconta l'esperienza concreta di chi ogni giorno deve confrontarsi con procedure, approvazioni e processi che rallentano il lavoro.
Da qui nasce l'idea dare un nome a qualcosa che tutti sperimentano ma che nessuno aveva mai definito prima: la “Sindrome da Scartoffie”, rendendola immediatamente riconoscibile senza banalizzarla. L'ironia ci ha permesso di affrontare il tema in modo più immediato e coinvolgente, ma era fondamentale che fosse sostenuta da contenuti solidi. Per questo la campagna e il report sono stati sviluppati in parallelo: volevamo che i dati dessero credibilità al racconto e che il racconto rendesse i dati più accessibili.
I riscontri ricevuti finora ci confermano che questa scelta ha funzionato. Il tema è stato percepito come rilevante ben oltre il perimetro delle funzioni HR o tecnologiche, perché tocca una realtà con cui molte persone si confrontano quotidianamente all'interno delle organizzazioni."
Il 67% dei manager usa già l'AI ma in modo informale e frammentato, alimentando il paradosso della digitalizzazione, perciò come si muove il marketing di Factorial per educare le imprese a passare da un uso spontaneo a una vera integrazione dei processi?
"Uno dei dati più interessanti emersi dalla ricerca è proprio questo apparente paradosso: da una parte l'intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità lavorativa di molti manager, dall'altra il carico burocratico continua a rappresentare un problema significativo. Questo ci dice che l'adozione della tecnologia, da sola, non è sufficiente a semplificare il lavoro.
Oggi molte persone utilizzano strumenti di AI nella propria attività quotidiana, ma spesso si tratta di iniziative individuali che non incidono realmente sul funzionamento dell'organizzazione. È uno dei motivi per cui la digitalizzazione non sempre produce i risultati attesi: la tecnologia viene introdotta, ma i processi restano sostanzialmente invariati. In questo senso la burocrazia non scompare, semplicemente cambia forma.
Come azienda cerchiamo quindi di spostare la conversazione dall'adozione all'integrazione. La domanda non è quante persone utilizzino l'intelligenza artificiale, ma quanto questa sia effettivamente integrata nel modo in cui l'azienda opera. Quando dati, processi e strumenti lavorano in modo coordinato, l'impatto diventa concreto e il tempo recuperato può essere reinvestito in attività che generano un valore reale per l'organizzazione."
Il dato sul benessere è d'impatto, con il 64% dei manager pronto a lasciare il lavoro per lo stress da burocrazia, un elemento che spinge a chiederle se la salute organizzativa stia diventando un pilastro del vostro posizionamento di brand rispetto alla sola produttività.
"Credo che oggi sia sempre più difficile separare il tema della produttività da quello del benessere organizzativo. I dati della ricerca mostrano chiaramente che la burocrazia non produce soltanto inefficienza economica, ma ha un impatto directo sulla qualità della vita lavorativa delle persone. Stress, ansia, frustrazione e demotivazione non sono effetti collaterali marginali, ma influenzano il modo in cui le persone lavorano, collaborano e si relazionano con l'azienda.
Il fatto che quasi due manager su tre abbiano preso in considerazione l'idea di lasciare il proprio lavoro a causa del caos amministrativo è particolarmente significativo perché evidenzia come il problema non riguardi soltanto l'efficienza dei processi, ma la sostenibilità stessa dell'esperienza lavorativa.
In Factorial siamo convinti che la crescita delle aziende passi attraverso la crescita delle persone. Per questo il nostro obiettivo non è semplicemente aiutare le organizzazioni a fare le stesse cose in meno tempo, ma creare le condizioni affinché manager e team possano concentrarsi sulle attività che producono un impatto reale, sia per il business sia per le persone che ne fanno parte."
All'AI Week ha accennato alla necessità di liberare tempo in funzione di attività di valore, quindi quali saranno i prossimi passi della vostra strategia per dimostrare sul campo che gli strumenti integrati possono davvero eliminare l'alibi della burocrazia?
"Stiamo assistendo a un'evoluzione molto interessante. Per anni il dibattito si è concentrato su come digitalizzare i processi esistenti, mentre oggi la sfida è capire come utilizzare l'intelligenza artificiale per ridurre concretamente il peso delle attività amministrative che assorbono tempo senza creare valore.
La direzione che vediamo è quella di strumenti sempre più integrati e capaci di gestire direttamente una parte dei flussi operativi, nel rispetto delle regole e delle procedure definite dall'azienda. Questo non significa sostituire il contributo umano, che resta fondamentale nelle decisioni e nella gestione delle persone, ma liberarlo da una parte del carico burocratico che oggi limita la sua capacità di generare valore.
I risultati della ricerca ci mostrano quanto questo tema sia rilevante. Sei manager su dieci dichiarano che la burocrazia li distoglie da attività ad alto valore e, se potessero recuperare quel tempo, lo investirebbero soprattutto in formazione, sviluppo e attività strategiche. È un dato che racconta molto bene la sfida che le aziende hanno davanti: non si tratta semplicemente di lavorare più velocemente, ma di creare le condizioni perché persone e organizzazioni possano dedicare più energie a ciò che contribuisce realmente alla crescita del business."
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Estate 2026, Spiagge.it: boom turismo balneare, +76% di prenotazioni
(Adnkronos) -
La stagione balneare 2026 parte con numeri in netta crescita. Secondo gli insight diffusi da Spiagge.it, piattaforma italiana per la prenotazione online di stabilimenti balneari e la digitalizzazione della gestione delle spiagge, si registra un valore complessivo delle prenotazioni pari a 11.3 milioni di euro, in crescita del +48% anno su anno, con il numero di prenotazioni che sale da 63.000 a 105.000 unità (+66%). Il lungo weekend del 2 giugno si conferma uno dei momenti di punta della stagione. Nel solo ponte sono state registrate 44.000 prenotazioni contro le 25.000 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del +76%. Si tratta di un fenomeno trainato prevalentemente da prenotazioni domestiche: il 90% delle prenotazioni è attribuibile a utenti italiani, mentre il restante 10% proviene dall'estero. Tra i turisti stranieri, gli statunitensi sono la nazionalità più presente con il 31% di prenotazioni totali, seguiti da tedeschi (19%), britannici (10%) e austriaci (7%). Le città più scelte sono Jesolo (2.000 prenotazioni), Grado (1.600), Monopoli (1.500), Vico Equense (1.300), Castel Volturno (1.110), Meta (1.000) e Bacoli (1.000). Nel confronto anno su anno, le prenotazioni attribuibili a utenti italiani passano da 45.000 a 79.000, con una crescita del +73%. La quota italiana sale dal 72% al 75% del numero totale, confermando la solidità della domanda domestica. Cresce in modo significativo anche la componente internazionale: le prenotazioni dall'estero passano da 18.000 a 26.000 (+48%), con un peso che si attesta al 25% del totale. Tra le mete più richieste dagli stranieri, Positano si conferma in testa con il 22% del numero delle prenotazioni estere, seguita da Grado (12%), Monterosso al Mare (8%), Monopoli (6%), Paraggi (3%). Sul fronte dei mercati di provenienza, gli Stati Uniti si confermano il primo Paese con il 40% delle prenotazioni internazionali. Seguono Germania e Austria, entrambe all'11%, Regno Unito all'8% e Svizzera al 6%. "I dati raccontano un avvio di stagione molto positivo, con il mercato che cresce più della metà rispetto al 2025 e una domanda che si rafforza sia dall'Italia sia dall'estero", commenta Gabriele Greco, ceo di Spiagge.it. "Per gli operatori balneari questo significa leggere la stagione non solo in termini di volumi, ma anche di mix della domanda: un pubblico domestico più presente e una componente internazionale in crescita, con gli Stati Uniti primo mercato estero. In questo scenario, la capacità di calibrare disponibilità, servizi e comunicazione sui diversi target può diventare un vero vantaggio competitivo", conclude.
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Vino: certificazione bio per i tappi di sughero, aziende Assoimballaggi pronte per la sfida
(Adnkronos) - Il Sistema Sughero italiano - che conta circa 480 imprese e 2.370 addetti - affronta una fase di mercato complessa: nel 2025 il comparto ha registrato (fonte: Consuntivi 2025, Centro Studi FederlegnoArredo) una flessione del fatturato del 2,5%, attestandosi a 342 milioni di euro e proseguendo il rallentamento avviato nel 2023, dopo due anni di crescita. Le esportazioni pari al 10% del fatturato totale del sughero valgono 34 milioni di euro, dei quali l’87% riguardano proprio i tappi in sughero che oggi, devono confrontarsi con il calo dei consumi di vino e con sistemi di chiusura alternativi. In questo contesto, la possibilità prevista dal Regolamento (Ue) 848 di certificare come biologici i tappi in sughero può rappresentare una concreta opportunità di differenziazione competitiva, soprattutto nei mercati a maggiore valore aggiunto, per valorizzare ulteriormente le caratteristiche di sostenibilità e tracciabilità proprie di questo materiale, che ambisce a diventare così l’unica chiusura naturale sui mercati nazionali e internazionali. “La certificazione biologica dei tappi in sughero rappresenta un’opportunità strategica per il nostro settore - dichiara Alessandro Canepari, responsabile del Gruppo Sughero di Assoimballaggi - e può risultare strategica in una fase nella quale il comparto è chiamato a confrontarsi anche con chiusure alternative. Per questo motivo, come associazione che rappresenta i principali produttori di tappi in sughero, ci siamo attivati perché questa opportunità si concretizzasse e diventasse uno strumento importante per rafforzare il posizionamento del sughero anche nel segmento biologico. Il valore aggiunto di questa certificazione sta nel fatto che coinvolge l’intera filiera. Non si certifica soltanto il tappo, ma un percorso produttivo, un elemento distintivo che nessun’altra tipologia di chiusura può offrire con le stesse caratteristiche. Motivo per cui le aziende associate ad Assoimballaggi sono pronte a investire nella certificazione e nei processi necessari per cogliere questa opportunità e offrire così al settore vitivinicolo, anche biologico, una soluzione capace di coniugare sostenibilità e competitività”. La certificazione non riguarda soltanto il prodotto finale, ma coinvolge anche tutta la catena del valore che deve rispondere a requisiti rigorosi lungo tutto il percorso produttivo: dalla gestione delle sugherete e dei terreni di coltivazione, alle pratiche agronomiche seguite, dalla raccolta della corteccia, fino alle successive fasi di trasformazione e produzione industriale, garantendo così una completa tracciabilità del tappo in sughero, che entra di diritto a far parte di una filiera biologica certificata, coerente con i principi che stanno alla base anche delle produzioni agricole. In un mercato in cui i consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità e alla coerenza ambientale dei prodotti che acquistano, la certificazione biologica del tappo in sughero consente di estendere il concetto di biologico oltre il contenuto della bottiglia, coinvolgendo anche uno degli elementi più rappresentativi del packaging del vino. “Assoimballaggi - conclude la nota – accoglie con favore l’opportunità e supporta l’avvio del percorso che consentirà di certificare come biologici i tappi in sughero naturale, una novità destinata ad aprire nuove prospettive di sviluppo per l’intera filiera italiana delle chiusure naturali, confermando il ruolo delle aziende associate nell’innovazione sostenibile applicata alle produzioni agroalimentari e al packaging. Grande soddisfazione da parte degli associati per un riconoscimento che premia il lavoro di anni e conferma ancora una volta la capacità di innovare valorizzando materiali naturali, strettamente legati al territorio”.
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Appello Ilo, apprendimento lungo tutto l’arco della vita sia pilastro centrale delle politiche economiche e sociali
(Adnkronos) - Mentre la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale (IA), la transizione verde e i cambiamenti demografici stanno trasformando i mercati del lavoro in tutto il mondo, un nuovo rapporto dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) invita i governi a fare dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita un pilastro centrale delle politiche economiche e sociali. Basandosi su nuove indagini tra i lavoratori, analisi delle offerte di lavoro online, dati istituzionali e l’esame di 174 studi sulle pratiche efficaci in materia di formazione, il rapporto Lifelong learning and skills for the future ('Apprendimento lungo tutto l’arco della vita e competenze per il futuro') avverte che, senza maggiori investimenti in sistemi di apprendimento inclusivi, queste trasformazioni rischiano di ampliare le disuguaglianze tra paesi e all’interno dei singoli paesi. “L’apprendimento lungo tutto l’arco della vita è il ponte tra i lavori di oggi e le opportunità di domani. Non riguarda solo l’occupabilità e la produttività, ma anche il sostegno al lavoro dignitoso, la promozione di una vera innovazione e la costruzione di società resilienti, rendendolo un elemento centrale di qualsiasi strategia di successo per una crescita e uno sviluppo sostenibili”, ha dichiarato il direttore generale dell’Ilo, Gilbert F. Houngbo. I cambiamenti profondi che interessano il mondo del lavoro hanno importanti implicazioni per i requisiti di competenze. Le tecnologie digitali, inclusa l’IA, stanno trasformando il modo in cui si lavora, mentre la transizione verso economie ambientalmente sostenibili sta condizionando i sistemi produttivi e le occupazioni. Allo stesso tempo, l’invecchiamento della popolazione in molte regioni aumenta le esigenze nei confronti dei lavoratori più anziani e accresce il fabbisogno di servizi di cura.
Solo il 16% delle persone tra i 15 e i 64 anni ha dichiarato di aver partecipato a una formazione strutturata nell’anno precedente all’intervista, con poche differenze tra paesi. Tra i lavoratori a tempo pieno e con contratto stabile in imprese formali, la partecipazione è più elevata: il 51% riceve formazione dal proprio datore di lavoro. Questo divario evidenzia chiare disuguaglianze nell’accesso all’apprendimento, soprattutto tra lavoratori formali e informali e tra diversi livelli di istruzione. Il rapporto mostra che i lavoratori con minore istruzione formale, occupati nel settore informale o in piccole imprese apprendono prevalentemente 'facendo', mentre altri hanno maggiori probabilità di apprendere da colleghi esperti e di accedere a una formazione strutturata. Ciò evidenzia la necessità di sistemi di apprendimento che riflettano meglio il modo in cui le persone acquisiscono competenze lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Una delle principali conclusioni del rapporto è che concentrarsi esclusivamente sulle competenze tecniche non è sufficiente. In paesi con diversi livelli di reddito, i datori di lavoro cercano sempre più combinazioni di competenze. Le competenze digitali e verdi sono importanti, ma spesso devono essere affiancate da competenze cognitive di base, socio-emotive e manuali. I lavoratori con questi profili 'completi' hanno maggiori probabilità di accedere a lavori con salari più elevati e migliori condizioni di lavoro. L’analisi originale dell’Ilo dei dati sulle offerte di lavoro online mostra una forte domanda di una combinazione tra competenze digitali, comunicative, di lavoro di squadra e di capacità a risolvere i problemi. Le competenze socio-emotive da sole rappresentano oltre la metà di quelle richieste in paesi come Brasile, Emirati Arabi Uniti e Marocco, e oltre il 40 per cento in Giordania, Egitto, Sudafrica e Uruguay. Anche le competenze cognitive e tecniche sono ampiamente richieste. Attualmente, le competenze specifiche legate all’IA rappresentano solo una piccola quota della domanda complessiva. Si prevede che questa domanda crescerà, ma riflette anche il fatto che molti lavoratori utilizzano strumenti di IA pronti all’uso che non richiedono conoscenze specialistiche. Piuttosto, si basano su solide competenze fondamentali come alfabetizzazione digitale, pensiero critico e abilità sociali. L’Ilo stima che a livello globale il 32% dei lavoratori svolga attività rilevanti dal punto di vista ambientale. Il rapporto avverte che i lavori legati alla transizione verde non sono automaticamente lavori dignitosi. Senza un’adeguata combinazione tra competenze e politiche, queste nuove opportunità potrebbero non tradursi in migliori condizioni di lavoro.
Il rapporto evidenzia inoltre il crescente fabbisogno di cura, con la domanda mondiale di lavoratori nella cura a lungo termine destinata a crescere da 85 milioni nel 2023 a 158 milioni entro il 2050. Tuttavia, molti lavoratori retribuiti nel settore della cura affrontano ancora condizioni di lavoro precarie, evidenziando come le competenze siano spesso sottovalutate e sottopagate in settori che forniscono servizi fondamentali per la società. Il rapporto invita ad adottare un approccio globale all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, che vada oltre l’istruzione formale per includere opportunità di apprendimento e formazione nei luoghi di lavoro e nella società nel suo complesso. L’apprendimento lungo tutto l’arco della vita va ben oltre l’occupabilità e la produttività. Esso è alla base del lavoro dignitoso, dell’innovazione autentica, della cittadinanza attiva e dell’inclusione sociale, il che lo rende una pietra angolare di qualsiasi strategia efficace per una crescita e uno sviluppo sostenibili. Tuttavia, in molti paesi i sistemi di apprendimento rimangono frammentati e cronicamente sottofinanziati. Anche nei paesi ad alto reddito, il 34% destina meno dell’1% dei bilanci pubblici per l’istruzione all’apprendimento e all’educazione degli adulti. Nei paesi a basso reddito, questa quota sale al 63%. I paesi ad alto reddito beneficiano generalmente di quadri istituzionali più sviluppati, ma persistono sfide significative, tra cui uno scarso coordinamento tra le istituzioni e un accesso diseguale alle opportunità di apprendimento. Nei paesi a basso reddito, ostacoli strutturali come finanziamenti limitati e infrastrutture inadeguate limitano ulteriormente la portata e l’efficacia dei sistemi di apprendimento. Governi, organizzazioni dei datori di lavoro e organizzazioni dei lavoratori hanno tutti un ruolo da svolgere. Il rapporto chiede un accesso più ampio ed equo all’apprendimento, sistemi di formazione più solidi e politiche di apprendimento lungo tutto l’arco della vita più adeguate alla vita delle persone. Il rapporto sottolinea inoltre la necessità di una governance forte, di un migliore coordinamento, di un finanziamento adeguato e del dialogo sociale. Senza un’azione decisa, avverte il rapporto, le trasformazioni che determinano il futuro del lavoro rischiano di lasciare indietro ampie fasce della forza lavoro mondiale. "L’ultimo rapporto dell’Ilo rilancia il tema dell’apprendimento permanente come infrastruttura sociale e non come semplice responsabilità individuale. Al centro, il valore delle combinazioni di competenze, il ruolo delle parti sociali e la necessità di una governance condivisa per collegare formazione, lavoro e sviluppo professionale. Una riflessione particolarmente attuale anche per l’Italia, dove il problema non è la mancanza di strumenti, ma la loro frammentazione". A fare il punto Matteo Colombo presidente della Fondazione Adapt. "Di lifelong learning o apprendimento permanente - spiega - si parla ormai da molto tempo. Il rischio è però quello di ridurlo ad uno slogan, evocato con frequenza crescente nei documenti istituzionali, nei programmi politici, nelle strategie aziendali e nel dibattito pubblico, ma ancora lontano dal tradursi in una realtà diffusa nel nostro Paese. Spunti utili per tornare a riflettere su questo tema vengono dall’ultimo rapporto Ilo, Lifelong learning and skills for the future. Il documento ha il merito di non trattare l’apprendimento permanente come una responsabilità individuale del singolo lavoratore, chiamato ad adattarsi al cambiamento. Al contrario, il lifelong learning viene presentato come una infrastruttura sociale: un insieme di condizioni istituzionali, culturali, regolative e organizzative che consentono alle persone di apprendere, vedere riconosciute le proprie competenze e utilizzarle in percorsi professionali qualificanti". "Un primo elemento di interesse contenuto nel rapporto - avverte - riguarda l’evoluzione del concetto stesso di lifelong learning. L’idea di apprendere lungo tutto l’arco della vita non è nuova, ma la sua formulazione contemporanea si afferma soprattutto nella seconda metà del Novecento, ad esempio grazie al rapporto Unesco Learning to be del 1972. Dalla fine degli anni Novanta, il termine lifelong learning tende progressivamente a sostituire quello di lifelong education. Non si tratta di un semplice cambiamento lessicale: il passaggio dall’educazione permanente all’apprendimento permanente segnala uno spostamento dalla centralità dei sistemi educativi formali a una visione più ampia, nella quale si apprende anche nel lavoro, nelle famiglie, nelle organizzazioni sociali e attraverso quindi esperienze non formali e informali". "Il concetto di apprendimento permanente - osserva - si è quindi evoluto nel tempo, ampliando progressivamente il proprio raggio d’azione. Ma l’enfasi sull’apprendimento ha anche portato, almeno in parte, alla sua individualizzazione, quasi che ciascun lavoratore posso l’esclusivo responsabile della propria adattabilità. Il report suggerisce invece di riscoprire il senso profondo, educativo e collettivo, dell’apprendimento permanente: educativo, perché riguarda la crescita integrale della persona e non solo l’aggiornamento funzionale delle competenze; collettivo, perché richiede istituzioni, diritti, tempi, risorse e responsabilità condivise. Il rapporto insiste poi su un punto particolarmente rilevante: nei mercati del lavoro contemporanei le competenze non operano isolatamente. Le imprese non domandano singole abilità slegate tra loro, ma combinazioni di competenze. È il tema degli skill bundles, utile per superare molte semplificazioni del dibattito pubblico, spesso polarizzato tra competenze tecniche, competenze digitali e soft skills, e su quali di queste garantiscono i migliori ritorni occupazionali ed economici. Nei mercati del lavoro reali conta invece la combinazione tra competenze cognitive, socio-emotive, digitali, tecniche e manuali". "Le competenze socio-emotive e cognitive - sottolinea Matteo Colombo - risultano tra le più richieste, mentre le competenze manuali, pur meno frequentemente esplicitate nelle vacancy, restano importanti in molte occupazioni, soprattutto quando sono combinate con altre competenze. Questo dato, evidenziato nel report grazie alla condivisione dei risultati di alcune survey, smentisce l’idea di un futuro del lavoro fondato esclusivamente su competenze digitali avanzate. Mostra invece che anche competenze operative o tradizionalmente considerate 'di base' possono acquisire maggiore valore se integrate con capacità cognitive, digitali e relazionali. Il rapporto mostra inoltre che i ritorni salariali crescono con la complessità delle competenze e con la loro combinazione. Le competenze cognitive sono quelle più stabilmente associate a salari più elevati. Le competenze socio-emotive, invece, possono non generare sempre un premio salariale se considerate isolatamente, ma diventano decisive quando accompagnano competenze cognitive, digitali o manageriali. Il loro valore, quindi, non si coglie soltanto guardando alla singola competenza, ma osservando le complementarità. Uno spunto che dovrebbe interrogarci, anche con riferimento al senso e alla funzione delle sempre più diffuse microcredenziali". "Evidenze relative a economie avanzate - dice - confermano questa direzione. Negli Stati Uniti, gli studi citati dall’ILO mostrano che le imprese con maggiore fatturato per lavoratore tendono a richiedere competenze cognitive e sociali più robuste, mentre la combinazione tra competenze cognitive e sociali è associata a premi salariali significativi e a migliori performance d’impresa, in termini di maggiore produttività. Anche le competenze digitali, a cui il report dedica grande attenzione, producono maggiore valore quando sono inserite in una più ampia architettura di competenze organizzative, cognitive e relazionali". "Questa evidenza - commenta - ha conseguenze dirette sulle politiche formative. Se i mercati del lavoro domandano combinazioni di competenze, la formazione continua non può essere costruita come sommatoria di moduli isolati. Non basta offrire corsi separati su digitale, comunicazione, problem solving o management. Occorre progettare percorsi capaci di integrare competenze tecniche, cognitive e socio-emotive dentro contesti professionali concreti. Questo vale a maggior ragione per la formazione degli adulti, dove l’apprendimento è efficace quando è collegato all’esperienza lavorativa, ai processi organizzativi e alle traiettorie di mobilità professionale. Anche per questa ragione, il ruolo delle parti sociali è centrale. L’Ilo sottolinea che una governance condivisa, il coordinamento tra diversi livelli, la codeterminazione di strategie di finanziamento e il dialogo sociale sono condizioni essenziali per rendere l’apprendimento permanente accessibile, efficace e sostenibile. Le organizzazioni datoriali possono contribuire a leggere e aggregare i fabbisogni delle imprese, in particolare nei settori dove la singola azienda, soprattutto se piccola o media, non dispone di strumenti adeguati ad anticipare l’evoluzione delle competenze. I sindacati possono invece far emergere i bisogni formativi dei lavoratori, soprattutto di quelli che rischiano di restare ai margini dell’offerta: adulti con basse qualifiche, lavoratori discontinui, figure esposte a riorganizzazioni produttive, persone che avrebbero bisogno di formazione ma non dispongono di tempo, risorse o informazioni sufficienti per accedervi". Per Matteo Colombo "il rapporto richiama il ruolo degli organismi settoriali per le competenze, presenti in circa il 70% dei paesi considerati. Questi organismi, spesso a composizione tripartita, contribuiscono alla produzione di informazioni sui fabbisogni professionali, alla definizione di qualifiche e standard, al coordinamento di iniziative formative e, in alcuni casi, allo sviluppo di percorsi di apprendistato e formazione work-based. E' un dato che evidenzia come la dimensione settoriale sia uno snodo privilegiato per collegare fabbisogni produttivi, standard professionali e diritti formativi. Resta però una criticità: il ruolo delle parti sociali è spesso più forte nella consultazione e nella definizione delle politiche sull’apprendimento permanente che nella loro concreta gestione, nel finanziamento e nella valutazione. Questo squilibrio indebolisce l’efficacia del lifelong learning, perché separa la definizione delle strategie politiche dalla loro effettiva attuazione. Al contrario, il valore del dialogo sociale sta proprio nella capacità di collegare domanda e offerta, innovazione e qualità del lavoro, risorse e fabbisogni effettivi, formazione e riconoscimento professionale". "Per il contesto italiano - illustra - questa lettura è particolarmente utile. Nel nostro Paese esistono già strumenti rilevanti: i fondi paritetici interprofessionali, la bilateralità, la contrattazione collettiva, l’apprendistato, il fondo nuove competenze, i sistemi regionali di formazione, il sistema educativo, e la certificazione delle competenze. Il problema non è quindi l’assenza di dispositivi, ma la loro frammentazione, oggi come ieri. La lezione dell’Ilo è che il lifelong learning funziona se diventa sistema: se collega formazione e lavoro, competenze e classificazioni professionali, risorse e fabbisogni, orientamento e transizioni, certificazione e salari". "Andare verso - spiega - un concetto ampio di lifelong learning, non ridotto a percorso individuale di adattamento, progettare percorsi formativi non frammentati in micro-competenze isolate ma finalizzati allo sviluppo di skill bundles, cioè di combinazioni di competenze tra loro complementari, e definire strategie adeguate a livello nazionale e settoriale richiede, prima di tutto, una governance condivisa tra Stato e parti sociali. Sono necessarie collaborazione, capacità di mettere a sistema gli strumenti già disponibili e una loro organizzazione coerente. Ma serve, ancora prima, chiarire la visione da perseguire: non una formazione episodica, ma un’infrastruttura permanente capace di collegare apprendimento, lavoro, riconoscimento delle competenze, produttività e qualità dell’occupazione". (di Sabrina Rosci)
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Tech: Verona teatro di 'Brain', l'incontro di Archiva Group e Sap
(Adnkronos) - L'evento 'Brain', organizzato da Archiva Group - realtà di primo piano nell'Enterprise Content and Process Management - in partnership con il colosso globale Sap, ha riunito oltre 140 tra top manager, responsabili tecnologici e specialisti di compliance. Il convegno si è concentrato sull'urgenza, per le imprese moderne, di adottare modelli operativi sempre più integrati, intelligenti e orientati alla conformità normativa, capaci di orchestrare con efficacia dati, flussi di lavoro e relazioni all'interno del perimetro Sap. Fulcro del dibattito è stato il potenziale dell'Intelligenza Artificiale: una tecnologia che, se declinata con consapevolezza e rigore strategico, rappresenta oggi una risorsa imprescindibile per l'evoluzione del business.
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Final Fantasy Resonance, il primo capitolo della serie in HD-2D
(Adnkronos) - Square Enix ha ufficializzato lo sviluppo di Final Fantasy Resonance, un progetto ambizioso destinato a ridefinire l'arco narrativo nato originariamente sui dispositivi mobili con Final Fantasy Brave Exvius. Lungi dal configurarsi come una semplice operazione di conversione, il titolo è stato interamente ricostruito e calibrato per offrire un'esperienza da console a tutto tondo, capace di mantenere intatta l'atmosfera dei grandi classici della saga. Il cuore pulsante dell'esperienza poggia su un sistema di combattimento strategico a turni, arricchito da dinamiche contemporanee che ne snelliscono il ritmo senza intaccarne la profondità logica. All'interno di una struttura narrativa che vede il ritorno degli iconici chocobo, dei maestosi esper e dei dirigibili per l'esplorazione, gli sviluppatori hanno integrato la presenza di figure leggendarie del franchise come Cloud, Tidus e il Guerriero della Luce. Il comparto visivo adotta la tecnologia HD-2D, fondendo la nostalgia della pixel art tradizionale con complessi effetti di profondità e illuminazione ambientale in tre dimensioni. La pubblicazione sul mercato è ufficialmente pianificata per il prossimo 22 ottobre 2026. Il gioco debutterà contemporaneamente su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch, su Switch 2 e su PC, dove sarà distribuito attraverso Steam e Microsoft Store. Il prezzo di listino per l'edizione standard è fissato a 59,99 €. Per gli appassionati saranno inoltre disponibili una Digital Deluxe Edition a 69,99 €, contenente diversi elementi digitali di supporto in-game, e una Collector's Edition fisica, comprensiva di colonna sonora, artbook e una carta promozionale esclusiva per il gioco di carte collezionabili ufficiale della serie.
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A Firenze si apre l'ottava edizione di First Playable
(Adnkronos) - Parte oggi a Firenze, per concludersi il 12 giugno 2026, l'ottava edizione di First Playable, il principale evento di rilevanza business dedicato al comparto videoludico in Italia. La manifestazione è organizzata dall'associazione di categoria IIDEA e da Toscana Film Commission – Fondazione Sistema Toscana, con il supporto della Regione Toscana, di Fondazione CR Firenze e dell'Agenzia ICE, d'intesa con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e sotto il patrocinio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e del Ministero della Cultura. L'obiettivo strategico dell'iniziativa consiste nel creare un punto di contatto tra la filiera produttiva italiana e i principali attori economici esteri. L'edizione di quest'anno registra la partecipazione di oltre 500 operatori professionali, tra studi di sviluppo, editori, investitori istituzionali e consulenti di settore. I lavori iniziano presso il Cinema La Compagnia con una conferenza introduttiva focalizzata sull'analisi dei macro-trend di mercato e sull'evoluzione dei quadri normativi. L'approfondimento principale è dedicato alla Polonia, designata come Paese partner per il 2026, il cui modello di sviluppo industriale rappresenta uno dei casi di studio più rilevanti nel panorama dell'intrattenimento digitale europeo. Le attività commerciali e i tavoli negoziali si sposteranno successivamente nelle sale del Palazzo degli Affari di Firenze, dove sono pianificati più di 1.000 incontri formali uno a uno. I colloqui vedranno il coinvolgimento di 55 delegati esteri provenienti da 13 nazioni, con l'inclusione per la prima volta di rappresentanti provenienti da mercati strategici quali Cina, Giappone e Corea del Sud, che si aggiungono ai partner storici europei, statunitensi e australiani. Il programma della manifestazione affianca alla componente negoziale un percorso di aggiornamento tecnico e strategico articolato in 9 workshop tematici e 9 tavole rotonde interattive, strutturate per agevolare il trasferimento di competenze tra le grandi aziende internazionali e gli studi di sviluppo emergenti. Il coordinamento con le realtà formative del territorio è presidiato da Toscana Film Commission, che presenta i percorsi didattici gratuiti attivi presso le sedi di Manifatture Digitali Cinema di Prato e Pistoia. Finanziati tramite il Programma Regionale Fondo Sociale Europeo Plus 2021–2027, tali corsi offrono specializzazioni tecniche nei mestieri dell'audiovisivo, dalla post-produzione all'animazione digitale, e i dettagli operativi sono consultabili direttamente sul portale istituzionale delle Manifatture Digitali Cinema. La promozione dell'eccellenza produttiva locale si concretizza inoltre nella cerimonia di assegnazione degli Italian Video Game Awards 2026, in programma la sera dell'11 giugno presso il Cinema La Compagnia, durante la quale una giuria di esperti conferirà 6 statuette di riconoscimento alle migliori produzioni nazionali dell'anno. L'infrastruttura economica dell'evento è sostenuta da una rete di aziende partner che vede Epic Games nel ruolo di Diamond Partner, Slitherine come Platinum Partner, Caracal Games e LCA Studio Legale in qualità di Gold Partner, e le società Xsolla e Bologna Game Farm come Silver Partner, con la documentazione ufficiale e l'agenda dei lavori aggiornata in tempo reale sul sito web dell'evento.
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