Dipendenze, neurochirurgo Settembre: "Non sono una colpa ma una malattia"
(Adnkronos) - "La dipendenza non deve essere interpretata come una mancanza di volontà, bensì come una complessa trappola neurobiologica e psicologica". Lo ha detto Roberto Settembre, neurochirurgo, esperto di stimolazione cerebrale non invasiva (Nibs), alla presentazione del suo ultimo libro 'Dipendenze: comprendere, prevenire, curare', in cui demolisce sistematicamente il pregiudizio morale che ancora circonda la dipendenza, sostituendo il lessico della colpa con quello della medicina basata su evidenze scientifiche. Un cambiamento di rotta, che sposta il baricentro dal tribunale dell'opinione pubblica all'ambulatorio. "Cinque italiani su 100 nella fascia 15-64 anni hanno provato cocaina almeno una volta. Lo 0,9% ne ha fatto uso nell'ultimo anno - riferisce una nota - Non è un'emergenza che esplode e poi rientra: è un dato strutturale, sanitario, dei report stilati di anno in anno. Il dibattito pubblico continua a parlare un'altra lingua: volontà, colpa, fallimento". Sono parole che la ricerca neuroscientifica ha archiviato da tempo, e che resistono nei talk show come nelle aule di tribunale. Questo scarto - tra ciò che la scienza documenta e ciò che la gente pensa - resta "il primo muro da abbattere". Non si tratta di "debolezza di carattere: è il cervello che viene ristrutturato dall'interno, pezzo dopo pezzo", sostiene l'esperto. Sono "tre circuiti cerebrali, non tre vizi capitali". La dipendenza, secondo le evidenze raccolte dal Cnr e dal Dipartimento per le politiche antidroga, coinvolge il sistema limbico e l'amigdala per il rinforzo positivo, la corteccia prefrontale per il controllo cognitivo e le ricadute, il nucleo accumbens per la ricerca compulsiva della sostanza. Ma cosa rende una persona più esposta di un'altra? La ricerca del Cnr individua 5 fattori: età, genetica, genere, stress e comorbidità psichiatrica. Il peso dell'ereditarietà, in particolare, è brutale. "La predisposizione ereditaria pesa tra il 40% e il 60%", chiarisce Settembre. Tradotto: una fetta enorme della vulnerabilità non dipende da scelte consapevoli, ma da un corredo biologico che precede qualsiasi decisione. Anomalie nei recettori di dopamina, trasmesse per via genetica, che influenzano direttamente la capacità di gestire gli impulsi. Chi nasce con quel corredo parte svantaggiato. Poi c'è l'adolescenza. Fase critica per eccellenza. La corteccia frontale - l'area che governa il controllo degli impulsi, la pianificazione, la valutazione delle conseguenze - non raggiunge la piena maturazione prima dei 25 anni. Questo - riferisce la nota - rende il cervello dei più giovani strutturalmente più esposto agli effetti delle sostanze. Una finestra di vulnerabilità biologica che nessuna campagna informativa, da sola, può chiudere. "Una prevenzione efficace non può limitarsi alla sola informazione scolastica", taglia corto Settembre. Servono programmi che costruiscano resilienza e capacità di gestione dello stress, a partire dalla comunicazione familiare e dall'educazione alla salute mentale già in età precoce. L'uso ripetuto di sostanze produce modificazioni permanenti delle funzioni cerebrali, con alterazioni della trasmissione della dopamina. "Le sostanze funzionano come scorciatoie artificiali del piacere e col tempo il sistema si desensibilizza - precisa lo specialista - Il risultato ha un nome clinico preciso: anedonia. L'incapacità di provare piacere dagli stimoli naturali. Un abbraccio, un successo lavorativo, una giornata di sole diventano neutri. Il cervello viene letteralmente dirottato da sostanze o comportamenti compulsivi". E il fenomeno non si ferma alle sostanze tradizionali. Cocaina, eroina, alcol e cannabis attivano gli stessi circuiti che vengono sollecitati dal gioco d'azzardo patologico, dalle dipendenze affettive, dall'uso compulsivo dei social media. Il gioco d'azzardo, per dire, stimola gli stessi recettori della cocaina. Le cosiddette nuove dipendenze - isolamento digitale, fragilità emotive, narcisismo patologico inteso come dipendenza dal riconoscimento esterno - condividono con quelle chimiche la medesima architettura neurobiologica. Il perimetro del problema, si legge nella nota, è molto più largo di quanto suggeriscano le statistiche sul consumo di singole sostanze. Qualcosa si muove sul fronte delle cure. La medicina moderna classifica la dipendenza come malattia cronica e recidivante del cervello, e questo inquadramento apre la strada a trattamenti mirati. Accanto alle terapie consolidate, psicoterapia cognitivo-comportamentale e farmacologia, si fanno spazio tecniche di neuromodulazione: la stimolazione magnetica transcranica (Tms), che modula l'eccitabilità neuronale nei circuiti della ricompensa; il neurobiofeedback, che addestra il paziente a visualizzare e modulare la propria attività cerebrale. Strumenti che - spiega la nota - sfruttano proprio quella neuroplasticità che la dipendenza corrompe, rivoltandola a favore di chi è malato. "La neuroplasticità e gli approcci multidisciplinari rendono il recupero della libertà un traguardo concretamente accessibile", afferma Settembre. La plasticità cerebrale - la capacità del cervello di riorganizzare le proprie connessioni - è documentata dalla letteratura scientifica e rappresenta il fondamento biologico delle nuove strategie di intervento. Il cervello alterato dalla dipendenza può, con gli strumenti adeguati, essere guidato verso una riconfigurazione funzionale. Il nodo vero, alla fine, per l'esperto, resta quello culturale. Finché la percezione dominante continuerà a trattare la dipendenza come una colpa e non come una patologia, l'accesso alle cure sarà frenato dallo stigma. "Dietro ogni dipendenza c'è sempre una persona da ascoltare, non da giudicare", conclude Settembre.
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Caldo e rischi per l'attività fisica, l'esperta: "Non esiste fisico immune, occhio ai sintomi neurologici"
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Durante le ondate di calore "l'attività fisica richiede un'attenzione particolare, soprattutto per chi pratica sport all'aperto o svolge allenamenti intensi. Quando ci muoviamo, una parte significativa dell'energia prodotta dai muscoli viene trasformata in calore. In condizioni normali il nostro organismo riesce a smaltirlo attraverso la sudorazione e l'aumento del flusso di sangue verso la pelle. Quando però la temperatura ambientale è elevata, e ancora di più quando si associa un'elevata umidità, questi meccanismi diventano meno efficaci e la temperatura corporea può aumentare rapidamente. Il problema non riguarda soltanto il rischio di surriscaldamento. Durante l'esercizio fisico il sistema cardiovascolare deve contemporaneamente garantire sangue ai muscoli impegnati nello sforzo e alla pelle per disperdere il calore. A questo si aggiunge la perdita di liquidi e sali minerali attraverso il sudore. E' questa combinazione di fattori che può determinare un importante calo della performance e, nei casi più severi, vere e proprie emergenze mediche. I primi segnali da riconoscere sono crampi muscolari, sudorazione molto abbondante, sete intensa e una sensazione di affaticamento superiore a quella normalmente attesa per quel tipo di sforzo. Se compaiono vertigini, debolezza marcata, nausea, mal di testa, tachicardia o sensazione di svenimento, è necessario interrompere immediatamente l'attività fisica, spostarsi in un ambiente fresco e iniziare a raffreddare il corpo e a reintegrare i liquidi". A fare il punto è per l'Adnkronos Salute è Cristina Tomasi, human metabolist e medico specialista in Medicina interna. "Particolare attenzione va posta ai sintomi neurologici: confusione mentale, alterazioni del comportamento, difficoltà nel parlare, perdita di coordinazione o perdita di coscienza possono indicare un colpo di calore, una condizione potenzialmente letale che richiede l'immediato intervento dei soccorsi. In questi casi ogni minuto è prezioso", avverte. Le strategie di prevenzione sono relativamente semplici, ma fondamentali. "È consigliabile allenarsi nelle prime ore del mattino o dopo il tramonto, evitando le fasce orarie più calde della giornata. Nelle giornate particolarmente afose è opportuno ridurre intensità e durata dell'allenamento, accettando che la performance fisiologicamente diminuisca - suggerisce Tomasi - L'idratazione deve iniziare prima dell'attività fisica e proseguire durante e dopo lo sforzo, con particolare attenzione al reintegro del sodio quando la sudorazione è abbondante. Anche l'acclimatazione svolge un ruolo molto importante: il corpo è in grado di adattarsi progressivamente al caldo nell'arco di una o due settimane, migliorando la capacità di sudare e di controllare la temperatura corporea. Per quanto riguarda la composizione corporea, è vero che l'obesità rappresenta un fattore di rischio ben documentato per l'intolleranza al caldo. Il tessuto adiposo agisce infatti come un isolante e rende più difficile la dispersione del calore. Questo non significa però che essere molto magri protegga automaticamente dai problemi legati alle alte temperature. La risposta è più complessa. Le persone molto magre - spiega l'esperta - tendono ad avere un rapporto superficie corporea/massa più favorevole alla dispersione del calore e questo può rappresentare un vantaggio in molte situazioni. Tuttavia una massa corporea ridotta comporta anche minori riserve idriche e una minore inerzia termica: in pratica la temperatura interna può aumentare più rapidamente durante uno sforzo intenso o in condizioni ambientali estreme. Per questo motivo la magrezza non deve essere considerata una garanzia di sicurezza". Il messaggio più importante "è che non esiste un fisico immune al caldo. La tolleranza alle alte temperature dipende molto più dal livello di allenamento aerobico, dallo stato di idratazione, dall'acclimatazione e dalla capacità di ascoltare i segnali del proprio organismo. Con le giuste precauzioni è possibile continuare a svolgere attività fisica anche durante l'estate, ma il rispetto dei limiti imposti dal caldo è fondamentale per proteggere sia la salute sia la performance", conclude Tomasi.
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Cancro vescica, con terapia allungata quasi 90% pazienti è vivo a 5 anni
(Adnkronos) - Quasi il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva è vivo a 5 anni. Un risultato ottenuto grazie all'aggiunta di 1 anno di trattamento con durvalumab di AstraZeneca alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus calmette-guérin (Bcg). Non solo. Il nuovo regime non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita, valutata attraverso questionari compilati dai pazienti. E' quanto emerge dallo studio di fase 3 Potomac, presentato al Congresso dell'American Society of Clinical Oncology (Asco), a Chicago. "Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo - afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della Struttura dipartimentale di Oncologia medica genitourinaria, Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano - L'attuale standard di cura è costituito dalla Turbt, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall'instillazione di Bcg direttamente nella vescica. Un'elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l'intervento chirurgico di rimozione della vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura". "Nella malattia non muscolo infiltrante ad alto rischio, l'obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita - continua Giannatempo - L'aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con Bcg consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni. Nello studio Potomac, la qualità di vita è stata misurata sulla base di tre questionari, Pro, Qlq-C30 e Qlq-Nmibc24. Qlq-C30 ha incluso la valutazione della funzionalità fisica, cioè è specificamente dedicato ai sintomi e agli aspetti psicologici correlati al tumore della vescica non muscolo-invasivo. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l'impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con Bcg. Questi pazienti presentano molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia". "Qlq-Nmibc24 - prosegue Giannatempo - è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l'impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con Bcg. Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita". Queste evidenze illustrate all'Asco - ricorda una nota - si aggiungono ai dati dello studio Potomac già presentati nel 2025 al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo) e pubblicati su 'The Lancet', in cui il regime con durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva (o di morte in assenza di recidiva) rispetto al solo trattamento con Bcg. Inoltre, un'analisi esplorativa dello studio Potomac, presentata recentemente al congresso dell'American Urological Association (Aua), ha evidenziato che, nel primo anno di trattamento, il numero di eventi ad alto rischio e di recidive non sensibili a Bcg nel braccio trattato con durvalumab più Bcg era quasi la metà rispetto alla sola Bcg. Durvalumab più Bcg ha quindi migliorato il tempo all’intervento chirurgico di asportazione della vescica (cistectomia) e la sopravvivenza libera da cistectomia, con un numero inferiore di pazienti sottoposti a chirurgia. "Nel 2025, in Italia, sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica - spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e ordinario di Oncologia all'università Politecnica delle Marche e direttore della Clinica oncologica dell'azienda ospedaliero universitaria delle Marche - Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate quindi in una fase iniziale della malattia, nella quale le nuove terapie possono aumentare significativamente le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo". "Grande attenzione - rimarca Berardi - deve essere rivolta anche alla prevenzione. Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi 5 volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. Un dato particolarmente rilevante riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L'ematuria, che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l'avvio degli accertamenti diagnostici. E' quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura. Infine, circa il 10% dei casi è associato all'esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati", conclude il presidente eletto Aiom.
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Tumore testa-collo resistenti a cure, Di Maio (Aiom): "Studio promettente ma dati da confermare"
(Adnkronos) - Una nuova terapia sperimentale contro il tumore della testa e del collo - la sesta patologia oncologica più diffusa - ha mostrato risultati incoraggianti in pazienti per i quali le opzioni di cura erano ormai molto limitate. E' quanto emerso da uno studio internazionale condotto in 11 Paesi, secondo il quale il farmaco amivantamab, un anticorpo monoclonale bispecifico, ha ridotto o eliminato completamente i tumori in una quota significativa di malati già trattati senza successo con chemioterapia e immunoterapia. I dati, presentati al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco) di Chicago, riguardano 102 pazienti con tumore della testa e del collo avanzato o recidivato. Secondo i risultati dello studio, il trattamento ha portato a una riduzione o alla scomparsa del tumore in 43 pazienti: in 28 casi si è osservata una significativa diminuzione della massa tumorale, mentre in 15 pazienti il tumore è risultato completamente scomparso. Massimo Di Maio, presidente nazionale dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), pur sottolineando il valore dei risultati invita alla prudenza. "Si tratta di dati molto interessanti, ottenuti in un contesto clinico particolarmente difficile da trattare - spiega Di Maio all'Adnkronos Salute - Parliamo di pazienti con una malattia complessa che può avere un forte impatto sulla qualità di vita e per i quali, dopo il fallimento delle terapie standard come chemioterapia e immunoterapia, le alternative efficaci sono poche". Secondo Di Maio, lo studio "conferma i progressi della ricerca oncologica nello sviluppo di farmaci sempre più efficaci contro bersagli molecolari già noti". I risultati "preliminari erano già promettenti, ma questi dati sono più maturi e rafforzano l'interesse verso questa strategia terapeutica", osserva il presidente degli oncologi medici italiani. Gli esperti guardano ora alla fase successiva della sperimentazione. E' infatti già in corso uno studio che valuta l'impiego di amivantamab come trattamento di prima linea, in combinazione con chemioterapia e immunoterapia, anziché dopo il fallimento delle cure standard. "Come accade spesso quando emergono risultati positivi, si cerca di anticipare l'utilizzo del farmaco nelle fasi iniziali della malattia. Sarà molto interessante vedere gli esiti di questi nuovi studi nei prossimi anni. Si tratta ancora di dati preliminari, saranno necessari ulteriori studi per confermare efficacia e sicurezza del trattamento su un numero più ampio di pazienti", conclude Di Maio.
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Caporalato, Di Franco (Fillea): "Consolato Usa? inaccettabile, stesso sistema in Grandi Opere".
(Adnkronos) - Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella costruzione del Consolato americano a Milano "è una situazione gravissima, inaccettabile e che ha messo in difficoltà anche noi, visto che abbiamo avuto difficoltà anche a svolgere le assemblee e anche ad entrare nel cantiere. La prima anomalia di un fatto gravissimo, inaccettabile, è che comunque noi ci troviamo di fronte ad un tipo di appalto che coinvolge un operatore economico non italiano che è soggetto a regole non italiane, non europee. Ma quanto avvenuto è il sintomo di quello che succede ormai in maniera diffusa sul territorio italiano. E, cosa ancora più grave, riguarda in particolare anche il perimetro delle grandi opere pubbliche". E' l'allarme sulla diffusione del caporalato di lavoratori migranti in edilizia che lancia, intervistato da Adnkronos/Labitalia, Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil.
Secondo Di Franco, infatti, "questa situazione che si sta verificando attorno all'utilizzo e allo sfruttamento della manodopera migrante, in questo momento noi la registriamo come una pratica diffusa, con condizioni diverse rispetto a quella che è stata registrata a Milano, ma con lo stesso sistema". Per il leader della Fillea "c'è lo sfruttamento di manodopera migrante, a monte c'è un caporale e tutto questo avviene con una cornice normativa che agevola questo tipo di ricatto. E cioè la legge Bossi-Fini che costringe i lavoratori ad avere un contratto di soggiorno per essere regolari in Italia". Per Di Franco quindi "sono lavoratori sotto ricatto, oggi un migrante in edilizia lavora quanto due italiani. Gli italiani giustamente lavorano quanto previsto dal contratto, i migranti invece sono h24. E sono sfruttati dai caporali, anche a Sud Italia. La manodopera italiana è finita mentre c'è stata l'esplosione delle infrastrutture pubbliche. E a lavorarci ci sono loro, i migranti, tanto che ormai nei cantieri arriviamo a contare 53 nazionalità diverse", spiega.
Lo sfruttamento
"Ormai la manodopera migrante censita in edilizia -spiega- è il 40%. Ma nella provincia di Milano il 71% degli iscritti alla casse edile, la più grande d'Italia, non è nato in Italia. Oggi noi stiamo registrando con certezza in tutte le opere, soprattutto quelle grandi, che vi sono questi lavoratori stranieri che lavorano 12 ore al giorno, il doppio delle ore permesso dalla legge per ogni mese e che gli vengono retribuite nelle forme più assurde senza che nessuno controlla. Ed è lì che poi si innescano i meccanismi che mettono in moto gli interessi dei caporali", spiega ancora. E il meccanismo, spiega Di Franco, è semplice. "Funziona così: io dovrei lavorare centosessanta ore al mese, quelle sono le ordinarie, no? I lavoratori migranti oggi nei cantieri, anche pubblici, lavorano almeno duecentotrenta. Fanno una media di straordinari all'anno di ottocento ore, la legge gliene consente soltanto duecentocinquanta. Se si vanno a vedere i cedolini paga di questi lavoratori non ci sono queste ore perché non è possibile metterle, si andrebbe in violazione di legge. E quindi ci sono le voci più assurde che poi sono quelle voci che permettono di farle; compenso extra, trasferta Italia, bonus, vari titoli non contrattati ecc, che poi sono le somme che questi lavoratori prendono e restituiscono ai caporali", sottolinea. E tutto questo avviene, spiega Di Franco, "in un legame stretto tra il caporale che spesso è della loro nazionalità e un gancio che hanno in queste aziende. Che poi è il capo cantiere, il tecnico, il reclutatore e tutto il resto". "Cioè quindi tradotto: un lavoratore normale dovrebbe fare centosessanta ore, siccome dobbiamo correre dobbiamo trovare chi ne fa duecentocinquanta. Quindi macchine, non lavoratori: i lavoratori migranti. E le aziende spesso li reclutano appositamente per rispondere a due ordini di problemi. Uno: per provare a fare margine sullo sfruttamento della manodopera, senza così assumere il doppio dei lavoratori e pagare gli straordinari tutti in busta paga con le maggiorazioni del 35%", sottolinea. Di Franco spiega che "la cosa più assurda è che i grandi committenti fanno finta di nulla nonostante i protocolli di legalità". "Un esempio: nelle opere pubbliche oggi la normativa dove c'è il protocollo di legalità dovrebbe incrociare il settimanale di cantiere, che è previsto per legge, rispetto al registro degli accessi nei cantieri. Possibile che nessuno si accorge che questi entrano alle sei del mattino e finiscono alle sei di sera dall'alba al tramonto? Possibile che quando ci sono gli accessi interforze nessuno controlla queste buste paga? Dove ci sono centosessanta, centosessantotto ore ordinarie ma tutti sanno che ne fanno duecentotrenta? E quelle voci vengono camuffate in altro modo e spesso vengono anche remunerate in contanti", spiega il dirigente sindacale.
Milano 'base logistica'
"Con il Pnrr, il superbonus ma anche l'aumento dei lavori deliberati dai Comuni, è aumentata a dismisura la richiesta di manodopera in edilizia. E quindi, siccome ho bisogno di manodopera, chi è che oggi ha manodopera? I caporali. I caporali dove sono in questo momento? La base logistica è Milano, tutto lo smistamento della manodopera migrante su cui noi stiamo facendo tante denunce, su cui ci sono anche delle inchieste aperte su iniziativa nostra e stiamo aspettando l'esito, parte tutta da lì. Lavoratori che si sono mossi per andare a lavorare nelle aree del sisma del 2016, della Ricostruzione, nelle grandi opere pubbliche e anche nei cantieri per il superbonus 110", spiega Di Franco.
Cancellare la Bossi-Fini
Per contrastare il caporalato in edilizia "servirebbe cancellare la legge Bossi-Fini, e uscire dalla logica del contratto di soggiorno che in questo momento favorisce lo sfruttamento e l'illegalità, che coincide con l'arricchimento spesso di soggetti vicino alla malavita organizzata", spiega il leader della Fillea. Secondo Di Franco, "oggi la prima cosa che dovremmo fare, guardando anche i dati Caritas sugli irregolari presenti in Italia, che lavorano ma che non possono essere assunti in virtù della legge Bossi-Fini, è una regolarizzazione immediata che risponderebbe alle esigenze di manodopera e soprattutto toglierebbe questi lavoratori dalle grinfie di caporali sfruttatori". "L'ultima procedura di regolarizzazione in Italia risale al 2002, quando entrò appunto in vigore la legge Bossi-Fini", sottolinea. Una situazione che non agevola di sicuro le aziende che hannon necessità crescente di manodopera. "Oggi io imprenditore italiano se ho bisogno di manodopera in base alla Bossi-Fini devo aspettare che il governo emetta il decreto flussi. Questi lavoratori partecipano alla lotteria dei numeri del decreto flussi che possono arrivare in Italia da quando faccio la domanda tra otto mesi, un anno, un anno e mezzo. Questo non risponde alle esigenze e ai tempi dei cantieri", aggiunge.
L' 'invasione' di indiani e pakistani in edilizia
"Quello che stiamo vedendo nell'ultimo periodo -spiega Di Franco- è un passaggio velocissimo dall'agricoltura all'edilizia di comunità che hanno sempre lavorato nel settore primario, tipo gli indiani, i pakistani che stanno invadendo i cantieri. E dietro è evidente che c'è una regia di reclutamento. Noi abbiamo difficoltà a parlarci, stiamo girando nei cantieri con gli interpreti. Ecco perché serve una nuova politica dell'immigrazione che parte dal governo dei processi. Non possiamo continuare a dire che è un problema di sicurezza: non è un problema di sicurezza. Se non integri, non accogli, diventa un problema più complessivo. Ed è oggi la normativa che sta dando la possibilità a chi li vuole sfruttare di sfruttarli". (di Fabio Paluccio)
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Giuseppe Gallucci, onorificenza Cavaliere al merito a Porto San Giorgio da prefetto Fermo
(Adnkronos) - Il fondatore e presidente di Gallucci, Giuseppe Gallucci, è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prestigioso riconoscimento conferito a personalità che si sono distinte per il contributo offerto al Paese attraverso il proprio impegno professionale, sociale e umano. L'imprenditore marchigiano riceverà domani l'onorificenza a Porto San Giorgio dal Prefetto di Fermo nel corso della cerimonia per la Festa della Repubblica. "Abbiamo sempre creduto - dichiara Giuseppe Gallucci - nel valore del lavoro, nella qualità artigianale italiana e nella capacità di innovare senza mai perdere il legame con le nostre radici. Questo traguardo premia una storia fatta di passione, sacrificio e rispetto per il territorio. Ricevere questa onorificenza rappresenta per me una grandissima emozione e un motivo di orgoglio. È un riconoscimento che desidero condividere con la mia famiglia, con mio figlio Gianni, con tutti i collaboratori di Gallucci e con le comunità che hanno accompagnato il nostro percorso imprenditoriale nel corso degli anni". Imprenditore visionario e profondo conoscitore del settore calzaturiero, Giuseppe Gallucci ha costruito nel tempo una realtà imprenditoriale riconosciuta per l’eccellenza produttiva, la cura dei dettagli e la valorizzazione autentica del Made in Italy. Con dedizione, competenza e spirito innovativo ha guidato la crescita di Gallucci, accompagnando nel tempo una profonda trasformazione aziendale che ha saputo coniugare tradizione manifatturiera, innovazione tecnica e sviluppo internazionale. Sotto la sua guida, l’azienda ha ampliato e diversificato la propria proposta produttiva, realizzando collezioni che spaziano dalla calzatura bambino fino alle linee uomo e donna, coprendo le principali costruzioni e tecniche del settore calzaturiero. Una capacità produttiva e progettuale trasversale che rende oggi Gallucci una realtà unica nel panorama della calzatura italiana di alta qualità. Elemento distintivo del marchio sin dagli esordi è inoltre l’inconfondibile colore arancione, divenuto negli anni simbolo riconoscibile dell’identità aziendale e della filosofia creativa di Gallucci, espressione di energia, personalità e stile contemporaneo. La forte vocazione internazionale dell’azienda ha inoltre permesso a Gallucci di affermarsi anche in mercati particolarmente competitivi e complessi come quelli degli Stati Uniti e del Giappone, consolidando negli anni una reputazione di eccellenza riconosciuta a livello mondiale. Le creazioni Gallucci sono apprezzate da famiglie reali e da numerosi protagonisti dello star system internazionale, confermando il prestigio e l’autorevolezza del marchio nel segmento della calzatura di lusso e di alta manifattura italiana. Nel corso degli anni, Gallucci ha inoltre sviluppato importanti collaborazioni internazionali e progetti speciali di grande visibilità, tra cui iniziative legate all’Nba All-Star Game e al centenario del Cagliari Calcio, testimonianza della capacità dell’azienda di dialogare con il mondo dello sport, del lifestyle e degli eventi di rilievo internazionale attraverso creatività, ricerca stilistica e qualità manifatturiera. Nel corso della sua lunga carriera, Giuseppe Gallucci ha inoltre ricoperto ruoli di rilevanza nazionale all’interno dell’associazione di categoria, contribuendo attivamente allo sviluppo e alla rappresentanza del comparto calzaturiero italiano. La sua esperienza e la sua visione imprenditoriale hanno rappresentato un punto di riferimento per il settore, promuovendo il valore della manifattura italiana e la tutela delle competenze artigianali. Fondata sui valori della tradizione artigianale, dell’attenzione alla qualità e della continua ricerca stilistica, Gallucci si distingue per una produzione che coniuga eleganza, comfort e innovazione. Il marchio Gallucci è inoltre registrato nell’Albo speciale dei marchi storici di interesse nazionale, riconoscimento che ne attesta il valore storico, identitario e il contributo alla tradizione manifatturiera italiana. L’azienda ha inoltre registrato due brevetti per invenzione industriale relativi alla costruzione delle calzature, confermando la propria vocazione all’innovazione tecnologica e alla ricerca applicata al prodotto. Nel corso degli anni Gallucci ha consolidato la propria presenza nel settore mantenendo sempre al centro il lavoro delle persone, il rispetto delle lavorazioni artigianali e il forte legame con il territorio. Sotto la guida di Giuseppe Gallucci, l’impresa ha inoltre investito nella sostenibilità dei processi produttivi, nella valorizzazione delle competenze locali e nella formazione delle nuove generazioni, contribuendo in modo significativo alla crescita economica e sociale del territorio. Una filosofia imprenditoriale orientata alla responsabilità, all’autenticità e alla qualità che rappresenta oggi uno dei principali punti di forza dell’azienda. La nomina a Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana rappresenta così un importante riconoscimento al percorso umano e professionale di Giuseppe Gallucci e all’impegno costante suo e dell'azienda nel promuovere l’eccellenza italiana attraverso il lavoro, l’impresa e la cultura manifatturiera del Paese.
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Allergie, con ondata calore precoce boom casi, esperto 'stagionalità sta svanendo'
(Adnkronos) - L'ondata di calore precoce di fine maggio ha fatto crescere, esponenzialemente, anche i casi di allergie respiratorie. Colpa "della dispersione nell'ambiente di un quantitativo di pollini che, con temperature più miti, non c'era". E tutto questo è facilitato anche "dall'inquinamento ambientale, perché l'aumento di questo fattore facilita l'infiammazione delle mucose e delle vie aeree. E quindi più facilmente il paziente sviluppa sintomi". A fare il quadro Francesco Murzilli, presidente dell'Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri (Aaiito), a margine di 'Parola alla medicina', format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner. Le allergie respiratorie, sostanzialmente, "con i cambiamenti climatici hanno subito una variazione rispetto alla stagionalità, quest'ultima sempre meno marcata. In passato eravamo abituati ad avere delle stagioni molto ben definite, e rischi legati ai pollini con 'confini più chiari'. Oggi con il riscaldamento del clima, la fioritura delle specie botaniche viene anticipata e cessa in ritardo. E' come se noi non avessimo uno stacco. C'è quasi un continuum nella presenza di questi pollini allergenici nell'ambiente. La sintomatologia si protrae così nel tempo". La presenza delle varie specie polliniche, ovviamente, "dipende anche da dove viviamo. Se parliamo per esempio del Nord Italia, sicuramente c'è il problema dell'ambrosia, molto sentito, che avrebbe una fioritura nei periodi estivi, ma che può anticipare con il caldo precoce", evidenzia Murzilli. Se invece "andiamo al Centro Italia, abbiamo nel periodo estivo, l'interessamento dell'artemisia, che appartiene alla stessa famiglia dell'ambrosia. Più a Sud, abbiamo, a seconda delle varie latitudini, le graminacee, che hanno una fioritura classicamente da fine marzo a giugno. E una seconda fioritura in settembre. Oppure abbiamo la parietaria, presente in particolare in Campania, e in Sicilia", spiega il presidente Aaiito. Per tutte queste specie "rispetto al passato non vediamo più stagioni limitate, e questo si ripercuote sulla sintomatologia respiratoria legata alla fioritura. Abbiamo quasi un continuo. Non solo. Sempre rispetto al passato oggi troviamo molto più spesso pazienti poliallergici, sensibili a più specie botaniche, a differenti pollini. Mentre una volta era più facile trovare persone mono allergiche". Il cosiglio degli allergologi ai pazienti è di tener d'occhio il 'Calendario pollinico. "Cos'è? Aaiito ha una sezione di aerobiologia che si occupa appunto di studiare le variazioni climatiche. E in questo contesto coordina una serie di stazioni di monitoraggio pollinico ambientale. I dati di queste stazioni vengono poi raccolti e messi sulla piattaforma del sito www.pollineallergia.net oppure su una app gratuita che si chiama 'meteoallergia. E ogni settimana il paziente può, consultando questi strumenti, vedere qual è la quantitativo di specie polliniche presenti nell'atmosfera", conclude Murzilli.
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Geodinamica e sismologia nel Mar Adriatico grazie alla campagna oceanografica TRACE
(Adnkronos) - Con la partenza dal porto di Bari della nave da ricerca R/V Gaia Blu, ha preso ufficialmente il via la campagna oceanografica internazionale denominata TRACE (South Adriatic Passive Seismic Experiment). L'iniziativa scientifica è focalizzata sullo studio multidisciplinare della sismicità e della struttura geologica profonda nella porzione meridionale del Mare Adriatico, estendendo le attività di rilevamento idrografico e geofisico all'interno delle rispettive Zone Economiche Esclusive di Italia, Croazia e Montenegro. L'obiettivo primario della missione risiede nel superamento dei limiti strutturali legati alla distanza delle stazioni di monitoraggio terrestri rispetto agli epicentri sottomarini. Per colmare questo deficit di osservazione, il protocollo operativo prevede il posizionamento di venti sismometri ancorati al fondale marino a una profondità compresa tra gli 800 e i 1200 metri. I dispositivi rimarranno operativi in loco per un periodo minimo di un anno, consentendo la registrazione continua e sistematica dei fenomeni sismici naturali dell'Adriatico meridionale. Questo flusso costante di dati strumentali permetterà di localizzare con precisione geometrica le faglie attive e di analizzare la dinamica profonda della crosta terrestre in un settore geografico finora caratterizzato da lacune osservative.
Sismometro a pelo dell'acqua poco prima del suo inabissamento. crediti immagine INGV
Le evidenze raccolte nel corso dell'esperimento sismico passivo forniranno elementi utili per chiarire l'assetto strutturale della placca Adriatica e i suoi complessi rapporti di convergenza con la placca europea. L'indagine geologica punta a definire le variabili meccaniche che governano i terremoti e i fenomeni di instabilità sottomarina dei versanti. Sotto il profilo istituzionale, il progetto TRACE si sviluppa attraverso un consorzio internazionale che unisce l’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISMAR), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Università di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con la Dalhousie University, l’Università di Zagabria e l’Institute of Hydrometeorology and Seismology del Montenegro. Alla rete di cooperazione partecipano inoltre l'ente francese Centre national de la recherche scientifique (CNRS) e l’Institut de Physique du Globe de Paris (IPGP). Il piano di finanziamento e acquisizione dei dati sismici è supportato dal progetto SAKURA, una linea di ricerca specifica inserita nell'ambito del programma istituzionale INGV ROSE (Reinforcement of the Observational Systems of the Earth). I modelli geofisici derivanti dall'elaborazione dei dati raccolti sul fondale adriatico avranno immediate ricadute sia sulla ricerca scientifica di base sia sull'ingegneria applicata alla mitigazione dei rischi naturali. Una conoscenza dettagliata della sismicità offshore consentirà infatti alle autorità competenti di ottimizzare i piani di protezione civile, aggiornare le mappe di pericolosità e rafforzare i criteri di sicurezza per la progettazione e la manutenzione delle reti infrastrutturali situate lungo i litorali dei paesi costieri coinvolti.
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Nvidia lancia Vera, il primo processore pensato per gli agenti IA
(Adnkronos) - Il settore tecnologico globale si prepara a una transizione infrastrutturale significativa con il lancio di NVIDIA Vera, una nuova classe di processori ottimizzati per l'intelligenza artificiale agentica. A differenza delle architetture general-purpose, Vera promette di accelerare il completamento delle attività di 1,8 volte, ponendo le basi per una nuova economia dei data center focalizzata sulla generazione di token piuttosto che sulla mera densità dei core. Il processore è il risultato di un percorso iniziato con le CPU Grace, che hanno già raggiunto una diffusione capillare con circa 2,5 milioni di unità distribuite, consolidando la posizione di NVIDIA nel segmento dei data center. L'adozione di Vera è trasversale e coinvolge attori di primo piano in ambiti differenti. Dalla finanza, con il NYSE che punta a ottimizzare la latenza della propria infrastruttura, a laboratori di ricerca come Anthropic e OpenAI, fino ai grandi hyperscaler come Oracle Cloud Infrastructure e ByteDance. Anche i principali produttori di sistemi, tra cui Dell, HPE, Lenovo e Supermicro, hanno già integrato la tecnologia nei propri roadmap hardware. L'obiettivo comune è supportare una nuova generazione di AI in grado non solo di elaborare risposte, ma di eseguire codice autonomamente, utilizzare strumenti esterni e valutare i risultati delle proprie azioni. Dal punto di vista tecnico, il cuore del sistema è rappresentato dai core Olympus, progettati per gestire in modo efficiente i runtime Python, l'esecuzione di codice in ambiente sandbox e la logica di orchestrazione. Con 88 core, la tecnologia Spatial Multithreading e un sottosistema di memoria LPDDR5X capace di 1,2 TB/s di banda, Vera è pensata per eliminare i colli di bottiglia computazionali che spesso rallentano le pipeline di dati. Questo permette di mantenere gli acceleratori costantemente alimentati, migliorando drasticamente il throughput complessivo delle cosiddette AI factory. L'integrazione nell'ecosistema esistente è garantita dalla tecnologia di interconnessione NVLink-C2C di seconda generazione, che permette una comunicazione coerente con le GPU fino a 1,8 TB/s. Inoltre, il processore Vera BlueField-4 STX amplia le capacità includendo accelerazione di rete e storage, oltre a funzionalità di sicurezza integrata. Con una disponibilità prevista a partire dal prossimo autunno, il sistema si propone come la prima alternativa concreta alle architetture x86 per il segmento dei server CPU standalone, offrendo soluzioni sia in configurazioni raffreddate a liquido per grandi cluster, sia in sistemi ad aria per implementazioni enterprise.
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Un nuovo protocollo CNR e UniMi identifica microplastiche nel compost
(Adnkronos) - ha introdotto un protocollo analitico volto a identificare con precisione la presenza di inquinanti persistenti, quali plastiche e microplastiche tradizionali, differenziandoli dai polimeri biodegradabili e compostabili. La metodologia, i cui dettagli sono stati pubblicati sulla rivista scientifica ACS Sustainable Chemistry & Engineering, si basa su un processo di separazione chimica che supera le limitazioni dei sistemi di rilevamento finora utilizzati nei cicli di trattamento dei rifiuti organici. Il funzionamento del protocollo prevede l'applicazione di una procedura di idrolisi termo-alcalina selettiva sui campioni di materiale recuperati dal compost. Il trattamento prevede l'esposizione del substrato a una soluzione mirata di idrossido di sodio mantenuta a una temperatura costante di 80°C. In queste specifiche condizioni termiche e chimiche, i polimeri compostabili come il PLA e i composti a base di amido vanno incontro a una dissoluzione completa. Al contrario, i polimeri convenzionali di origine fossile, tra cui il polietilene (PE), il polipropilene (PP), il polietilentereftalato (PET), il polivinilcloruro (PVC) e il polistirene (PS), resistono all'attacco alcalino rimanendo inalterati e consentendo così una quantificazione ponderale precisa della frazione inquinante non biodegradabile. Il contesto normativo vigente in Italia fissa allo 0,3% in peso il limite massimo ammissibile di tracce di plastica all'interno del compost da rifiuti urbani, una soglia il cui monitoraggio ha mostrato complessità operative legate all'impossibilità di separare analiticamente i polimeri legittimi da quelli estranei. Mirko Cucina, ricercatore del Cnr-Isafom e autore della ricerca insieme a Fabrizio Adani dell'Università degli Studi di Milano, ha inquadrato la problematica: "Il suolo è diventato un bacino di accumulo di inquinanti persistenti, a causa della produzione di plastica in costante crescita a livello mondiale, di incorrette pratiche di smaltimento del rifiuto in plastica, della sua dispersione accidentale e, in minor misura, di pratiche agronomiche, quali la pacciamatura e l'utilizzo di compost da rifiuti urbani, che possono presentare tracce di plastica (ammesse nella misura massima dello 0,3% in peso dalla normativa vigente). La determinazione delle tracce di plastica nel compost, ad oggi, non permetteva di distinguere tra plastiche tradizionali e compostabili, con queste ultime che rappresentano un constituente legittimo della frazione organica dei rifiuti urbani. In questo contesto, la capacità di distinguere accuratamente tra polimeri fossili recalcitranti e plastiche compostabili nel compost non è più solo una questione tecnica, ma un prerequisito fondamentale per la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento globali". L'efficacia della procedura chimica sviluppata garantisce un tasso di recupero dei materiali pari al 98%, con una precisione analitica successivamente verificata e validata mediante spettroscopia infrarossa. L'adozione di questo approccio analitico offre parametri di valutazione oggettivi per gli impianti di compostaggio e di gestione delle frazioni organiche, configurandosi come uno strumento di verifica a basso costo ed elevata ripetibilità. I ricercatori hanno evidenziato le implicazioni industriali ed ecologiche della ricerca: "Il nostro metodo permette di evitare che i materiali biodegradabili vengano erroneamente classificati come inquinanti, incentivando così l'adozione di alternative compostabili sicure. A livello tecnico, questo studio offre agli impianti di trattamento dei rifiuti organici una metodologia a basso costo e alta efficacia per certificare la qualità del compost e monitorare la degradazione dei nuovi materiali polimerici". L'implementazione del protocollo punta a stabilire uno standard di controllo trasparente nell'ambito della bioeconomia circolare, fornendo alle aziende di settore un sistema per certificare i lotti di fertilizzante organico e contrastare l'accumulo di microplastiche nei suoli agrari, connettendo le necessità della produzione industriale alla tutela degli ecosistemi. Il quadro della transizione ecologica si arricchisce così di un metodo di screening in grado di isolare i fattori di rischio ambientale e valorizzare i flussi di riciclo organico. In merito agli obiettivi generali di conservazione, gli autori dello studio hanno concluso precisando che: "Si tratta di un passo avanti decisivo per armonizzare le necessità della produzione industriale con la tutela della biodiversità del suolo, garantendo che il riciclo organico diventi un pilastro affidabile e trasparente della transizione ecologica globale".
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