Economia circolare, Giovannini (ASviS): "Puntare su regole omogenee e innovazione"
(Adnkronos) - “Siamo leader in economia circolare ma per raggiungere i target Ue occorre migliorare la governance con regole omogenee a livello territoriale, continuando a puntare sull’innovazione”. Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), in una intervista all’Adnkronos, fotografa progressi e limiti della filiera dell’economia circolare in Italia. “I dati mostrano che la filiera italiana è una delle leader a livello internazionale: tra i 17 indicatori compositi dell'Agenda 2030, che l'ASviS calcola ogni anno, quello relativo all'obiettivo 12, dell'economia circolare, presenta la crescita maggiore e anche un incremento generalizzato nelle diverse regioni italiane. Tutto ciò, però, non è sufficiente a raggiungere i target europei né ad utilizzare al meglio le tecnologie che consentirebbero un ulteriore salto della nostra manifattura all'insegna della circolarità della materia e della sostenibilità”, premette Giovannini. “Nel corso del 2025 abbiamo fatto uno studio - spiega - sul ruolo del deposito cauzionale sui contenitori di plastica, in alluminio e in vetro, uno strumento che sta avendo effetti estremamente significativi nei paesi europei che l'hanno già introdotto o lo stanno introducendo. E siamo molto contenti che proprio a seguito della nostra iniziativa ora ci sia una proposta di legge in Parlamento per la sua introduzione”. Non solo. C’è anche un tema, centrale, relativo alla governance. “Purtroppo, abbiamo regolamentazioni regionali abbastanza diversificate su ciò che è rifiuto e cosa è materia prima seconda, e quindi riutilizzabile. Anche dal punto di vista della governance del sistema possiamo e dobbiamo fare dei salti importanti perché il resto del mondo non sta fermo: pensiamo all’introduzione, appunto, del deposito cauzionale ma anche a quello che sta accadendo al mercato internazionale delle plastiche vergini provenienti da altre parti del mondo in maniera non sostenibile, i cui prezzi sono crollati. Una considerazione riguarda, poi, l'efficienza delle pubbliche amministrazioni per assicurare la filiera del riciclo, a partire dalla raccolta differenziata, e il sostegno dei cittadini a questo tipo di operazione, per i quali la situazione è a pelle di leopardo”. In questo quadro un mercato europeo unico delle materie prime seconde potrebbe agevolare i progressi nell'ambito del riciclo “perché le economie di scala contano anche in questo settore ed è proprio la diversità nelle definizioni che frena l'applicazione nel nostro paese. Ricordiamo, poi, che il negoziato internazionale per il trattato sulla plastica è stato bloccato dall'opposizione di alcuni Paesi (tra cui la Russia, l'India e l'Arabia Saudita), il che non favorisce Paesi come l'Italia che hanno fatto passi importanti verso il riciclo". In vista del Circular Economy Act un ruolo chiave, secondo Giovannini, è affidato all’innovazione tecnologica (“è una gara, il resto del mondo non sta fermo”) e all’ecodesign affinché si punti al riuso della materia (“ancor più necessario nel momento in cui si crea una filiera anche europea”). Ma, insiste, “bisogna armonizzare definizioni e approcci. Fare delle riforme o delle nuove normative a livello europeo e poi destinare alle singole Regioni l'attuazione, magari ognuno con standard diversi, non ci farebbe fare grandi passi avanti. Quindi le politiche nazionali devono assicurare la standardizzazione, gli investimenti in questa direzione e dunque anche l'omogenizzazione delle regole”. Su tutto pesa, però, il costo dell’energia. “Su questo l'Italia non sta facendo quello che dovrebbe benché le tecnologie rinnovabili stiano procedendo a grande velocità, grazie a innovazioni nello stoccaggio, quindi nella continuità dei sistemi, e verso l'uso dell'intelligenza artificiale nelle reti di gestione - conclude - E invece si continua a frenare il passaggio alle rinnovabili, magari affidandosi al gas liquefatto che viene dagli Stati Uniti e che è costosissimo”.
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Annunciati i vincitori della prima edizione dei Defender Awards
(Adnkronos) - Land Rover ha annunciato i vincitori della prima edizione dei Defender Awards: progetti di conservazione e impegno umanitario premiati con una Defender 4x4 per due anni, un fondo da 120.000 euro erogabile in due anni e un supporto formativo a cura di professionisti esperti. Il gruppo britannico aveva lanciato l’iniziativa per riconoscere e premiare gli eroi in quattro categorie: land, wild, humanity e sea. I vincitori globali, selezionati da una rosa di 56 candidati, si sono distinti in ambiti quali la protezione della flora e fauna in Italia, la biodiversità e il recupero ecologico in Regno Unito e Giappone, la prevenzione sanitaria in Australia e la protezione marina in Francia e Sudafrica. I Defender Awards rappresentano un investimento mondiale di 1 milione di sterline e consolidano un impegno del brand di lunga data, a favore delle cause umanitarie e ambientali, proseguendo una tradizione che vede l’azienda da 70 anni al fianco della Croce Rossa Britannica e da oltre 20 anni al fianco di Tusk, l’ente per la conservazione in Africa. I vincitori sono stati scelti da una giuria internazionale di esperti e le candidature sono state valutate sulla base dell’aderenza alla categoria di appartenenza, all’impatto del progetto, al livello di innovazione nelle operazioni e al contributo che una Defender 4x4 può apportare allo svolgimento delle attività. Per l'Italia è stato selezionato - nella categoria 'Defenders of the Wild' - il progetto Salviamo l’Orso, promosso dall’associazione che ha come missione la tutela dell’orso bruno marsicano, una sottospecie endemica dell’Appennino centrale di cui sopravvivono circa 60 individui tra Abruzzo, Lazio e Molise. L’associazione lavora sul campo per ridurre il conflitto tra uomo e orso, mettendo a sistema strumenti fisici quali recinzioni elettrificate e cassonetti a prova d’orso, così come attività educative e di supporto alle comunità locali. L’obiettivo è il ripristino degli ecosistemi e la messa in sicurezza del territorio attraverso interventi su frutteti, chiusura o recinzione delle pozze che costituiscono una potenziale trappola mortale per la fauna selvatica, rimozione del filo spinato e dei rifiuti, monitoraggio delle specie. Attiva in oltre 10 comuni, ad oggi sono state installate più di 500 recinzioni e sono ospitati ogni anno fino a 80 volontari europei, fondamentali per le attività e per diffondere la cultura della conservazione sul territorio attraverso un’opera di conservazione di prossimità. La proposta avanzata lavorerà su due filoni principali: la riduzione del conflitto con l’uomo e il miglioramento ambientale.
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Maltempo e crisi idrogeologica: la fragilità del Sud Italia sotto la lente dei geologi
(Adnkronos) - I recenti fenomeni meteorologici che hanno colpito Sardegna, Calabria e Sicilia hanno evidenziato, ancora una volta, la vulnerabilità strutturale del Mezzogiorno di fronte alla crisi climatica. Non si tratta solo di emergenza meteorologica, ma di una fragilità territoriale intrinseca, aggravata da decenni di consumo di suolo e da una pianificazione spesso frammentaria. I dati tecnici delineano un quadro allarmante per la stabilità dei litorali. Secondo il Dossier “Erosione costiera in Sicilia 2024” curato da Legambiente, la Sicilia detiene il primato nazionale per percentuale di coste esposte a rischi geomorfologici. Le statistiche derivanti dal Piano per l’Assetto Idrogeologico Siciliano (2021) confermano la gravità della situazione: il 43,6% del territorio costiero è classificato a rischio elevato, mentre il 32,9% ricade nella categoria a rischio molto elevato. Come sottolineato dagli esperti, si tratta di numeri destinati a crescere a causa della maggiore frequenza di fenomeni ciclonici estremi. La gestione del dissesto idrogeologico richiede un cambio di paradigma tecnologico e progettuale. L'approccio tradizionale, basato su interventi localizzati, si è dimostrato spesso controproducente, limitandosi a trasferire l'energia erosiva ai tratti costieri limitrofi.
Filippo Cappotto, Vice Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, evidenzia la necessità di una visione sistemica: “L’impatto degli eventi estremi, come il ciclone Harry, si abbatte su territori impreparati a sostenere la loro forza distruttiva. Ancora una volta paghiamo il prezzo di un consumo di suolo eccessivo in aree costiere e di una visione complessiva troppo limitata”. La soluzione risiede in una programmazione che integri modelli di monitoraggio avanzati e opere di consolidamento su larga scala. Secondo Cappotto, è fondamentale “pianificare lo sviluppo futuro delle nostre coste, prevedere azioni di protezione e consolidamento su larga scala, limitando gli interventi puntuali che se pur mitigando una criticità specifica spesso trasferiscono il problema al tratto costiero limitrofo, e tenere conto di mutati scenari di pericolosità”. L'intensificarsi della frequenza degli eventi estremi impone ai decisori politici e tecnici di considerare le variazioni climatiche non come un'eccezione, ma come una "forzante" costante nelle fasi di programmazione. “Eventi estremi sempre più frequenti si abbattono su territori impreparati a reggerne l’impatto, la forzante metereologica connessa alle variazioni climatiche è una questione che interessa il territorio nella misura in cui si parla soprattutto di fragilità”, afferma il Vice Presidente del CNG, ribadendo che la sicurezza pubblica passa necessariamente attraverso una nuova consapevolezza geologica del territorio.
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Audiovisivo e innovazione: la digitalizzazione del reclutamento creativo
(Adnkronos) - Il settore audiovisivo e creativo si conferma uno dei motori più dinamici dell’economia italiana, pur presentando una paradossale carenza di strutture nel mercato del lavoro. Tra cinema, televisione, moda e contenuti digitali, il comparto genera complessivamente decine di miliardi di euro ogni anno, coinvolgendo centinaia di migliaia di professionisti. Tuttavia, l’accesso alle opportunità professionali resta spesso affidato a canali informali, passaparola e reti social non strutturate, limitando la trasparenza e l’efficienza del sistema. Le dimensioni economiche dell’ecosistema dei media in Italia giustificano la necessità di un'evoluzione tecnologica. Il solo settore audiovisivo nazionale ha superato la soglia dei 16 miliardi di euro di valore, mentre l’intero comparto dei contenuti, includendo il digitale e i social media, si attesta vicino ai 50 miliardi. Nonostante questo peso strategico, le pratiche di reclutamento generano spesso dispersione di competenze e costi elevati in termini di tempo per le produzioni, siano esse grandi aziende consolidate o realtà internazionali che operano sul territorio italiano. In questo scenario si inserisce il debutto, avvenuto il 15 gennaio 2026, di Cinple, una piattaforma digitale progettata per centralizzare l'incontro tra talenti e aziende. L'iniziativa punta a ridurre le asimmetrie informative attraverso un’infrastruttura che integra profili professionali verificati e sistemi di matching basati sulle competenze. L'approccio mira a sostituire i modelli di selezione obsoleti con strumenti progettati per valorizzare il capitale umano in modo meritocratico. L'obiettivo dichiarato è quello di "ridurre le asimmetrie informative e i costi di intermediazione che oggi rallentano il funzionamento del mercato del lavoro creativo, avvicinandolo a modelli già consolidati in altri settori dell’economia". Il progetto, avviato da un team di fondatori composto da Leonardo Rosalba, Elisa Campodonico, Alessio Nisati e Filippo Prevete, ha beneficiato dei finanziamenti di Invitalia nell'ambito del sostegno alla nuova imprenditorialità. L'ingresso successivo di investitori privati ha portato la raccolta complessiva a circa 300.000 euro, a conferma della validità economica di soluzioni volte a incrementare la trasparenza nel settore culturale. Oltre all'impiego operativo immediato, la roadmap dello sviluppo prevede l'implementazione di servizi dedicati alla formazione e al networking professionale. Questo percorso di medio-lungo periodo ambisce a rafforzare la competitività del comparto italiano in un contesto internazionale sempre più sfidante. La piattaforma è accessibile all'indirizzo www.cinple.it e mantiene una presenza attiva sui principali network professionali e social, dove vengono condivisi aggiornamenti e dinamiche relative all'evoluzione del mercato creativo.
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Un Dna antico di 5.500 anni fa riscrive le origini della sifilide
(Adnkronos) - Gli scienziati lo hanno recuperato da antichi resti umani in un riparo roccioso vicino a Bogotà, in Colombia, risalenti a 5.500 anni fa. E' un genoma del batterio che causa la sifilide e potrebbe riscrivere le origini di questa malattia infettiva, rivelando nuovi indizi sulla sua presenza nelle popolazioni umane. Il Treponema pallidum è un batterio a spirale. Le sue sottospecie sono oggi responsabili di 4 malattie cosiddette 'treponemiche', tra cui appunto la sifilide, e poi la framboesia, il bejel e la pinta. Infezioni tropicali che affliggono le popolazioni umane in gran parte del mondo da migliaia di anni. Nonostante questa lunga storia, però, rimangono tuttora sconosciute molte delle informazioni sul passato di queste malattie e sulla loro distribuzione globale, così come sulla storia evolutiva dei batteri che le causano. Tra le questioni più dibattute c'è l'origine geografica e la diffusione nel mondo della sifilide. C'è chi sostiene che la patologia abbia avuto origine nelle Americhe e sia stata portata nell'emisfero orientale in seguito al contatto con gli europei alla fine del XV secolo. I risultati del nuovo studio, pubblicati sulla rivista 'Science', permettono di ampliare le conoscenze e aggiungono dettagli preziosi che possono aiutare a decifrare il rebus genetico di questo batterio. La scoperta ottenuta dai resti umani di Sabana de Bogotá sposta indietro di oltre 3 millenni la documentazione genetica di questa specie patogena, rafforzando l'evidenza che queste infezioni circolano nelle Americhe da molto più tempo di quanto si pensasse. "I nostri risultati mostrano il potenziale unico della paleogenomica nel contribuire alla nostra comprensione dell'evoluzione delle specie e dei potenziali rischi per la salute nelle comunità passate e presenti", osserva il genetista Lars Fehren-Schmitz dell'Università della California a Santa Cruz. Il Treponema pallidum oggi esiste in 3 forme strettamente correlate, ciascuna responsabile di una malattia diversa: sifilide, framboesia e bejel. Una quarta malattia, la pinta, è causata dal Treponema carateum, ma non è stato ancora recuperato un genoma di questo patogeno, il che solleva dubbi sulle sue relazioni filogenetiche e sulla sua classificazione tassonomica. Sebbene le tre sottospecie di T. pallidum siano geneticamente quasi identiche, gli scienziati non sanno quando o come siano emerse le diverse forme della malattia. Nello studio il team ha dimostrato che il Dna antico recuperato appartiene alla specie Treponema pallidum, ma non corrisponde a nessuna delle forme geneticamente note che causano malattie oggi. Sebbene strettamente imparentate, le due specie si sono differenziate precocemente nell'albero evolutivo. "Una possibilità è che abbiamo scoperto un'antica forma del patogeno che causa la pinta, di cui sappiamo poco, ma che è endemico nell'America centrale e meridionale e causa sintomi localizzati sulla pelle", ragiona Anna-Sapfo Malaspinas dell'Università di Losanna, group leder al Sib Swiss Institute of Bioinformatics. "Al momento non possiamo dimostrarlo, ma è una pista che vale la pena approfondire". Gli scienziati stimano che questo antico ceppo si sia separato dagli altri lignaggi di T. pallidum circa 13.700 anni fa. Le tre sottospecie moderne, al contrario, si sono differenziate molto più di recente, circa 6mila anni fa, il che è in linea con le ricerche precedenti. "Le attuali evidenze genomiche, insieme al genoma qui presentato, non risolvono l'annoso dibattito sull'origine delle sindromi patologiche stesse, ma dimostrano che esiste una lunga storia evolutiva di agenti patogeni treponemici che si stava già diversificando nelle Americhe migliaia di anni prima di quanto si sapesse in precedenza", chiarisce Elizabeth Nelson, antropologa molecolare e paleopatologa della Southern Methodist University (Smu). Capire come sono emerse le malattie treponemiche e come si sono evoluti i patogeni è sorprendentemente complicato, dicono gli esperti, perché i batteri sono quasi identici geneticamente, ma vengono trasmessi in modo diverso e possono variare nella presentazione clinica. "I nostri risultati spostano indietro di migliaia di anni l'associazione del T. pallidum con gli esseri umani, probabilmente a più di 10mila anni fa, nel tardo Pleistocene", illustra il ricercatore Davide Bozzi, Università di Losanna e Sib. La scoperta si basa su anni di ricerca archeologica e genomica collaborativa condotta nel sito Tequendama 1 ed è emersa inaspettatamente. Inizialmente, i ricercatori avevano sequenziato il Dna dell'individuo ritrovato per studiare la storia della popolazione, generando 1,5 miliardi di frammenti di dati genetici. Durante lo screening di questi dati, i team dell'Università della California a Santa Cruz e dell'Università di Losanna hanno rilevato indipendentemente l'uno dall'altro la presenza di T. pallidum e hanno unito le forze per indagare. Le tre malattie causate dal T. pallidum (bejel, framboesia e sifilide) possono lasciare segni sulle ossa, ma solo in determinati stadi e non in tutte le persone infette. La maggior parte dei genomi antichi di questo batterio è stata recuperata da denti o ossa di persone con chiari segni di infezione, ma questo scheletro non ne presentava nessuno. I ricercatori hanno campionato una tibia, elemento non tipicamente utilizzato per l'estrazione di Dna antico e l'approccio ha dato i suoi frutti, suggerendo che anche le ossa senza segni visibili di malattia potrebbero essere preziose fonti di Dna patogeno. I ricercatori ritengono che comprendere come le malattie infettive sono emerse e si sono evolute in passato potrebbe aiutare gli scienziati a prevedere come potrebbero cambiare in futuro e ad aiutare le società a prepararsi per ciò che l'attende. Prima della pubblicazione, i ricercatori hanno condiviso i loro risultati con le comunità colombiane. "Questo processo è stato essenziale perché i risultati sono profondamente legati alla storia medica e culturale della Colombia", evidenzia l'archeologo Miguel Delgado dell'Universidad Nacional de La Plata in Argentina. I risultati del lavoro suggeriscono che l'emergere della sifilide non dipenda dall'intensificazione agricola e dall'affollamento della popolazione, spesso legati alla diffusione di malattie infettive, osservano alcuni esperti, quanto piuttosto dalle condizioni sociali ed ecologiche delle società di cacciatori-raccoglitori. "Riconsiderare la sifilide, insieme ad altre malattie infettive, come prodotto di condizioni evolutive, ecologiche e biosociali, e della globalizzazione, può rappresentare un passo fondamentale verso la riduzione dello stigma e il miglioramento della salute pubblica", scrivono in un commento correlato gli esperti Molly Zuckerman e Lydia Ball.
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Giornata scrittura a mano, neurologo 'rinunciare impoverisce linguaggio e cervello'
(Adnkronos) - La scrittura a mano non è solo uno strumento di comunicazione, ma una vera e propria "forma di espressione del pensiero". "Rinunciare progressivamente alla scrittura a mano, sostituirla con strumenti digitali, può avere conseguenze a lungo termine sul funzionamento del cervello, fino a favorirne un impoverimento". Lo spiega all'Adnkronos Salute il neurologo Rosario Sorrentino, alla vigilia della Giornata mondiale della scrittura a mano (World Handwriting Day) che si celebra domani, 23 gennaio. L'iniziativa mira a valorizzare l'importanza di questa pratica 'in via di estinzione' nell'era digitale, ricordando come la scrittura manuale stimoli diverse aree cerebrali, migliori memoria e apprendimento e favorisca la concentrazione. La scrittura, analizza Sorrentino, "è in sé uno stimolo epigenetico positivo per sviluppare quella funzione che si chiama neuroplasticità cerebrale e che consiste nella capacità del cervello di cambiare assetto e configurazione neurobiologica, contribuendo insieme ad altri stimoli all'assetto definitivo del nostro cervello". Anche "l'uso e l'abuso dell'intelligenza artificiale - avverte il neurologo - possono incidere su alcune funzioni cognitive fondamentali: il cervello cambia e potrà avere come conseguenza un impoverimento del linguaggio e di quel tasso di creatività e fantasia che possono essere veicolate, per esempio, nel romanzo attraverso la scrittura". L'intelligenza artificiale, sottolinea però l'esperto, non va demonizzata: "L'Ia è un'opportunità. Tuttavia, non può rappresentare l'unico repertorio cognitivo che sostituisce l'originalità che ognuno di noi possiede". Scrivere a mano "è un'attività che stimola lo sviluppo mentale e migliora il controllo motorio, la destrezza e anche l'organizzazione del linguaggio", aggiunge Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell'università degli Studi di Brescia. Per il past president della Società italiana di neurologia (Sin), così "come l'esercizio fisico, la scrittura a mano mantiene il cervello attivo e sano, allenando la concentrazione" e la coordinazione oculo-manuale, e "incrementa lo sviluppo di aree cerebrali".
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Antartide: perforazione record nel Mare di Ross per svelare il futuro del clima - L'animazione
(Adnkronos) - Una spedizione scientifica internazionale ha recentemente completato una complessa operazione di perforazione presso il sito Crary Ice Rise, un campo remoto situato a 700 chilometri dalla base neozelandese Scott Base, nel Mare di Ross. L'impresa, condotta in condizioni ambientali estreme, ha permesso di superare gli obiettivi iniziali raggiungendo i 228 metri di profondità, penetrando sedimenti geologici risalenti a milioni di anni fa. L'operazione rientra nel quadro del progetto SWAIS2C (Sensitivity of the West Antarctic Ice Sheet to 2°C), una collaborazione che vede coinvolti ricercatori, ingegneri e perforatori provenienti da dieci nazioni, tra cui l'Italia, gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda e il Regno Unito. Il fulcro della ricerca risiede nella comprensione della vulnerabilità della Piattaforma di Ross (la più grande massa di ghiaccio galleggiante al mondo) e della Calotta Glaciale dell'Antartide Occidentale (WAIS). Gli scienziati intendono determinare se un aumento della temperatura media globale di +2°C rispetto all'era preindustriale possa innescare una fusione irreversibile. La stabilità della WAIS è strettamente dipendente dalla tenuta della Piattaforma di Ross: un suo cedimento provocherebbe uno scioglimento a catena della calotta continentale, con un potenziale innalzamento del livello globale dei mari stimato tra i 4 e i 5 metri. Ecco di seguito l'animazione dell'operazione L'Italia ricopre un ruolo di primo piano nel progetto attraverso una rete di eccellenze accademiche e istituzionali. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) guida la governance nazionale, collaborando con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) e le Università di Siena, Trieste e Genova. "L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) è in prima fila nella governance di SWAIS2C per quanto riguarda l'Italia", chiarisce il Presidente dell'INGV Fabio Florindo. "Inoltre, personale dell'Istituto partecipa alla parte scientifica dello studio della carota di ghiaccio recuperata al Crary Ice Rise mettendo a disposizione del team composto da oltre 120 scienziati le proprie competenze in cronostratigrafia, vulcanologia, petrologia e paleomagnetismo". Il progetto, finanziato dall'International Continental Drilling Program (ICDP), mira a fornire prove geologiche dirette del cosiddetto tipping point. Lo studio delle carote di ghiaccio e dei sedimenti estratti permetterà di ricostruire le variazioni climatiche del passato remoto, offrendo dati fondamentali per elaborare proiezioni sulle evoluzioni future del nostro pianeta. La capacità di identificare il momento in cui lo scioglimento diventa irreversibile rappresenta oggi una delle sfide scientifiche più urgenti per la salvaguardia delle zone costiere globali.
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Ai, Berti (Rozes): "Tecnologia può combattere crimini finanziari"
(Adnkronos) - "Oggi l'intelligenza artificiale, unità alla migliore ricerca scientifica, può creare il più potente strumento al mondo per il contrasto dell'attività criminale finanziaria. Questo permette di intercettare rischi finanziari che prima era invisibile, una tecnologia potentissima per mettere al sicuro i nostri risparmi". Così Jacopo Berti, amministratore delegato di Rozes, in occasione dell'Ai Festival che si è tenuto all'Università Bocconi di Milano. Un appuntamento, giunto alla sua terza edizione, organizzato da Wmf – We make future.
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Piede di Charcot, al Gemelli soluzioni avanzate per una complicanza rara del diabete
(Adnkronos) - Uno dei più temibili nemici del piede è una grave e rara complicanza del diabete, un capitolo del cosiddetto piede diabetico, con un nome complesso: la neuro-osteoartropatia di Charcot. Il Policlinico universitario Gemelli Irccs di Roma è una delle poche strutture italiane dove è possibile gestirla da un punto di vista internistico e diabetologico ed effettuare i complicati interventi di salvataggio ortopedico di questi piedi deformati e disabilitati dalla malattia. Sono molteplici gli interventi eseguiti al Gemelli ogni anno per restituire la possibilità di camminare, scongiurando il rischio amputazione, a diverse persone con diabete. Se intercettata precocemente, la malattia non progredisce verso la fase cronica, quella appunto delle deformità articolari. Ma per questo è necessario un occhio esperto, quello del diabetologo. "Condizione predisponente del piede di Charcot - spiega Dario Pitocco, associato di Endocrinologia all'università Cattolica del Sacro Cuore Campus di Roma e direttore della Uosa di Diabetologia della Fondazione Policlinico Gemelli - è la neuropatia diabetica, che comporta un grave quadro di disregolazione infiammatoria, concentrato a livello del piede. Ma questa è solo una parte della storia. La neuropatia è importante, ma non basta da sola e le vere cause del piede di Charcot di fatto non sono ancora note. Potrebbe giocare un ruolo anche una predisposizione genetica sulla modulazione del metabolismo dell'osso". A essere affetto da neuropatia è almeno il 30-40% delle persone con diabete; il piede di Charcot compare solo nello 0,05% dei casi. Parliamo dunque di una malattia rara. "Questi pazienti - prosegue Pitocco, co-autore anche di una Consensus dell'American Diabetes Association sull'argomento - hanno una grave disregolazione dei processi infiammatori, anche a seguito di uno stimolo banale come il sovraccarico sul piede. Molto spesso sono colpite persone che passano molto tempo in piedi (camerieri, cuochi) o che utilizzano molto il piede come gli autisti. Il fatto che la neuropatia attutisca il dolore, che in genere è un importante campanello d'allarme, fa sì che la diagnosi sia tardiva. Nelle fasi iniziali (acute) il piede appare rosso, gonfio, caldo, ma non è presente dolore. Un occhio non esperto può scambiare il quadro per una vasculite, per un trauma o per gotta. Oltre alla visita specialistica diabetologica, che permette di porre il sospetto diagnostico, un esame strumentale importante nella fase acuta è la risonanza magnetica, che evidenzia edema della spongiosa dell'osso. Una semplice radiografia nella fase iniziale, invece, non consente di fare diagnosi. In questa fase l'approccio terapeutico più efficace è il riposo; il paziente non deve caricare su quel piede (vengono utilizzati speciali tutori per evitare il carico)". Se questa fase diagnostica viene mancata, la malattia progredisce anche rapidamente (pochi mesi) verso la fase cronica, quella delle complicanze che richiedono l'intervento dell'ortopedico. E non solo. La gestione del piede di Charcot richiede un'équipe multidisciplinare, perché oltre al diabetologo e all'ortopedico spesso è necessario l'intervento del chirurgo vascolare, dell'infettivologo, del chirurgo plastico, del dermatologo, del fisioterapista e di tanti altri specialisti. "Nel piede di Charcot - descrive Carlo Perisano, ricercatore in Ortopedia e Traumatologia all'università Cattolica Campus di Roma e dirigente medico presso la Uoc di Ortopedia e Traumatologia del Policlinico Gemelli - assistiamo a una progressiva alterazione dei tessuti molli, delle articolazioni e delle ossa del piede, che vanno incontro a un marcato riassorbimento e a molte microfratture che portano all'instaurarsi delle deformità. Il piede si deforma fino a diventare un 'piede a dondolo' (in inglese 'rocker bottom foot deformity'), a causa della mal consolidazione dell'osso e a una stabilizzazione di quella deformità che determinano una serie di sequele". Queste, in stadio avanzato, possono essere corrette solo da un complesso intervento, che di fatto diventa una chirurgia di salvataggio dell'arto. "Sono interventi che mirano a correggere deformità estremamente complesse del piede e della caviglia - illustra Perisano - e che prevedono una serie di procedure chirurgiche (nell'ambito dello stesso intervento), quali osteotomie correttive e successive osteosintesi. Questo consente la ricostruzione di un asse del piede e della caviglia, per permettere al paziente di tornare a camminare (in genere entro un paio di mesi dall'intervento). I pazienti affetti da questa condizione infatti non riescono più a deambulare perché queste deformità comportano alterazioni dell'appoggio, che sottopongono alcune zone del piede, normalmente non deputate a sostenere il carico, ad una pressione eccessiva che a sua volta può portare ad ulcerazioni; queste, nei pazienti diabetici (che spesso sono anche vasculopatici), possono causare infezioni gravi e profonde, che a loro volta comportano un elevato rischio di amputazione". "Il piede di Charcot - commenta Giulio Maccauro, ordinario di Ortopedia alla Cattolica Campus di Roma e direttore della Uoc di Ortopedia e Traumatologia del Gemelli - è una condizione clinica estremamente invalidante. All'interno della nostra istituzione riusciamo a dare risposte, all'interno di un percorso multidisciplinare, a tutte le persone con piede diabetico, offrendo loro l'intera gamma di trattamenti ortopedici, da quelli convenzionali ortesici agli interventi chirurgici più avanzati".
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Federmanager, Ia rischia di amplificare discriminazioni genere in selezione personale
(Adnkronos) - L’Intelligenza artificiale sta ridefinendo in modo sempre più strutturale i confini dei processi della selezione del personale, introducendo nuove opportunità di efficienza e innovazione ma anche sollevando interrogativi rilevanti sul piano della trasparenza, dell’equità e della responsabilità. Se non adeguatamente governata, l’Ia rischia di rafforzare e amplificare discriminazioni già presenti, in particolare quelle di genere. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica: l’Ia può essere considerata una vera e propria 'infrastruttura civile' in grado di influire sul capitale di fiducia del patto sociale. In un contesto in cui il lavoro resta la soglia decisiva della cittadinanza, l’ingresso degli algoritmi nei processi di selezione può consolidare asimmetrie esistenti o, al contrario, contribuire ad abbattere barriere storiche. E' quanto emerge dallo studio 'Intelligenza artificiale e bias di genere nel reclutamento del personale', curato dall’Università della Calabria e dal Politecnico di Bari, con il coordinamento del professore Salvatore Ammirato, e promosso dalla Fondazione Magna Grecia. I risultati sono stati presentati oggi a Roma durante il convegno 'Ia nella selezione del personale. La nuova sfida della leadership inclusiva', organizzato da Federmanager in collaborazione con la stessa Fondazione e con il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, che ha visto manager hr (risorse umane), imprenditori e accademici discutere delle implicazioni etiche e operative dell’uso dell’Ia nei processi di recruitment. Il rapporto costituisce una delle tappe del progetto nazionale 'Privacy Tour', promosso da un ampio partenariato che coinvolge istituzioni, imprese e centri di ricerca. E rimanda istantanee significative dimostrando che l’Ia applicata alla selezione del personale rischia, se non ben governata, di riprodurre e amplificare i pregiudizi (bias) già presenti nei dataset e nei processi organizzativi. Spiega Salvatore Ammirato, responsabile scientifico della ricerca: “l’Intelligenza artificiale non è un decisore neutrale, ma uno strumento che riflette le scelte di chi lo progetta e lo utilizza. Non è l’Ia a decidere al posto delle persone ma sono le persone a decidere come l’Ia prende decisioni”. Da qui l’importanza di una leadership consapevole e inclusiva, capace di governare gli algoritmi affinché diventino un’opportunità di equità e non un fattore di nuove discriminazioni. Per Pierpaolo Pontrandolfo, professore presso il Politecnico di Bari e attuale presidente dell’Associazione italiana di ingegneria gestionale, “è necessario che qualunque innovazione tecnologica sia principalmente finalizzata a migliorare il benessere delle persone e della società. A tal fine occorre grande responsabilità e consapevolezza da parte di chi la usa. Questo è particolarmente vero per l’Ia perché, da un lato è un’innovazione radicale e pervasiva, quindi estremamente impattante, dall’altro è connotata da una grande semplicità di utilizzo, che aumenta il rischio di un uso improprio”. Un dato particolarmente significativo dello studio riguarda il livello di consapevolezza sull’uso dell’Intelligenza artificiale: solo il 13% dei partecipanti al sondaggio infatti, dichiara di utilizzare concretamente strumenti di Ia nei processi di selezione, dimostrando la scarsa percezione della presenza di algoritmi già oggi integrati nei software Hr. Non stupisce allora che la ricerca evidenzi ancora un altro aspetto interessante da tenere in considerazione nelle decisioni future e che viene chiamato 'bias blind spot': ovvero la tendenza, da parte dei selezionatori, a riconoscere l’esistenza di pregiudizi nei processi di valutazione, senza però individuarli nelle proprie scelte. Se da un lato si ammette dunque l’esistenza di discriminazioni di genere, dall’altro risulta più difficile riconoscere come elementi quali l’aspetto fisico, tono di voce o rigidità biografiche continuino a influenzare, anche in modo indiretto, le decisioni di selezione. Lo studio propone infine un percorso metodologico volto allo sviluppo di tecnologie più sicure, trasparenti e inclusive, in linea con il quadro normativo italiano ed europeo. “E' quantomai necessario - dichiara Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia - immaginare percorsi di governance e trasparenza, puntando a modelli che consentano ai professionisti di comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata, mantenendo però sempre una supervisione umana. L’innovazione per essere davvero tale, deve essere adottabile perché verificabile, e verificabile perché governata. Non si tratta di nutrire una fiducia acritica nella presunta neutralità della tecnologia, ma di contribuire alla costruzione di criteri minimi di trasparenza e pratiche di controllo che permettano a imprese e istituzioni di usare questi strumenti senza scaricare i rischi sulle persone. In questo equilibrio tra tecnologia e responsabilità si gioca il futuro del lavoro”. “L’Intelligenza artificiale - spiega dice Valter Quercioli, presidente di Federmanager - rappresenta un’opportunità concreta per migliorare la qualità dei processi di selezione e rendere le organizzazioni più evolute. Perché questo potenziale si realizzi pienamente, è fondamentale che i manager guidino l’innovazione, integrando responsabilmente queste tecnologie nei processi decisionali con competenze e visione. Attraverso il lavoro della Commissione Intelligenza artificiale e del Gruppo Federmanager Minerva, Federmanager è impegnata a rafforzare la cultura manageriale e ad accompagnare le organizzazioni verso un utilizzo dell’Ia capace di generare valore, inclusione e sviluppo per il lavoro e per il sistema produttivo”. “Per il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane l’Intelligenza artificiale rappresenta una leva strategica di trasformazione, che può contribuire a rendere i processi di selezione più efficaci solo se accompagnata da una solida governance, da competenze adeguate e da una forte responsabilità organizzativa. In FS siamo impegnati a promuovere modelli di utilizzo dell’IA fondati su trasparenza, supervisione umana e inclusione, affinché l’innovazione tecnologica diventi uno strumento di equità e valorizzazione dei talenti”, aggiunge Valeria Rizzo, group learning & integration office del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane. Il convegno si è concluso con un richiamo all’importanza della formazione continua e dell’adozione di politiche inclusive. Contrastare i bias di genere non è solo un imperativo etico, ma una strategia vincente per la crescita delle imprese: le aziende inclusive registrano migliori performance finanziarie e maggiore capacità di innovazione. La sfida futura, in linea con l’AI act europeo, è garantire che l’Intelligenza artificiale diventi una leva di equità, supportando la leadership umana senza mai sostituirla integralmente nelle decisioni che riguardano dignità e talento delle persone.
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