Consumi, il whisky tradizionale si rinnova: nuova identità per The Glenrothes
(Adnkronos) - in collaborazione con The Glenrothes Premiumizzazione e identità visiva potente e fuori dagli schemi. Ecco quali sono le novità nel bicchiere per il whisky, distillato con tre secoli di storia che però da venti anni vive una grandiosa età dell’oro e si dimostra capace di scrollarsi la polvere di dosso. Un esempio su tutti è quello di The Glenrothes, che presenta una nuova identità e un nuovo packaging per celebrare l’eccellenza dello Speyside scozzese. The Glenrothes è una storica distilleria scozzese fondata nella cittadina di Rothes nel 1879, una storia lunga e gloriosa ben nota agli appassionati del 'Re dei Distillati', lo Scotch Whisky, eppure la strada scelta è quella di un restyling profondo dell’immagine e di un packaging completamente riprogettato. Il restyling, curato dall’agenzia di branding e design londinese Lewis Moberly, ridefinisce l’identità visiva di The Glenrothes, costruendo una gamma coerente e immediatamente riconoscibile. La bottiglia tondeggiante iconica della distilleria è stata reinterpretata con un profilo più alto ed elegante e un collo più slanciato. Le etichette presentano le note di degustazione scritte a mano da Laura Rampling, Master Whisky Maker di Glenrothes Il packaging secondario - un cilindro a doppio strato che si apre rivelando la bottiglia - è ispirato ai legni di maturazione e ai colori della Tenuta di The Glenrothes: dal verde lichene del 15 anni alle tonalità più profonde e autorevoli del 18 e 25 anni. Il progetto nasce con un obiettivo chiaro: zero plastica, zero metallo, zero pelle. Interamente a base di carta e cartone, con uso minimo di lamina, il packaging è 100% riciclabile e in linea con l’approccio sostenibile del gruppo. La nuova gamma non punta infatti a volumi da prodotto mass market, ma a rendere l’immagine coerente con le dinamiche qualitative dell’industria del whisky. "The Glenrothes è un Single Malt dedicato a chi sa scegliere e riconoscere la qualità, un prodotto dal carattere accessibile ma dalla complessità raffinata. Eleganza, genuinità del colore, equilibrio dei legni e profondità aromatica definiscono un brand che, pur rimanendo fedele alla propria storia, entra oggi in una nuova era, spiega una nota dell'azienda. La nuova identità visiva è poi inoltre l’occasione per alzare ulteriormente l’asticella della qualità in casa Glenrothes. Scompaiono i classici imbottigliamenti con 10 e 12 anni di età e si parte direttamente dal 15 anni- una prima assoluta per la distilleria di Rothes, per poi ascendere verso l’olimpo dei Single Malt, con invecchiamenti importanti di 18 anni e 25 anni. The 15 rappresenta quindi la nuova espressione stabile della distilleria e matura per 15 anni in botti di rovere europeo ex sherry, selezionate personalmente da Laura Rampling. Il suo profilo aromatico combina frutta matura, spezie e un’eleganza commovente, con un colore 100% naturale, tratto distintivo dell’intero portafoglio The Glenrothes. Riconosciuta come “tesoro nascosto dello Speyside”, The Glenrothes si distingue per l’uso di acqua di sorgente dal contenuto minerale eccezionalmente basso e per un processo di distillazione lento, condotto in alambicchi particolarmente alti. Il risultato è un distillato di base fragrante, fruttato e di grande finezza. La distilleria è una delle poche a mantenere in vita un laboratorio interno di artigiani bottai, che restaurano e preparano migliaia di botti ogni anno. Una scelta artigianale che, unita alla filiera dei legni controllata direttamente dalla casa madre Edrington, dall’albero alla botte, garantisce una qualità costante e una personalità inconfondibile.
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Malattie rare, speranza di terapia genica per i ragazzi Lafora. "Ma servono 2 milioni"
(Adnkronos) - "Fate presto, il tempo per i nostri figli corre inesorabile, per alcuni è quasi scaduto". Se i genitori dei ragazzi colpiti da malattia di Lafora potessero mettere un desiderio sotto l'albero di Natale sarebbe quello di vedersi avvicinare la speranza di una terapia genica per questa patologia rara, e crudele. A causarla un'alterazione genetica che fa sì che si accumulino zuccheri in particolare a livello cerebrale, in assenza delle proteine che dovrebbero sintetizzarli, coinvolte nel metabolismo del glicogeno. E' un processo che comincia dalla nascita, va avanti a lungo nel silenzio. Poi la prima crisi epilettica accende il campanello d'allarme. Il più delle volte irrompe nella vita di ragazzi nel fiore dell'adolescenza. Scombina i movimenti, indebolisce, deteriora le capacità cognitive, e non si ferma. Quello che prima era semplice non lo è più: un'operazione di matematica, camminare, pensare. E la prospettiva di vita può essere di pochi anni, in media 5-10 dall'esordio dei disturbi tangibili. Lottano contro gli ostacoli di questa malattia una trentina di pazienti in Italia, e al massimo qualche centinaio nel mondo. Pochi per fare massa critica anche sul fronte della ricerca. Più volte le loro speranze sono rimaste appese a promesse di farmaci e sperimentazioni a rilento. Ora all'orizzonte potrebbe intravedersi il sogno di una terapia genica. Il progetto è già partito e ci stanno lavorando diversi scienziati con il supporto di una piccola ma combattiva realtà: l'Associazione malattie rare Mauro Baschirotto. La sua ultima missione? Mettere il turbo allo sviluppo della terapia, che si dovrebbe basare sull'utilizzo di virus adeno-associati ricombinanti come vettori per la somministrazione di geni terapeutici. Vettori contenenti una copia funzionale del gene Epm2a o Epm2b per ripristinare l'espressione delle proteine laforina e malina, la cui assenza è responsabile dell'accumulo dei corpi di Lafora e della progressiva neurodegenerazione sperimentata dai pazienti. Il trattamento prevede l'iniezione endovenosa del vettore ed è stato valutato in modelli preclinici, mostrando risultati "incoraggianti". Ma servono fondi per concretizzarli. "Oltre 2 milioni di euro - spiega all'Adnkronos Salute Anna Albarello, volto dell'associazione - cioè circa 1,1 mln per ognuno dei due vettori allo studio. Se lo sviluppo preclinico sarà completato positivamente si potrà procedere sulla strada verso i test sull'uomo". I dati della fase preclinica suggeriscono la possibilità di ottenere un recupero funzionale. Sempre nei modelli preclinici infatti sono stati osservati: riduzione dei corpi di Lafora, diminuzione dell'infiammazione cerebrale, normalizzazione della trasmissione sinaptica, e parallelamente miglioramenti delle funzioni motorie e cognitive, oltre a una ridotta suscettibilità alle crisi epilettiche. Il trattamento è stato eseguito su modelli in stadio 'giovanile', ma studi in corso stanno valutando l'efficacia anche in una fase più avanzata della malattia, per esplorarne il potenziale effetto terapeutico in condizioni più tardive del decorso patologico, come ha spiegato una delle scienziate coinvolte nella ricerca. Al momento i dati preclinici suggeriscono che l'approccio sulla carta è sicuro, ben tollerato e potrebbe avere un'efficacia correttiva dei difetti molecolari alla base della Lafora, il che aprirebbe la strada all'esplorazione di future applicazioni cliniche. L'ultimo aggiornamento sul percorso di ricerca risale a una pubblicazione scientifica di novembre 2025: sulla rivista 'Clinical and Translational Medicine' gli autori dettagliano i risultati terapeutici della terapia genica per via endovenosa osservati nei topi, spiegando che sono stati paragonabili o anche superiori a quelli ottenuti in precedenza con la più invasiva somministrazione intracerebroventricolare. A firmare il lavoro un gruppo spagnolo dell'Universidad Autónoma de Madrid con colleghi italiani dell'università di Perugia e della Fondazione Malattie rare Mauro Baschirotto Bird Onlus con sede a Longare (Vicenza). Per loro l'associazione ha lanciato diverse iniziative di raccolta fondi. Una è in programma proprio per domani, domenica 21 dicembre: si tratta della presentazione di un libro fotografico, 'L'istante presente', che si terrà al Chocohotel di Perugia. L'intero ricavato della vendita sarà devoluto all'associazione per la causa. Albarello sa bene quali sono le difficoltà delle famiglie che convivono con malattie rare come questa, perché le ha sperimentate in prima persona tanti anni fa. L'associazione è stata creata da lei e dal marito Giuseppe in memoria del figlio Mauro, morto 16enne nel 1987 per una malattia autoimmunitaria rara di origine genetica. "Ci ha sempre spronato nella ricerca", racconta Anna. E loro non si sono mai più fermati. "All'epoca in cui è morto Mauro non si sapeva ancora la causa della sua malattia, si brancolava veramente nel buio. Solo 10 anni dopo la sua morte è stato individuato il gene responsabile. Questa difficoltà di ottenere una diagnosi certa non è ancora del tutto superata oggi" per i malati rari. Le famiglie continuano a vivere spesso nell'attesa di una terapia, e fanno i conti con la solitudine che caratterizza queste patologie 'orfane'. Anna e Giuseppe ne hanno conosciute tante nel tempo.
La terapia genica è stata un sogno coltivato dall'associazione inizialmente per la leucodistrofia metacromatica, per aiutare i genitori che sperimentavano con questa malattia la sofferenza di non vedere una possibilità di cura per i propri figli. Un sogno che li ha portati all'incontro con lo scienziato Claudio Bordignon. Succedeva tanti anni fa, prima che il ricercatore assumesse la direzione dell'Istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica (SR-Tiget) di Milano per portare avanti la sfida di addomesticare i virus e renderli vettori in grado di portare versioni funzionanti dei geni difettosi in tessuti poco accessibili come il sistema nervoso. Al suo fianco in questa avventura lo scienziato Luigi Naldini che, prima negli Usa, e poi in Italia proprio al SR-Tiget, dimostrerà il potenziale del virus Hiv come 'mezzo di trasporto' per la terapia genica. "Bordignon aveva iniziato questo percorso nello scetticismo, noi che avevamo sentito parlare dei suoi studi sulla terapia genica gli chiedemmo se si potesse applicare anche alla leucodistrofia metacromatica. Lo abbiamo finanziato a lungo per aiutarlo a portare il progetto alla fase preclinica". Poi negli anni successivi l'intervento di Telethon, e il resto è storia: nel 2010 viene trattato il primo bambino affetto dalla forma tardo-infantile di leucodistrofia metacromatica, Mohamad; nel 2013 vengono resi noti al mondo i primi risultati di questa terapia genica su un gruppo di bambini, con una pubblicazione su 'Science'. Nel 2015 si chiude il primo studio di fase 1-2 e sotto il coordinamento del ricercatore Alessandro Aiuti il percorso va avanti offrendo una speranza ad altri pazienti che vengono a Milano da tutto il mondo. La terapia otterrà il via libera definitivo della Commissione europea nel 2020. "Una cosa meravigliosa e commovente. Noi abbiamo visto curata una bambina con Mld della nostra associazione", racconta Anna. La speranza ora è di veder realizzare lo stesso 'miracolo scientifico' per la malattia di Lafora. Una causa sposata dopo l'incontro con una mamma di Perugia che ha convinto Anna e Giuseppe a raccogliere la sua richiesta di aiuto e la nuova sfida. "Così - racconta Anna - abbiamo riunito esperti internazionali e italiani della malattia e abbiamo cercato di capire quali potessero essere le strade da percorrere. Abbiamo poi lanciato un bando per la terapia genica di 150mila euro iniziali. Da qui è decollata la collaborazione fra il team spagnolo e l'università di Perugia che già aveva cominciato a lavorare sulla Lafora". Adesso il percorso si trova a uno snodo cruciale: "Il progetto è in una fase molto avanzata - assicura Anna - e per poter pensare a un trial clinico si devono far testare questi vettori da una company esterna e fare tutte le prove". E' l'obiettivo che si punta a raggiungere con la ricerca di fondi avviata (le informazioni sono sul sito web dell'associazione, https://www.baschirotto.com/index.php/progetto-lafora/ ). "Siamo impegnati in una corsa contro il tempo per trovare la cifra necessaria a portare ancora più avanti il progetto - dice Anna - Vorremmo sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza di tutto questo. Perché l'accumulo di glicogeno alla base della malattia di Lafora non è raro, e una terapia potrebbe aprire una grande strada anche per altre malattie metaboliche. L'articolo scientifico uscito di recente e altri due in pubblicazione a breve dimostrano che si sta andando avanti molto bene. Noi riceviamo tante telefonate, tanti appelli dai genitori Lafora, che assistono impotenti alla degenerazione di tutte le funzioni dei loro ragazzi. Sono situazioni di grande sofferenza e vorremmo riuscire ad aiutarli. Non siamo soli. In molti ci stanno già dando una mano", conclude.
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0Uno studio del MIT svela come "ringiovanire" il sistema immunitario tramite il fegato
(Adnkronos) - L’efficienza del sistema immunitario subisce un progressivo deterioramento dovuto all'avanzare dell'età. Le popolazioni di linfociti T si riducono e perdono la capacità di reagire tempestivamente ai patogeni, rendendo l'organismo più vulnerabile a infezioni e malattie. Una nuova ricerca condotta dal MIT, pubblicata sulla rivista Nature, suggerisce tuttavia una via innovativa per invertire questo processo: utilizzare il fegato come "fabbrica temporanea" per produrre i segnali biochimici tipici del timo. Il timo, un piccolo organo situato davanti al cuore, è il sito primario di maturazione dei linfociti T. Qui le cellule immature vengono "addestrate" a riconoscere i patogeni e ricevono segnali di sopravvivenza essenziali. Tuttavia, già all'inizio dell'età adulta, il timo inizia a rimpicciolirsi, un processo noto come involuzione timica. Intorno ai 75 anni, l'organo risulta essenzialmente non funzionale, causando un crollo nella produzione di nuove difese immunitarie. "Man mano che invecchiamo, il sistema immunitario inizia a declinare. Volevamo riflettere su come mantenere questo tipo di protezione immunitaria per un periodo di tempo più lungo", spiega Mirco Friedrich, ex postdoc del MIT e autore principale dello studio. Invece di tentare la rigenerazione del tessuto timico, il team guidato da Feng Zhang ha adottato un approccio di biologia sintetica. L'idea è quella di programmare temporaneamente le cellule del fegato (epatociti) affinché secernano tre fattori chiave per la maturazione dei linfociti T: DLL1, FLT-3 e IL-7.
La scelta è ricaduta sul fegato per la sua elevata capacità di sintesi proteica e per la facilità con cui può essere raggiunto tramite l'mRNA veicolato da nanoparticelle lipidiche. Inoltre, poiché tutto il sangue circolante passa attraverso il fegato, i linfociti T possono entrare in contatto diretto con i segnali di ringiovanimento prodotti localmente. "Il nostro è un approccio più sintetico", afferma Zhang. "Stiamo ingegnerizzando l'organismo affinché imiti la secrezione dei fattori timici". I test condotti su modelli murini di 18 mesi (equivalenti a circa 50 anni umani) hanno mostrato risultati significativi. Dopo quattro settimane di trattamento con iniezioni multiple di mRNA, le popolazioni di linfociti T sono aumentate sia in termini numerici che funzionali.
Lo studio ha evidenziato due benefici principali: Risposta ai vaccini: nei topi trattati, la popolazione di linfociti T citotossici specifici per un antigene vaccinale è raddoppiata rispetto ai controlli. Lotta ai tumori: in combinazione con i farmaci inibitori dei checkpoint (come quelli che bersagliano la proteina PD-L1), il trattamento a mRNA ha drasticamente migliorato i tassi di sopravvivenza e la longevità degli animali affetti da tumore. "Se riusciamo a ripristinare qualcosa di essenziale come il sistema immunitario, speriamo di poter aiutare le persone a rimanere libere da malattie per un periodo più lungo della loro vita", conclude Feng Zhang. La ricerca ora punta a identificare ulteriori fattori di segnalazione e a valutare l'impatto del trattamento su altre cellule immunitarie, come i linfociti B. Crediti immagine di cover: NIAID
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Le minicar sono sempre più presenti nelle città italiane
(Adnkronos) - Le minicar si affermano sempre più come soluzione di mobilità urbana nel panorama italiano. A certificarlo è una ricerca di mercato condotta da Ipsos Doxa nel novembre 2025 per conto di Aixam Mega Italia, leader europeo nella produzione di minicar. L’indagine, basata su 1.088 interviste face-to-face a un campione rappresentativo della popolazione italiana dai 15 anni in su, evidenzia come questa categoria di veicoli sia ormai parte integrante del paesaggio urbano: l’86% degli intervistati dichiara di aver sentito parlare delle minicar, segnale di un’elevata familiarità trasversale alle fasce d’età. I vantaggi maggiormente riconosciuti dai giovani sono legati all’utilizzo quotidiano in città grazie a:
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La Defender traccia il futuro della Dakar, chilometro dopo chilometro
(Adnkronos) - Nel mondo dei rally raid non esistono scorciatoie. Prima che un solo concorrente prenda il via, il percorso della Dakar Rally deve essere esplorato, testato e validato in ogni singolo metro. È qui che entra in gioco Defender, partner ufficiale della competizione più dura dell’off-road mondiale, chiamata a svolgere un ruolo chiave dietro le quinte della gara. All’interno di una partnership quadriennale con gli organizzatori, JLR ha messo a disposizione una flotta di Defender altamente specializzate, progettate per affrontare settimane di lavoro nel deserto. I primi due esemplari sono già operativi in Arabia Saudita, impegnati nella definizione del tracciato del Dakar Rally 2026, attraversando zone remote dove affidabilità e resistenza non sono un’opzione, ma una necessità assoluta. Le Defender da ricognizione derivano dalla versione 110 P300, ma vengono profondamente modificate con un allestimento specifico da rally. L’abitacolo è configurato per tre occupanti, con roll-cage completa e sedili dotati di cinture a quattro punti, così da aumentare lo spazio per le attrezzature necessarie alle lunghe missioni nel deserto. Il motore quattro cilindri P300 resta di serie, ma viene affiancato da un kit di raffreddamento dedicato e da una presa d’aria rialzata, studiata per garantire la massima efficienza anche nelle condizioni di polvere più estreme. L’assetto è ottimizzato con ammortizzatori specifici da rally, mentre la protezione del sottoscocca è rinforzata per affrontare fondi duri e irregolari. Completano la dotazione pneumatici all-terrain su cerchi da 18 pollici, punti di recupero rialzati e un portapacchi con capacità di carico fino a 132 kg.
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Honda EV Outlier Concept: al Japan Mobility Show 2025 cambia il linguaggio delle moto elettriche
(Adnkronos) - Al Japan Mobility Show 2025, Honda sceglie di rompere gli schemi e di affrontare il tema dell’elettrico da una prospettiva radicalmente diversa. L’EV Outlier Concept non nasce per dimostrare che una moto elettrica può sostituire un modello tradizionale, ma per mettere in discussione l’idea stessa di motocicletta. È un progetto che prende le distanze da riferimenti consolidati e utilizza l’elettrificazione come strumento creativo, non come semplice soluzione tecnica. L’approccio è chiaro fin dall’inizio: azzerare i valori esistenti e costruirne di nuovi. Il risultato è una moto che non imita il passato e non cerca rassicurazioni estetiche, ma propone un’esperienza inedita, pensata attorno a sensazioni, postura e interazione. L’elettrico secondo Honda diventa così il punto di partenza per ridefinire proporzioni, dinamica e percezione della guida. Il percorso progettuale si basa su un confronto continuo tra competenze diverse, culture e visioni internazionali. Designer e ingegneri lavorano senza confini rigidi, condividendo idee e mettendo in discussione ogni certezza. Da questo metodo nasce un concept che rifiuta soluzioni convenzionali e costruisce una propria identità, lontana dagli schemi del mondo termico. Il linguaggio dell’EV Outlier Concept si articola attorno a tre elementi chiave. Il primo è “Gliding”, una guida fluida e silenziosa, in cui accelerazione, frenata e percorrenza di curva si susseguono senza interruzioni, creando una sensazione di scorrimento continuo. Il terzo elemento è “Low”, legato alla posizione di guida. La seduta ribassata modifica il punto di vista del pilota e trasforma la percezione della velocità e dell’accelerazione. Le proporzioni enfatizzano questa impostazione, con un frontale più presente e un poggiaschiena che assorbe le forze longitudinali, permettendo di controllare la moto attraverso il corpo.
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SYM Italia accelera: crescita a doppia cifra e strategia definita nel 2026
(Adnkronos) - Il 2025 si chiude come un anno chiave per SYM Italia, che registra una crescita del 12%, un risultato nettamente superiore all’andamento medio del mercato scooter. Un dato che certifica la solidità della filiale italiana all’interno di un gruppo globale strutturato: la Casa Madre di Taiwan è oggi il settimo costruttore di scooter al mondo, un posizionamento che garantisce visione industriale, continuità e capacità di investimento. Nel mercato italiano, SYM consolida il quarto posto tra i principali player e, per la prima volta, presidia stabilmente la terza posizione nel ranking degli scooter targati per una parte significativa dell’anno. La quota di mercato raggiunge l’11%, mentre la base clienti supera i 220.000 utenti. Le immatricolazioni raccontano un percorso chiaro: dalle circa 9.000 unità del 2019 si arriva alle oltre 22.000 previste a fine anno. Questi numeri sono il frutto di una strategia condivisa con la rete dei concessionari, considerati partner centrali nello sviluppo del brand. L’espansione della gamma procede infatti in parallelo con il rafforzamento della rete commerciale e dell’organizzazione sul territorio. Il percorso di crescita prosegue con investimenti mirati: nuova sede, formazione tecnica avanzata per i meccanici e potenziamento della logistica di veicoli e ricambi. Resta centrale anche la garanzia di 4 anni con assistenza stradale, elemento distintivo che rafforza la fiducia dei clienti nel lungo periodo. La Strategia SYM 2026 punta ad ampliare la gamma, aumentare il valore percepito dei modelli, consolidare la capillarità della rete e rafforzare i servizi post-vendita lungo tutto il ciclo di vita del veicolo. L’approccio alla mobilità resta pragmatico: soluzioni concrete, senza forzature tecnologiche. In questo scenario, l’Italia assume un ruolo strategico: rappresenta circa un terzo del mercato europeo del marchio.
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Mercedes-Benz VLE: il nuovo MPV elettrico debutta a Stoccarda nel 2026
(Adnkronos) - Il 10 marzo 2026 segnerà un passaggio chiave nella strategia di elettrificazione Mercedes-Benz a Stoccarda, città simbolo della nascita dell’automobile, debutterà in anteprima mondiale la nuova Mercedes-Benz VLE full electric. Un modello destinato a inaugurare una fase completamente nuova nel mondo dei VAN della Stella, sia per impostazione tecnica sia per posizionamento sul mercato. La VLE sarà infatti il primo veicolo Mercedes-Benz sviluppato sulla nuova piattaforma modulare dedicata ai VAN elettrici, una base progettata per accompagnare l’evoluzione futura della gamma a zero emissioni. Non si tratta solo di un cambio tecnologico, ma di un vero ripensamento del concetto di mobilità premium applicato ai veicoli multifunzionali. La nuova Mercedes-Benz VLE elettrica nasce con l’obiettivo di unire due mondi solo apparentemente lontani: il comfort raffinato e la qualità di marcia tipici di una limousine Mercedes-Benz, e la flessibilità operativa propria di un MPV moderno. Un equilibrio studiato per rispondere alle esigenze di una clientela sempre più eterogenea. L’abitacolo potrà ospitare fino a otto passeggeri, offrendo soluzioni intelligenti per la gestione dello spazio e configurazioni pensate per adattarsi a utilizzi molto diversi tra loro. Dalle famiglie numerose ai professionisti del trasporto premium, la VLE promette un ambiente modulabile, accogliente e tecnologicamente avanzato, in linea con i più recenti standard del marchio. La futura gamma VLE sarà infatti articolata su più declinazioni: dai veicoli pensati per la mobilità quotidiana e il tempo libero, fino a versioni dedicate al servizio shuttle di alto livello, dove comfort, silenziosità di marcia e immagine premium rappresentano elementi centrali.
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LoJack e Arval insieme per rafforzare la sicurezza delle flotte aziendali
(Adnkronos) - La tutela delle flotte aziendali è oggi una delle principali sfide per il mondo del noleggio a lungo termine. In questo contesto si inserisce la collaborazione tra LoJack Italia e Arval Italia, una partnership avviata nel 2019 che ha prodotto risultati concreti e misurabili nel contrasto ai furti di veicoli. I dati parlano chiaro: 516 mezzi recuperati in meno di sei anni, per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro. Un bilancio che testimonia l’efficacia di un approccio integrato, basato su tecnologie evolute e su un presidio operativo costante. L’accordo interessa oggi una flotta di circa 55.000 veicoli Arval, destinati a dipendenti di aziende, pubbliche amministrazioni e professionisti. Il fenomeno dei furti d’auto colpisce sempre più spesso i veicoli aziendali, indipendentemente dal segmento di appartenenza. Utilitarie, SUV e modelli premium finiscono nel mirino di organizzazioni criminali che fanno uso di strumenti sofisticati, come i jammer, capaci di neutralizzare i sistemi di localizzazione tradizionali. In questo scenario, la prevenzione e la rapidità di intervento diventano fattori determinanti per limitare i danni economici e operativi. Secondo LoJack, l’adozione di soluzioni hi-tech dedicate alle flotte consente di ottenere percentuali di recupero nettamente superiori alla media nazionale, rafforzando la protezione degli asset e la continuità del servizio per i driver. La soluzione LoJack per flotte aziendali si fonda su tre elementi chiave. Il primo è la tecnologia proprietaria in radiofrequenza, integrata con GPS e GSM, capace di localizzare i veicoli anche in ambienti schermati come garage sotterranei o aree isolate. Il secondo pilastro è una centrale operativa attiva H24, che supporta il driver in tutte le fasi successive al furto, dalla denuncia fino al coordinamento delle attività di recupero. A questo si aggiunge un team di specialisti che opera sul territorio in collaborazione con le Forze dell’Ordine.
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Il record di Valeria e Flaminia, da 10 anni vivono con un cuore artificiale
(Adnkronos) -
Da 10 anni vivono grazie a un cuore artificiale, uno 'zainetto' salvavita che portano sulle spalle o tengono in borsa e che permette al loro ventricolo sinistro di pompare sangue e ossigeno a organi e tessuti. Sono Valeria e Flaminia, le due pazienti con cuore artificiale più longeve seguite dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e probabilmente tra le più longeve del mondo - spiegano dall'azienda socio sanitaria territoriale - considerando che la sopravvivenza media a 5 anni dall'impianto riportata in letteratura è del 58%. Loro hanno smentito questa soglia, stanno bene e hanno ancora tanta voglia di vivere. Valeria Pedretti, classe 1945, è una suora dell'Istituto Palazzolo di Bergamo che si prende cura delle sue consorelle anziane e malate; Flaminia Rossi, classe 1947, è una casalinga con la passione per i viaggi. Sono rinate nel 2015: per questioni anagrafiche non potevano essere candidate al trapianto - gold standard nella cura dell'insufficienza cardiaca terminale - e nel loro petto è stato impiantato un Ventricular Assist Device o Vad. Si tratta di un dispositivo composto da una pompa posizionata all'interno del torace e collegata al cuore, descrive una nota dell'Asst ospedale Papa Giovanni XXIII. La pompa aiuta il cuore a spingere il sangue nel corpo, creando un flusso continuo dal ventricolo sinistro all'aorta; è controllata da un piccolo computer (controller) e alimentata da due batterie. Controller e batterie sono posizionati all'esterno del corpo e collegati tra loro tramite un cavo che esce dall'addome. Il risultato è appunto una sorta di zainetto che si può indossare sulle spalle oppure riporre in borsa, con la possibilità per il paziente di ricaricare le batterie di alimentazione in totale autonomia. "Valeria e Flaminia sono l'esempio più concreto di come il Vad oggi non sia solo un 'ponte' verso il trapianto, ma anche una soluzione definitiva per chi ha una grave insufficienza cardiaca, ma non può essere inserito in lista d'attesa per limiti di età o per altre condizioni che li rendono incompatibili con un trapianto di cuore - afferma Amedeo Terzi, responsabile del Centro trapianti di cuore dell'ospedale bergamasco - Entrambe hanno una buona qualità della vita e svolgono anche attività non scontate con la loro malattia: Valeria si prende ancora cura con tanta dedizione delle sue consorelle meno fortunate di lei e Flaminia si divide fra la cura della casa e i viaggi". Questo perché "i progressi tecnici dei sistemi meccanici che supportano un cuore molto malato negli ultimi anni sono stati straordinari" e "oggi possiamo contare su dispositivi molto piccoli e performanti", sottolinea Michele Senni, direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell'azienda orobica. "La sfida della ricerca in questo campo è riuscire a fare a meno del cavo che unisce la pompa al controller e alle batterie attraverso sistemi wireless e migliorare la biocompatibilità della pompa impiantata a contatto con il cuore", prospetta l'esperto. "Difficilmente però si arriverà a poter fare a meno dei trapianti da cadavere - precisa Attilio Iacovoni, cardiologo del Papa Giovanni che segue il decorso di questi pazienti - Si sta lavorando per arrivare a un meccanismo che possa sostituire entrambi i ventricoli, ma la strada da percorrere è ancora lunga e non priva di difficoltà". Finora Valeria e Flaminia hanno evitato le complicanze più comuni dei Vad, come ictus, emorragie, infezioni e malfunzionamenti del ventricolo destro non supportato dalla pompa. "Questione probabilmente di fortuna - osservano i medici - che però va di pari passo con le cure scrupolose" offerte dai professionisti che a Bergamo le seguono da tanti anni. "La risposta che diamo - evidenzia Alessandro Amorosi, direttore sanitario dell'Asst Papa Giovanni XXIII - è sempre calibrata sul bisogno di salute del paziente che abbiamo davanti, in un'ottica di appropriatezza degli interventi e di beneficio finale per il paziente e per la sua qualità di vita. La ricerca e la tecnologia ci daranno soluzioni sempre più numerose e performanti. Il lavoro dei professionisti della salute sarà sempre più in futuro quello di individuare la soluzione più adatta per ogni tipologia di condizione e di paziente, per una medicina sempre più di precisione e ritagliata sui reali bisogno della persona, in un'ottica anche di sostenibilità e miglioramento sempre più deciso degli outcome di cura". Al Papa Giovanni XXIII vengono impiantati ogni anno dai 10 ai 12 Vad in pazienti con insufficienza cardiaca terminale, come ponte al trapianto oppure come soluzione definitiva per chi non può essere in lista d'attesa. "Il nostro Dipartimento cardiovascolare si distingue nel panorama nazionale e non solo per la capacità di dare una risposta a un range molto ampio di pazienti, che vanno dal neonato che nasce con un cuore malato al grande anziano, con al centro una fitta e variegata casistica di persone che devono fare i conti con problematiche cardiache trattate secondo i più recenti standard di cura e le novità scientifiche che la ricerca, condotta anche all'interno del nostro centro, riesce a offrire alla clinica di tutti giorni - dichiara il Francesco Locati, direttore generale dell'Asst - Valeria e Flaminia credo siano l'esempio più concreto dei traguardi che si riescono a ottenere quando la tecnologia incontra la competenza e la dedizione dei nostri professionisti". "Di fronte a storie come quelle di Valeria e Flaminia è impossibile non provare una profonda emozione e, allo stesso tempo, un grande senso di responsabilità istituzionale - rimarca Marcella Messina, assessora alle Politiche sociali, Salute, Sport e Longevità del Comune di Bergamo - Due donne diverse per percorso di vita, età e scelte, ma unite da una straordinaria forza interiore e da una fiducia incrollabile nella vita e nella cura. Il fatto che da 10 anni convivano con un cuore artificiale, superando limiti anagrafici, prognosi complesse e statistiche che spesso parlano di percentuali e non di persone, rappresenta un messaggio potente per tutta la nostra comunità. E' la dimostrazione concreta di come l'innovazione tecnologica, quando è accompagnata da competenze cliniche di altissimo livello e da una presa in carico umana e continuativa, possa trasformare una condizione di estrema fragilità in una nuova possibilità di vita dignitosa. Come assessore alle Politiche sociali e alla salute sento il dovere di esprimere gratitudine nei confronti dell'ospedale Papa Giovanni XXIII, ma anche quello di ribadire l'importanza di un sistema sanitario pubblico che non lascia indietro nessuno. Lo 'zainetto' di Valeria e Flaminia non è soltanto un dispositivo medico, ma è il simbolo di una sanità che accompagna, sostiene e restituisce futuro". Commenta monsignor Giulio Dellavite, portavoce della Diocesi di Bergamo: "Si sta per chiudere il Giubileo che ha invitato tutti a essere pellegrini di speranza. Uno dei simboli caratteristici sia del pellegrino è lo zaino. Queste storie consegnano a tutti noi uno zainetto di speranza, mostrando la speranza non come ottimismo buonista natalizio, ma come caparbietà ostinata quotidiana capace di sfidare il peggio. Ce lo insegnano sia le protagoniste che il personale sanitario. C'è estremo bisogno di questo: ne ha bisogno il mondo, ne ha bisogno la società, ne ha bisogno ciascuno. E' la forza della vita che vince la notte più buia, la stessa che si celebra guardando la grotta Betlemme e che in loro per noi oggi diventa realtà e testimonianza di possibilità per altri".
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