L'anatomopatologo tra crisi di vocazione e Ia: "Dietro un referto non c'è una macchina"
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Lavorano dietro le quinte di un ospedale, ma sono fondamentali per ogni tipo di diagnosi. Negli ultimi anni le vocazioni per questa specializzazione medica sono in calo - pur avendo conosciuto la ribalta per i personaggi di serie tv, da 'Rosewood' alla produzione italiana 'L'allieva' dove diventano veri e propri detective aggiunti - però gli anatomopatologi non si arrendono, anzi. Il loro apporto resta fondamentale in oncologia, per esempio, e in diversi altri settori. Eppure, questa professione risulta negli ultimi anni poco attrattiva. Forse insieme all'emergenza-urgenza è una delle specializzazioni che si sceglie di meno dopo la laurea in Medicina, negli ultimi anni si registra un calo del 25% degli iscritti. Della bellezza e delle difficoltà della specializzazione, tra l'Ia che incombe e il peso della "responsabilità decisionale altissima" che mette paura alle giovani leve, parla Arianna Di Napoli, professore associato di anatomia patologica all'Università Sapienza di Roma ed ematopatologa dell'Azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea di Roma. Prima di tutto come si diventa anatomopatologo? "Il percorso inizia con la laurea magistrale in Medicina e Chirurgia (6 anni), seguita dal conseguimento del diploma di specializzazione in Anatomia Patologica. Attualmente il corso di specializzazione dura 4 anni, a differenza dei 5 previsti dal precedente ordinamento", risponde Di Napoli. Nello specifico, cosa si fa ogni giorno all'interno dell'Unità di Anatomia patologica morfologica e molecolare del Sant'Andrea? "Il patologo è il medico che analizza i campioni tessutali dei pazienti - prelevati chirurgicamente mediante la biopsia - per formulare una diagnosi precisa. Il nostro lavoro si svolge sia su biopsie ambulatoriali (chirurgiche, endoscopiche, ecoguidate o Tc-guidate), sia attraverso l'esame istologico intraoperatorio. Quest'ultimo è fondamentale: mentre il paziente è ancora sul tavolo operatorio, forniamo al chirurgo informazioni immediate per guidare l'intervento o verificarne la radicalità (ovvero accertarsi che i margini di resezione siano liberi da malattia) - prosegue la specialista - Oltre alla diagnosi morfologica di tumore, forniamo parametri cruciali per la stadiazione e la medicina di precisione. Oggi, la scelta di terapie oncologiche 'chemo-free' si basa proprio sulla nostra capacità di identificare bersagli molecolari specifici attraverso analisi genetiche avanzate". Quali sono i settori della medicina in cui il contributo dell'anatomopatologo è essenziale per definire la natura della patologia? "Siamo il fulcro dell'oncologia, sia per i tumori degli organi solidi (ad esempio polmone, mammella, apparato digerente) sia per quelli del sistema ematopoietico (linfomi e leucemie). Tuttavia - precisa Di Napoli - il nostro ruolo si estende ben oltre: diagnostichiamo patologie infettive (come la tubercolosi o le gastriti da Helicobacter pylori) e malattie infiammatorie o immunomediate, come ad esempio la celiachia e le nefropatie". Il ruolo di questi professionisti è cruciale nel fornire diagnosi precise attraverso l'esame microscopico dei tessuti. Ma perché si parla così poco del loro lavoro? "C'è un paradosso di fondo - ragiona l'esperta - mentre i pazienti spesso ignorano la nostra esistenza, la nostra figura è il perno invisibile su cui ruotano le decisioni di clinici e chirurghi. Questo accade perché il nostro referto viene comunicato al paziente dal medico curante che traduce i nostri tecnicismi in termini comprensibili. C'è una scena famosa nel film 'Caro Diario' di Nanni Moretti: lui dice 'il chirurgo disse: Linfoma di Hodgkin'. In realtà, quella diagnosi non l'ha fatta il chirurgo - che ha solo prelevato il linfonodo - ma un patologo specializzato in ematopatologia. Molti credono che dietro un referto ci sia una macchina, come per un comune esame del sangue; non sanno che dietro quel foglio c'è un medico che, con esperienza e studio, ha interpretato i segni della malattia per tracciare la rotta della cura". E perché esiste questa 'crisi di vocazione'? "Spesso i giovani percepiscono la nostra specializzazione come poco gratificante perché manca il ringraziamento diretto del paziente. C'è anche il mito, errato, di scarse prospettive economiche legate al solo ambito ospedaliero. In realtà, il patologo svolge un'importante attività professionale anche nel settore privato, analizzando campioni provenienti da cliniche e centri specialistici. È una professione intellettualmente stimolante che richiede una responsabilità decisionale altissima", risponde Di Napoli. Anche la ricerca è importante in Anatomia patologica. "È il motore dell'innovazione medica - conferma l'esperta - Ogni nostra diagnosi nasce dall'osservazione, che genera domande a cui solo la ricerca scientifica può rispondere. Questo impegno si concretizza, circa ogni 5 anni, nelle nuove classificazioni dei tumori dell'Oms (World Health Organization), che diventano le 'bibbie' diagnostiche per i medici di tutto il mondo. Personalmente, sono orgogliosa di aver contribuito, con le mie ricerche, all'identificazione di un'entità tumorale che fino a pochi anni fa era del tutto sconosciuta (il linfoma a grandi cellule associato alle protesi mammarie)".
L'intelligenza artificiale si sta rivelando sempre più di supporto alla medicina. La rivoluzione tocca anche l'anatomia patologica? "Assolutamente sì - assicura Di Napoli - Stiamo sviluppando algoritmi avanzati capaci di supportare la diagnosi; in ambiti come la patologia prostatica, l'Ia è già uno strumento prezioso per lo screening e l'identificazione delle aree sospette. Tuttavia, l'Ia non sostituisce il medico: il patologo deve sempre revisionare e validare il dato. Anche per una questione legale e deontologica, la firma su una diagnosi che cambia la vita di una persona deve essere quella di un essere umano". Pur essendo l'anatomopatologo un medico, nel suo lavoro quotidiano il contatto con il paziente è molto raro. Non manca questo aspetto? "Io ho scelto consapevolmente di lavorare 'dietro le quinte' - spiega la specialista - Sebbene ricevere un ringraziamento diretto sia raro e mi faccia immenso piacere quando accade, riconosco che il rapporto clinico quotidiano richiede un'empatia e una pazienza particolari. Il mio temperamento - conclude - si sposa meglio con la natura analitica della mia disciplina: formulare una diagnosi è come risolvere un intricato caso giudiziario. Bisogna raccogliere tutti gli indizi microscopici e molecolari per arrivare al 'colpevole'. Forse è per questo che, non a caso, sono una grande appassionata di film gialli".
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PS5, aumentano anche in Europa i prezzi di tutti i modelli
(Adnkronos) - Sony Interactive Entertainment ha annunciato una revisione al rialzo dei listini per l’intero ecosistema PlayStation 5, motivando la scelta con la persistente instabilità dello scenario economico globale e le relative pressioni inflazionistiche. Dal prossimo 2 aprile, l'acquisto della console ammiraglia richiederà un esborso sensibilmente maggiore rispetto al passato, segnando un distacco netto dalle strategie di prezzo mantenute finora. La versione standard di PlayStation 5 passerà dagli attuali 499,99 euro a 649,99 euro, mentre la Digital Edition subirà un incremento di cento euro, assestandosi sulla soglia dei 599,99 euro. Si tratta di una manovra che ridefinisce il posizionamento del prodotto, spostandolo verso una fascia di consumo più esclusiva. L'adeguamento dei costi non risparmia nemmeno le varianti di fascia alta e gli accessori dedicati alla mobilità domestica. La PlayStation 5 Pro, concepita per offrire prestazioni superiori ai fruitori più esigenti, vedrà il proprio prezzo salire a 899,99 euro, aggiungendo un ulteriore carico a un investimento già considerato elitario al momento del lancio. Parallelamente, il dispositivo per il gioco remoto PlayStation Portal subirà un rincaro di trenta euro, portando il costo finale a 249,99 euro. Questa strategia riflette la necessità del produttore giapponese di preservare i margini operativi a fronte dell'aumento dei costi di produzione e logistica, incidendo tuttavia in modo diretto sulla capacità di spesa del pubblico europeo in un settore sempre più condizionato dai fattori macroeconomici.
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Gherlone (rettore UniSR): "Verso il semestre filtro di Medicina anche negli atenei non statali, come funzionerà"
(Adnkronos) - "Anche le università non statali avranno il semestre filtro di Medicina". Per armonizzare l'accesso ai corsi di laurea "è stato presentato recentemente un disegno di legge, che ha come primo firmatario il deputato Fdi Gimmi Cangiano, con cui abbiamo collaborato, che avvicina il sistema delle non statali a quello delle statali". Se sarà approvato in tempo utile, "si potrebbe partire già dall'anno accademico 2027-2028. Noi siamo pronti. Abbiamo cercato una reciprocità, quindi nel nostro semestre aperto si faranno le stesse materie che fanno nelle statali, con lo stesso numero di crediti, e poi la possibilità anche per i ragazzi che si sono iscritti alle non statali di fare la prova ed entrare in una graduatoria nazionale. Chi riuscirà, anche se ha fatto il semestre nella privata, potrà entrare nella pubblica e viceversa. Vale anche per i trasferimenti degli anni a venire. La regola di ingaggio? Più medici sì, ma migliori. Questa è la vera sfida della riforma, ed è il mio credo". Parola di Enrico Gherlone, rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (UniSR) e coordinatore all'interno della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) per gli atenei non statali che includono nei propri piani formativi la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Parlando della riforma varata dal ministro dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che ha avuto in questo anno accademico il suo banco di prova, Gherlone la definisce "un buon inizio che si può migliorare e si migliorerà. Tutte le riforme devono avere un periodo di adattamento. Ma non si poteva fare diversamente. Ampliare totalmente era impossibile, la platea degli aspiranti è sempre enorme, quest'anno avevamo quasi 65mila aspiranti. Così si è rispettata la missione di archiviare il quiz. Per uno studente che dovrà diventare medico superare un test nel quale si chiede l'anno in cui è morto Napoleone non è importante", non è dirimente. "Avere delle prove - chimica, fisica e biologia - su materie che sono fondamentali per la preparazione di un medico e di un sanitario per me è stato già un grosso passo avanti. Credo si sia fatto tutto il possibile per far funzionare questa riforma". E anche le università non statali legalmente riconosciute intendono ora sposare il nuovo sistema di accesso. Il Ddl punta a rafforzare il loro contributo, come si legge nella relazione illustrativa, "alla realizzazione del diritto costituzionale allo studio universitario, assicurando al contempo il coordinamento con la programmazione nazionale dei posti e con il sistema di selezione e graduatoria nazionale".
Cambiare era necessario. L'insegnamento della medicina, del resto, si è evoluto nel corso di questi decenni. Per capire il punto di arrivo, bisogna riavvolgere il nastro fino a quando, in passato, "l'accesso era completamente libero, senza programmazione. Io c'ero - sorride Gherlone - Allora la qualità dipendeva in larga misura dall'intraprendenza di noi studenti. Chi era più motivato cercava di frequentare i reparti, affiancare i medici, costruirsi un percorso. Però non era raro che si potesse arrivare alla laurea senza aver mai seguito un paziente o partecipato alla vita di un reparto. Noi oggi vogliamo sì più medici, ne abbiamo bisogno. Ma questo non può esaurirsi in un semplice aumento dei numeri. La vera sfida è formarne di più, in progress, senza rinunciare alla qualità della loro preparazione, offrendo loro la possibilità di imparare bene. Per farlo bisogna investire nel capitale umano dell'università, servono strutture, serve ampliare la rete formativa. La medicina moderna richiede professionisti più capaci, che devono integrare conoscenze scientifiche molto avanzate. Oggi abbiamo tecnologie innovative che possono aiutarci a fare quasi miracoli e dobbiamo trasmettere competenze su questo fronte, insieme alle capacità cliniche maturate attraverso l'esperienza diretta". Per Gherlone "è importante valorizzare il ruolo di tutti i clinici e garantire agli studenti un accompagnamento didattico adeguato lungo tutto il loro percorso. Perché la formazione medica non si costruisce solo nelle aule universitarie, ma soprattutto al letto del malato. In più ora abbiamo a disposizione anche sistemi avanzati come l'intelligenza artificiale, la realtà aumentata: io imparo prima la teoria e poi vado al letto del malato, ma prima di agire sul malato provo quello che devo fare su manichini hi-tech, su sistemi di simulazione ultra avanzati. Per fare tutto ciò ci vuole un numero di docenti adeguato. Ci sono delle regole stabilite per legge, secondo cui ogni coorte di 80 studenti deve avere almeno 18 professori, di cui 10 di ruolo. Teniamo poi conto che la laurea in Medicina ora è una laurea abilitante. E questo vale anche per l'Odontoriatria. Quando dico che dobbiamo staccarci dal passato e aumentare la rete formativa di molto mi riferisco al fatto che bisogna rafforzare anche la collaborazione con gli ospedali e con l'intero sistema sanitario. Deve esserci una rete ampia e qualificata di strutture che possano accogliere i nostri studenti e far loro affrontare esperienze cliniche autentiche e responsabili. Il modello dei teaching hospital, gestiti dall'accademia, è importante. E per avere più strutture, possiamo andare a colonizzare anche ospedali più periferici, che hanno bisogno di personale. Attraverso i nostri docenti universitari possiamo dunque fare formazione e ampliare la rete, migliorando la preparazione degli studenti. Un pilastro è sicuramente avere le risorse giuste per offrire una formazione adeguata anche sul campo". "Non si può - rimarca il rettore di UniSR - raccontare che avere tutto libero e aperto è bello. E' giusto ampliare le opportunità per i ragazzi che aspirano alla professione medica, ma ci vogliono le risorse economiche e, a cascata, le risorse strutturali di docenti e attrezzature. Il tempo della medicina fai da te è finito, non si può più imparare sbagliando. Adesso si deve imparare senza sbagliare". Questa è la base che rende necessaria la riforma, ragiona Gherlone: "Certo, nel primo anno di applicazione ci sono stati dei problemi, che ha riscontrato lo stesso Mur: troppo poco tempo per prepararsi ed esami troppo ravvicinati, per esempio. E io so che stanno già studiando delle contromisure, come un tempo più lungo di preparazione, magari dei programmi diversi e qualche modifica alla prova, posticipando la data dell'esame di ammissione al secondo semestre. Con l'esperienza del primo anno, il secondo andrà meglio. Ma non c'è altra strada, una selezione va fatta ed è giusto farla, perché noi mettiamo la vita dei pazienti, di tutti noi, nelle mani di persone che devono essere preparate. Dobbiamo pensare agli studenti e alle loro aspirazioni, ma anche ai cittadini e a curarli nel miglior modo possibile. Quindi, semestre filtro sì, perché non c'è altra possibilità, eventualmente aumentando i numeri". Numeri che "sono comunque già aumentati. Quest'anno i posti di Medicina totali sono stati 20.864, di cui 16.860 statali. Il rapporto con quelli non statali è stato mantenuto. Magari il prossimo anno si crescerà ancora, ma ci devono essere le risorse". E, aggiunge, "bisogna coinvolgere di più gli studenti, misura che è già in programma. Ora che c'è stata la prima prova, potranno dire cosa è andato meglio e cosa meno. E la tendenza del Mur è proprio il confronto con loro, anche per le scuole di specialità. Sono stati programmati nuovi tavoli di lavoro sia per ciò che concerne la riforma di accesso, sia per le scuole di specializzazione mediche, a quest'ultimo parteciperò in rappresentanza dei rettori. E' giusta la presenza degli studenti, perché facciano sentire la loro voce nel miglioramento della riforma". Quanto ai numeri, "si possono aumentare fino a un certo punto. Adesso mancano medici, ma non dobbiamo creare laureati per poi parcheggiarli, perché poi devono entrare nelle scuole di specialità. Un certo margine di libertà lo abbiamo, perché chi si laurea in Medicina non deve per forza fare il medico al letto del malato o il chirurgo. Può fare il ricercatore, andare a lavorare in aziende sanitarie con altri ruoli, o in aziende farmaceutiche. Insomma, la sanità ha bisogno di laureati in Medicina, non soltanto di medici operativi sul campo. E penso che la politica e il governo abbiano accettato questa richiesta della popolazione".
Che anno è stato quello in corso per Medicina nelle università non statali? "C'è stato un po' lo stupore della novità legata alla riforma. Le persone non avevano ancora capito bene come funzionava il sistema. Si è verificato - analizza Gherlone - un calo per tutti delle domande soprattutto nei primi bandi. Parlando del mio ateneo, UniSR, abbiamo avuto 2.000 iscritti ai test invece di 3.000, però con un bando solo abbiamo subito coperto i 750 posti disponibili. Vuol dire che questi 2.000 aspiranti erano decisi a fare Medicina al San Raffaele, il loro non era uno di più tentativi e per me sono numeri che valgono molto più dei 3.000 dell'anno scorso perché mi dicono che l'attrattività c'è. Prima su numeri più grandi c'erano anche tanti ragazzi bravi che passavano il test in più università e alla fine, magari, sceglievano un ateneo più vicino a casa. C'è infatti anche un problema di costi, e di spostamenti, che non si esaurisce col semestre filtro. C'è il problema dell'housing, di vivere e mantenersi in una . Ad esempio, ci siamo accorti che le iscrizioni in alcune scuole di specialità venivano condizionate dal percorso del treno Frecciarossa". Aderendo al principio del semestre aperto, "la volontà è di favorire i ragazzi con lo stesso sistema di accesso". Ma se chi entra in un'università privata non ha la possibilità economica? "A questo proposito - dice Gherlone - si stanno studiando delle forme anche con borse di studio, cercando di trovare le disponibilità per chi ha merito". Però "non si potevano tenere due sistemi che non si parlassero tra loro". E per accogliere in partenza più studenti nei primi sei mesi, "noi atenei privati siamo pronti a organizzarci predisponendo più aule e con formule anche miste (a distanza e in presenza). I bandi delle università non statali verrebbero fatti prima di quelli delle statali, e nel nuovo sistema di armonizzazione, si è discussa anche una possibilità interessante: al termine di tutto, quando eventualmente nelle non statali rimangono dei posti liberi, oppure quando si può implementare il numero dei posti (sempre seguendo i paletti della legge), a quel punto si può fare un 'richiamo'. Cioè - conclude il rettore di UniSR - finito il primo step, si potrebbero dare ancora possibilità, a chi è rimasto fuori, di entrare. Ma sempre con un'unica missione: formare medici del futuro che siano preparati al meglio".
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Mamma e figlia morte a Natale a Campobasso, martedì 31 marzo attesi esiti definitivi autopsie
(Adnkronos) - Sono passati tre mesi dalla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e di sua madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, decedute a poche ore di distanza tra il 27 e il 28 dicembre a Pietracatella (Campobasso). Ancora non si conoscono le cause dei decessi, avvenuti dopo il terzo accesso al Pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove entrambe erano state visitate due volte prima di essere rimandate a casa. Il 31 marzo sono attesi gli esiti definitivi delle due autopsie eseguite il 31 dicembre 2025. Martedì prossimo scadono i 90 giorni concessi ai consulenti della procura - Benedetta Pia De Luca e Francesco Battista Laterza - per completare gli accertamenti irripetibili, salvo eventuali proroghe. Secondo il medico legale Marco Di Paolo, consulente della difesa e della famiglia Di Vita, "verrà probabilmente richiesta una proroga. In questi mesi non abbiamo avuto notizie, c'è stato un silenzio eccessivo e le indagini hanno subìto rallentamenti per difficoltà tecniche". Per Di Paolo, madre e figlia "sono morte a causa di una tossinfezione alimentare, probabilmente provocata da una sostanza tossica o da un batterio, esclusi botulismo ed epatite fulminante. Erano donne sane, ma hanno sofferto di vomito incoercibile, fino a 30 episodi in una sola notte, con grave disidratazione e danno multiorgano". Sara è morta per prima, seguita dalla madre, dopo aver accusato vomito e dolori addominali legati a un pasto consumato in casa tra il 23 e il 25 dicembre. Le prime ipotesi sulle possibili cause hanno incluso funghi, pesce, conservanti e persino la contaminazione della farina con veleno per topi (nel granaio vicino casa c'era stata una disinfestazione mesi prima) ma quest'ultima è stata esclusa dalle analisi sul luogo. Massimo riserbo è stato mantenuto anche sulle analisi svolte dall'Istituto zooprofilattico sperimentale dell'Abruzzo e del Molise 'G. Caporale' su 19 tipi di alimenti, tra cui conserve, olive, barattoli sottaceto e sottolio. L'elenco degli alimenti presenti nel frigorifero della famiglia e da subito al vaglio degli inquirenti - secondo l'Azienda sanitaria regionale Molise (Asrem) - comprendeva vongole, cozze, seppie, baccalà e funghi champignon di 'tipo certificato e in commercio'. Gianni Di Vita, 55 anni, padre di Sara e marito di Antonella Di Ielsi, è sopravvissuto alla tragica intossicazione. Dopo un ricovero iniziale al Cardarelli è stato trasferito allo Spallanzani di Roma, dimesso dopo 10 giorni di degenza il 7 gennaio con esami negativi e rientrato in Molise. La seconda figlia della coppia non ha mai avuto sintomi: non era presente al pasto incriminato e il suo ricovero è stato solo precauzionale. La procura indaga per omicidio colposo e lesioni colpose, concentrandosi sulle dimissioni delle due donne dal Pronto soccorso del Cardarelli. Sono indagati cinque medici: tre del Cardarelli (due venezuelani e uno italiano) e due della guardia medica, contattati dalla famiglia nei giorni della malattia.
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Novitec trasforma Lamborghini Revuelto: più potenza e carbonio
(Adnkronos) - La Lamborghini Revuelto entra nel mirino di NOVITEC, che ne esalta carattere e prestazioni con un pacchetto di modifiche studiato per rendere ancora più estrema la prima supersportiva ibrida V12 della Casa di Sant’Agata Bolognese. L’obiettivo è chiaro: aumentare potenza, migliorare la dinamica e rendere il design ancora più distintivo. Il primo esemplare di Lamborghini Revuelto by Novitec realizzato dal preparatore tedesco si presenta con una livrea viola ispirata a una delle tinte più iconiche della storia Lamborghini, scelta che sottolinea il legame tra passato e innovazione. Il lavoro di NOVITEC parte dalla carrozzeria, dove domina il carbonio a vista con finitura lucida, disponibile anche verniciato in tinta carrozzeria o a contrasto. Il kit aerodinamico sviluppato in galleria del vento introduce elementi pensati per migliorare stabilità e carico alle alte velocità. Tra questi spiccano lo splitter anteriore, le appendici laterali e il cofano ridisegnato, che contribuiscono a generare maggiore deportanza sull’asse anteriore e a rendere il frontale ancora più aggressivo. La configurazione più estrema prevede cerchi da 21 pollici all’anteriore e 22 al posteriore, abbinati a pneumatici ad alte prestazioni. Le molle sportive dedicate abbassano l’assetto di circa 25 mm, migliorando il baricentro e la precisione di guida. Al posteriore, il protagonista è l’alettone retrattile ridisegnato, che incrementa il carico aerodinamico e contribuisce alla stabilità oltre i 350 km/h. Il cofano in carbonio può essere integrato con un airbox aggiuntivo per ottimizzare il flusso d’aria verso il V12. Il lavoro più significativo riguarda però l’impianto di scarico. NOVITEC introduce un sistema ad alte prestazioni completamente isolato termicamente, disponibile sia in acciaio inox sia in INCONEL, materiale tipico della Formula 1. Quest’ultima versione può essere impreziosita da una placcatura in oro 999, utile anche a migliorare la dissipazione del calore. Grazie a un sistema di valvole attive, il suono del motore può essere modulato, passando da una tonalità più discreta a una decisamente più estrema. L’adozione di catalizzatori sportivi consente inoltre un incremento di potenza pari a 33 CV per il solo motore termico V12, portando la potenza complessiva del sistema ibrido a 1.048 CV.
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Volkswagen ID Cross: il nuovo SUV elettrico compatto
(Adnkronos) - La strategia elettrica di Volkswagen entra in una nuova fase con l’arrivo della Volkswagen ID Cross, un SUV compatto destinato a giocare un ruolo chiave nel segmento delle elettriche accessibili. Il debutto commerciale è previsto in Europa nell’autunno 2026, con un prezzo d’ingresso attorno ai 28.000 euro. Pensata per un utilizzo quotidiano, la nuova Volkswagen ID Cross si rivolge a chi cerca una mobilità elettrica concreta, senza compromessi su spazio, qualità e tecnologia. Il modello è già stato avvistato ad Amsterdam con livrea camouflage, segno che la fase di sviluppo è ormai avanzata. Il linguaggio stilistico introduce il nuovo corso Volkswagen denominato “
Pure Positive”
, caratterizzato da linee pulite, proporzioni equilibrate e una presenza su strada volutamente essenziale ma solida. Anche l’abitacolo segue la stessa filosofia: ambiente ordinato, materiali curati e un’impostazione orientata a categorie superiori. La ID Cross propone una configurazione a cinque posti con un utilizzo intelligente dello spazio interno, pensato per garantire comfort e praticità nell’uso quotidiano. L’interfaccia utente punta su comandi intuitivi e display di grandi dimensioni, riducendo la complessità e migliorando l’esperienza di guida. Dal punto di vista tecnico, il SUV elettrico Volkswagen si distingue per una gamma articolata. Sono previsti tre livelli di potenza: 116 CV, 135 CV e 211 CV, abbinati a due tagli di batteria da 37 kWh e 52 kWh netti.
Questa combinazione consente di coprire esigenze molto diverse, dalla mobilità urbana fino ai tragitti più lunghi. Anche la ricarica è stata pensata per adattarsi a scenari differenti: la ID Cross supporta la ricarica rapida in corrente continua fino a 90 kW, che salgono a 105 kW con la batteria più capiente. Non manca un pacchetto completo di sistemi di assistenza alla guida, progettati per aumentare sicurezza e comfort, contribuendo a rendere il modello competitivo in un segmento sempre più affollato. Con dimensioni compatte, contenuti tecnologici aggiornati e un prezzo accessibile, la ID Cross si inserisce come una proposta concreta per ampliare la diffusione dell’elettrico, mantenendo standard qualitativi elevati e una forte attenzione all’usabilità quotidiana.
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Stellantis lancia il Supplier Advisory Council europa
(Adnkronos) -
Stellantis compie un passo strategico nel rafforzamento della propria rete industriale europea con il lancio dello Supplier Advisory Council Europa, un organismo pensato per migliorare il dialogo con i partner della filiera e accelerare i processi decisionali. In un contesto sempre più complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, normative stringenti e instabilità delle catene di approvvigionamento, Stellantis punta a costruire un sistema di collaborazione più diretto ed efficace. L’obiettivo è creare un ecosistema capace di rispondere rapidamente alle nuove esigenze del mercato. Il Consiglio riunisce i vertici europei delle principali funzioni industriali in un gruppo selezionato di fornitori, rappresentativi delle diverse competenze e tecnologie presenti nel settore automotive. Un confronto strutturato che mira a superare logiche tradizionali e a favorire un approccio condiviso allo sviluppo. Il nuovo organismo nasce con una missione precisa: trasformare la collaborazione con i fornitori in un vero vantaggio competitivo. Non più semplici relazioni commerciali, ma partnership operative orientate alla risoluzione concreta dei problemi. Il Consiglio si riunirà nel corso dell’anno attraverso sessioni operative dedicate, con l’obiettivo di definire linee guida comuni e monitorare i progressi delle attività avviate. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalle principali associazioni della componentistica europea, coinvolte per garantire una visione più ampia e rappresentativa delle esigenze della filiera. Il contributo di questi attori permette di integrare competenze diverse e di affrontare in modo più strutturato le sfide legate a innovazione, costi e sostenibilità. Il progetto riflette una visione chiara: rafforzare la base industriale europea attraverso una collaborazione più stretta, trasparente e orientata ai risultati. In un mercato sempre più competitivo, la capacità di lavorare in sinergia lungo tutta la catena del valore diventa un elemento decisivo per sostenere crescita e innovazione.
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Hyundai, Kia e NVIDIA rafforzano la partnership sulla guida autonoma
(Adnkronos) - La corsa alla guida autonoma entra in una fase sempre più concreta e Hyundai Motor Group decide di spingere sull’acceleratore. Il gruppo, insieme a Kia, amplia la collaborazione con NVIDIA, puntando a costruire una nuova generazione di veicoli in cui software e intelligenza artificiale assumono un ruolo centrale. L’obiettivo di Hyundai non è solo tecnologico, ma strategico: rafforzare la presenza globale nei Software-Defined Vehicles (SDV), un segmento in cui il valore dell’auto si sposta progressivamente dall’hardware al software. In questo scenario, la capacità di sviluppare sistemi intelligenti e aggiornabili diventa determinante. La sinergia tra le competenze industriali di Hyundai e le soluzioni avanzate di NVIDIA mira a creare una piattaforma evoluta, capace di migliorare sicurezza, comfort e capacità di risposta del veicolo in tempo reale. Al centro del progetto c’è la piattaforma NVIDIA DRIVE Hyperion, che permetterà di realizzare un’architettura modulare per sistemi di guida autonoma dal Livello 2 fino al Livello 4. Il vero elemento distintivo, però, è l’approccio data-driven. Hyundai punta a sfruttare i dati raccolti su strada. Questo processo consente di migliorare progressivamente le prestazioni dei sistemi, rendendoli sempre più affidabili e adattivi. Parallelamente, il gruppo prevede l’introduzione di queste tecnologie su modelli selezionati, con benefici diretti in termini di sicurezza e qualità dell’esperienza di guida. Un capitolo fondamentale riguarda anche i robotaxi. Attraverso la joint venture Motional, Hyundai sta lavorando allo sviluppo di soluzioni di livello 4, con l’obiettivo di rendere il servizio sempre più efficiente e pronto per un’adozione su larga scala. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il vero motore dell’evoluzione: non solo supporto alla guida, ma sistema capace di apprendere, migliorarsi e adattarsi a scenari complessi.
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KIA EV2, parte la produzione in Europa
(Adnkronos) - La strategia europea di KIA EV2 entra in una fase concreta con l’avvio della produzione nello stabilimento slovacco di Zilina. Un passaggio che segna un’evoluzione importante per il marchio, sempre più focalizzato sull’elettrificazione e sulla localizzazione della produzione nel mercato europeo. La nuova KIA EV2 rappresenta il secondo veicolo completamente elettrico prodotto in Europa, confermando la volontà del costruttore di rafforzare la propria presenza nel segmento delle vetture a zero emissioni. L’integrazione della EV2 nella linea produttiva è stata resa possibile grazie a un processo di modernizzazione dello stabilimento, che ha introdotto nuove tecnologie e soluzioni robotizzate per gestire la crescente domanda di veicoli elettrici. La Kia EV2 si inserisce nel segmento dei B-SUV con l’obiettivo di rendere l’elettrico più accessibile a un pubblico ampio. Il modello è disponibile con due opzioni di batteria, pensate per adattarsi a esigenze diverse: una versione più orientata all’utilizzo urbano e una a maggiore autonomia, capace di coprire distanze più ampie. Le prestazioni dichiarate indicano percorrenze fino a oltre 450 chilometri nel ciclo WLTP, mentre le soluzioni di ricarica includono sia corrente continua ad alta velocità sia ricarica in corrente alternata, garantendo flessibilità nell’uso quotidiano. Dal punto di vista tecnologico, la EV2 integra sistemi digitali avanzati, tra cui aggiornamenti software da remoto e una suite completa di assistenza alla guida. Un pacchetto che risponde alle aspettative di un segmento sempre più competitivo e orientato alla connettività. Lo stabilimento di Zilina rappresenta uno degli asset strategici per KIA in Europa. Con migliaia di dipendenti e una produzione destinata a decine di mercati internazionali, l’impianto ha recentemente beneficiato di investimenti significativi per supportare la transizione verso l’elettrico.
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Aprilia RS 457 GP Replica: la sportiva A2 si ispira alla MotoGP
(Adnkronos) - La Aprilia RS 457 GP Replica segna un passo deciso verso il mondo delle competizioni per una delle sportive più apprezzate tra i possessori di patente A2. Non si tratta di una semplice variante estetica, ma di un’evoluzione che rafforza il carattere sportivo della moto, mantenendo intatto il suo equilibrio tra accessibilità e prestazioni. Con la RS 457 Replica, Aprilia punta a rendere ancora più concreto il legame tra la produzione di serie e l’esperienza maturata nelle competizioni, portando su strada elementi che richiamano direttamente la MotoGP.
La RS 457 si è già distinta per il suo rapporto peso/potenza e per una guida intuitiva, caratteristiche che l’hanno resa rapidamente un riferimento nel segmento. Con la configurazione GP Replica, il modello si arricchisce di contenuti che ne esaltano ulteriormente la vocazione sportiva. La Aprilia RS 457 GP Replica si riconosce immediatamente per una livrea che richiama il mondo delle corse. Ma l’intervento non si limita all’aspetto visivo. Il cambio elettronico quick shift, disponibile di serie in questa versione, rappresenta uno degli elementi più rilevanti in ottica di guida sportiva, permettendo cambiate rapide senza l’uso della frizione e migliorando la fluidità nella guida dinamica. Anche l’impianto frenante beneficia di un aggiornamento, con soluzioni che aumentano l’efficacia nelle fasi di staccata più impegnative. A completare il pacchetto ci sono dettagli come la configurazione monoposto e le finiture specifiche per telaio e componenti, che contribuiscono a rafforzare l’identità racing del modello. La base tecnica resta uno dei punti di forza della RS 457. Il bicilindrico da 457 cc sviluppa la potenza massima consentita per la patente A2, mantenendo un equilibrio tra prestazioni e fruibilità. Il peso contenuto e la ciclistica in alluminio garantiscono una guida precisa e reattiva, adatta sia all’uso quotidiano sia a contesti più sportivi.
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