Renault celebra la libertà al Viva! Festival con la R4 E-Tech Electric

(Adnkronos) - Per il nono anno del Viva! Festival, Renault Italia consolida la propria presenza affiancando la celebre rassegna musicale della Valle d’Itria. Un legame che nasce dalla condivisione di valori profondi e da una visione comune: creare esperienze che connettano persone, linguaggi ed emozioni. Nel mondo della musica, ogni nota è un viaggio emotivo, ogni melodia diventa veicolo di identità e memoria. Allo stesso modo, Renault intende la mobilità come un mezzo per generare relazioni autentiche, non solo come spostamento da un luogo all’altro. Questo spirito si riflette pienamente nella filosofia che anima il Viva! Festival, che unisce innovazione culturale, sperimentazione sonora e coinvolgimento territoriale.  Fulcro dell’edizione 2025 è la R4 E-Tech Electric: reinterpretazione elettrica e avveniristica della celebre Renault 4. Non si tratta solo di un’auto, ma di un emblema generazionale che torna a vivere in una forma sostenibile, pronta a ispirare nuove generazioni. Nata per essere democratica e rivoluzionaria, la Renault 4 ha segnato l’immaginario collettivo con la sua versatilità. Oggi, con la versione E-Tech Electric, torna in scena con una veste contemporanea, coniugando tradizione e progresso. Un’icona che parla di libertà, autenticità e futuro. Durante il Festival, il pubblico potrà ammirarla da vicino e provarla su strada grazie ai test drive previsti nei luoghi simbolici di Locorotondo. Un’esperienza immersiva che unisce passato e presente, tecnologia ed emozione, stile e sostenibilità. Il Direttore Generale di Renault Italia, Sébastien Guigues, ha sottolineato il significato di questa collaborazione: “Essere parte di questo progetto per il quarto anno consecutivo è un orgoglio. Viva! Festival rappresenta un polo culturale vibrante, capace di valorizzare il territorio attraverso la musica e le idee. Condividiamo la stessa visione: costruire legami profondi, muovendoci tra innovazione, bellezza e passione.”
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Renault Group espande la strategia globale con la piena acquisizione dello stabilimento di Chennai

(Adnkronos) -
Renault Group imprime un'accelerazione decisa alla sua presenza in India, uno dei contesti più dinamici del settore automotive mondiale, rafforzando il proprio piano di crescita internazionale. Il colosso automobilistico francese ha rilevato da Nissan il 51% delle quote rimanenti dello stabilimento Renault Nissan Automotive India Private Ltd (RNAIPL), situato a Chennai, ottenendone il completo controllo operativo e gestionale. Questa mossa segna un passaggio chiave nel percorso di trasformazione dell’India in un nodo produttivo e strategico per l’export globale del Gruppo. Con l’integrazione totale di RNAIPL nel bilancio consolidato, Renault ribadisce la volontà di rafforzare la sua impronta industriale sul territorio e costruire un ponte diretto tra innovazione locale e ambizioni internazionali. Il primo a debuttare sarà il Nuovo Triber, apripista di questa nuova fase industriale. L'obiettivo è chiaro: aumentare le vendite interne e utilizzare la base indiana come leva per l’esportazione verso altri mercati emergenti.  Lo stabilimento di Chennai, riconosciuto per i suoi standard produttivi d’eccellenza, rappresenta un tassello centrale nel piano strategico "International Game Plan 2027" di Renault. L’impianto si affianca a un Centro di Ingegneria congiunto con Nissan, anch’esso basato in India, che si occupa dello sviluppo tecnico e dell’adattamento dei veicoli alle specifiche esigenze regionali e internazionali. Con oltre il 50% della popolazione al di sotto dei 28 anni, l’India si configura come un ecosistema ideale per la sperimentazione e la crescita del marchio Renault. Terzo mercato automobilistico mondiale, il Paese non è solo una piattaforma industriale, ma anche un potente laboratorio di innovazione, in sintonia con le nuove generazioni. ---motoriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)


L'ombra ecologica dei grandi eventi: un festival musicale genera fino a 500 tonnellate di CO₂

(Adnkronos) - Un'analisi di ClimateSeed, startup specializzata in software e consulenza per la decarbonizzazione, svela un quadro preciso: un singolo concerto può generare fino a 42 tonnellate di CO₂, mentre un festival medio di tre giorni arriva a 500 tonnellate. Sebbene l'attenzione alla sostenibilità sia in crescita, la strada verso un'industria musicale "pulita" è ancora lunga. 
L'impatto ambientale di un evento musicale è la somma di diversi fattori. Il trasporto, in particolare quello degli spettatori e delle attrezzature, emerge come la componente dominante delle emissioni totali. Anche l'energia consumata per luci, suono, schermi e climatizzatori ha un peso notevole. In un festival di più giorni, l'inquinamento generato dai pernottamenti in hotel o campeggio contribuisce in modo significativo al bilancio totale. Per dare un'idea concreta, le 42 tonnellate di CO₂ generate da un concerto si traducono in circa 12,8 kg per partecipante, un valore che equivale a circa 26 kWh di energia consumata a persona. Negli ultimi anni, il settore ha iniziato a prendere coscienza di questa problematica, adottando soluzioni concrete. A livello internazionale, il tour mondiale "
Music of the Spheres" dei Coldplay è stato un pioniere, con le sue emissioni misurate e certificate dal MIT. Anche artisti come Massive Attack, Radiohead e Billie Eilish hanno iniziato a monitorare attivamente l'impatto dei loro spettacoli. L'Italia non è da meno. Durante il suo concerto a San Siro, Elisa ha utilizzato un palco alimentato con biofuel, mentre i Pinguini Tattici Nucleari si sono distinti per iniziative legate alla raccolta differenziata e all'incentivo del trasporto pubblico. Questi esempi dimostrano che è possibile coniugare grandi folle e sensibilità ecologica. Alcuni festival nostrani si sono distinti per il loro impegno. Il Suoni Controvento in Umbria è il primo festival italiano a vantare una certificazione ufficiale di carbon footprint, compensando le emissioni residue con crediti di carbonio. Lo Sherwood Festival di Padova ha ridotto del 50% le proprie emissioni dal 2018 e ha adottato alberi per la tutela delle foreste. Anche il Firenze Rocks si è posto l'ambizioso obiettivo di dimezzare consumi ed emissioni, offrendo sconti ai partecipanti che utilizzano il treno. 

Edoardo Bertin, Head of Business Development & Growth di ClimateSeed

 

 
Per Edoardo Bertin, Head of Business Development & Growth di ClimateSeed, questi sono segnali positivi: "Il settore degli eventi musicali sta iniziando a compiere passi concreti verso la sostenibilità, e alcuni esempi, anche in Italia, mostrano che una transizione è possibile. Tuttavia, siamo solo all'inizio". La strada da percorrere passa dalla misurazione trasparente dell'impatto, dall'incentivazione di trasporti sostenibili, dalla scelta di fornitori locali e dall'uso di energie rinnovabili. "Solo così i concerti potranno davvero diventare parte della soluzione e non del problema," ha concluso Bertin. ---tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)


Estate, anche in viaggio le zanzare fanno paura, boom richieste su West Nile e Dengue

(Adnkronos) - "Sudest asiatico, America Latina, Africa ed Europa sono tra le mete estere preferite dagli italiani per l'estate 2025. Ma a prescindere dalla destinazione e dalla durata del viaggio, a fare paura sono le zanzare. Non a caso da settimane assistiamo a un vero e proprio boom di richieste di informazioni sulle infezioni causate da questi insetti. Gli uomini nella fascia d'età 25-50 anni vogliono sapere tutto su West Nile e Dengue, mentre le donne si informano anche sullo Zika virus". Così all'Adnkronos Salute Laura Gianserra, medico infettivologo del Dipartimento di Dermatologia e dell'Uo di Malattie sessualmente trasmesse e malattie tropicali dell'ospedale San Gallicano di Roma.  "Chi ci contatta - spiega - vuole sapere cosa fare e come comportarsi prima di mettersi in viaggio. C'è chi chiede se occorre fare un vaccino specifico, se si cono pericoli particolari in termini di malattie epidemiche ed endemiche, se ci sono misure da adottare per la prevenzione". A tutti "consiglio di utilizzare insettici e presidi contro i vettori di infezione come zanzariere, spray repellenti e insetticidi".  Inoltre, nelle aree con scarse caratteristiche igieniche, "raccomando di non bere acqua - suggerisce Gianserra - ma consumare pasti e bevande confezionati e provenienti da aree con certificazione sanitaria". Infine, un ultimo appello: "Fare attenzione anche alle malattie sessualmente trasmesse e proteggersi sempre prima di ogni rapporto, utilizzando il condom". ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)


Cancro seno, con mastectomia mini-invasiva meno cicatrici e complicanze

(Adnkronos) - Meno cicatrici e minori complicanze negli interventi di rimozione del cancro al seno. La mastectomia endoscopica è una tecnica chirurgica meno invasiva rispetto a quella convenzionale ed è associata anche, nella maggior parte dei casi, a una ricostruzione mammaria immediata. E' quanto emerge da una metanalisi internazionale, la più ampia condotta finora sul tema. Lo studio, pubblicato sul 'British Journal of Surgery - Open', è stato coordinato dall'Irccs di Candiolo (Torino) e ha coinvolto oltre 2.600 pazienti in Europa, Asia e Nord America. La mastectomia con risparmio del capezzolo (Nsm - nipple-sparing mastectomy) rappresenta oggi una delle opzioni chirurgiche più adottate per il trattamento del tumore della mammella e per la chirurgia profilattica in pazienti ad alto rischio genetico, grazie alla possibilità di conservare il complesso areola-capezzolo. Tuttavia, nella sua forma tradizionale può comportare la comparsa di cicatrici visibili e, in alcuni casi, complicanze come la necrosi del complesso areola-capezzolo, dovute a un insufficiente apporto sanguigno. "La mastectomia endoscopica nasce per superare questi limiti", spiega Antonio Toesca, direttore della Chirurgia senologica dell'Irccs di Candiolo, che ha guidato il gruppo di ricerca. "Spostando l'incisione in aree meno esposte, come l'ascella, è possibile evitare cicatrici sulla mammella e ridurre l'impatto estetico e funzionale dell'intervento, pur mantenendo l'efficacia oncologica". L'analisi dei dati raccolti ha confermato che la mastectomia endoscopica è associata a una riduzione del 20% del dolore post-operatorio e delle complicanze - in particolare della necrosi del complesso areola-capezzolo - rispetto alla tecnica convenzionale. Inoltre ha consentito, nella quasi totalità dei casi, una ricostruzione immediata della mammella, con un tasso di successo comparabile a quello della chirurgia standard. "In particolare, l'intervento eseguito tramite un'unica incisione in regione ascellare si è dimostrato più rispettoso dell'anatomia e della sensibilità cutanea, con un impatto positivo sulla qualità della vita delle pazienti. L'unico svantaggio riscontrato è un tempo operatorio leggermente più lungo", aggiunge Toesca. Il gruppo di ricerca sottolinea che la sicurezza oncologica della tecnica è risultata paragonabile a quella della chirurgia tradizionale in termini di controllo locale della malattia e tassi di recidiva, pur con il vantaggio di un approccio meno invasivo dal punto di vista fisico e psicologico.  "La mastectomia endoscopica si configura quindi come una valida opzione per le pazienti selezionate, a condizione che venga eseguita in centri con esperienza specifica e nell'ambito di un percorso multidisciplinare. Saranno necessari ulteriori studi con follow-up a lungo termine e protocolli standardizzati per confermare questi risultati e valutarne l'impatto duraturo sulla sopravvivenza e sulla qualità della vita", conclude Toesca.  "Questo studio riflette l'impegno dell'Irccs di Candiolo nella ricerca clinica avanzata, al servizio di una chirurgia oncologica sempre più personalizzata e attenta al benessere complessivo delle pazienti", afferma Salvatore Nieddu, direttore generale dell'istituto. ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)


Dazi, Maoddi (Pecorino Romano Dop): "Passati da zero a 15%, schiaffo da 24 mln di euro"

(Adnkronos) - "L'export del mercato americano ammonta a circa 170 milioni di euro e ovviamente l'incidenza del dazio è conseguente a questo volume. Quindi se consideriamo di un 15% di questi 170 milioni di euro si tratta di circa 24 milioni di euro, una cifra considerevole, impattante. Abbiamo preso un bello schiaffo, perchè il pecorino romano negli Usa si vende da 140 anni e non ha mai pagato dazio. Quindi siamo passati da uno zero a un più 15% e per noi è un danno non da poco". E' l'allarme che, intervistato da Adnkronos/Labitalia, Gianni Maoddi, presidente del Consorzio di tutela del Pecorino romano Dop, lancia sui possibili effetti dei dazi al 15% per i prodotti europei stabilito dall'intesa Usa-Ue su uno dei prodotti icona del made in Italy.  "Il pecorino romano negli Usa -continua Maoddi- non ha mai pagato il dazio e si vende negli Usa da 140 anni, neanche in precedenza nel 2019 quando vennero introdotti i dazi a prodotti europei nella precedente amministrazione Trump. Il pecorino romano ne uscì indenne perché si riuscì a far capire all'amministrazione di quel tempo che ovviamente si trattava di una produzione particolare, con delle peculiarità assolutamente uniche, che di fatto poi non entrava in competizione con la produzione americana", aggiunge.  E Maoddi ricorda quelli che sono i numeri del Pecorino romano Dop. "Siamo un consorzio che racchiude circa 40 produttori, che completano una filiera formata da circa 8.500 allevatori distribuiti tra Sardegna, Lazio e provincia di Grosseto con una produzione che si attesterà nel 2025 intorno alle 39.000 tonnellate di pecorino, delle quali circa il 70% esportato nel mondo. E di questo circa il 40% negli Stati Uniti, che rappresentano il nostro primo mercato in assoluto di vendita oltre al mercato nazionale", spiega Maoddi.  Maoddi sottolinea come "il 33-35% della produzione è destinato al mercato nazionale, il 35-37% al mercato americano, e la restante quota al resto del mondo, e quindi Unione Europea, a seguire il Canada, il Giappone, l'Australia".  Ma il presidente del Consorzio resta ottimista su una possibile esenzione del Pecorino romano dai dazi. "Io sono convinto che ci sarà un momento successivo a questo che stiamo vivendo -spiega- nel quale ci sarà spazio per entrare come nel dettaglio dei singoli prodotti e per definire insomma delle esenzioni. A mio parere, infatti, ci sono dei prodotti come il nostro che non possono essere replicati su quel mercato e che di fatto non entrano in competizione con quelli Usa. Se però non si riuscisse a farlo e ci fosse questo dazio al 15% questo avrebbe un impatto importante su tutta la filiera perché i numeri che rappresentano il mercato americano sono importanti e quindi è ovvio che ci sarebbero dei riflessi su tutta la filiera in termini di valori e in termini di quantità vendute", sottolinea.  Maoddi ricorda anche che il comportamento del Consorzio negli Usa è lineare. "Non creiamo questioni legate né tanto all'utilizzo del marchio o del nome, e di fatto è già presente anche nella produzione americana una produzione di formaggio che si chiama Romano, formaggio industriale fatto di latte vaccino che viene utilizzato per il condimento per la preparazione di cibi pronti e di salsa. Questa è una situazione con la quale noi conviviamo e che testimonia che la nostra non è una produzione che ostacola quelle americane".  "Quindi io mi auguro veramente che ci sia un momento nel quale si possa entrare nel dettaglio delle singole produzioni e a quel punto non credo ci siano problemi da parte dell'amministrazione americana nel riconoscere le peculiarità del nostro prodotto", sottolinea.  Ma come viene distribuito il Pecorino romano dop negli Usa? "Il pecorino romano viene venduto in America su due canali: uno -spiega Maoddi- è quello dell'industria alimentare nel quale viene utilizzato come ingrediente per le sue qualità uniche di condimento di insaporimento. L'altro è invece il canale retail che è quello più vicino al consumatore. Di questi due canali sicuramente il primo è quello più sensibile al dazio al 15% e che farà più fatica ad assorbirlo. C'è il concreto rischio che il nostro prodotto venga sostituito in parte o del tutto da altri prodotti, con costi minori, come ingrediente nell'industria alimentare statunitense", aggiunge ancora.  Per quanto riguarda il canale retail, secondo Maoddi, negli Usa "se già oggi un consumatore americano paga circa 35 dollari un chilo di formaggio pecorino non cambierà molto se lo pagherà diciamo 39, perchè stiamo parlando di un di un consumatore che ha delle possibilità importanti di vendita e quindi il dazio sicuramente non inciderà in maniera importante sul suo bilancio".  "Le cose potrebbero cambiare invece nell'utilizzo nell'industria, dove il pecorino di solito fa parte di una miscela di altri prodotti, di altri ingredienti, che di fatto sono sempre molto 'attenzionati' nella formazione di quello che poi è il costo di un prodotto finale. Con i dazi si rischia che cambi la quantità di pecorino inserito in queste miscele, sostituito in parte da altri prodotti con minor costo, o che addirittura in alcuni casi venga sostituito completamente", lancia l'allarme Maoddi.  Di certo il management del Consorzio sta concentrando le forze per trovare una soluzione. "Io non nascondo che il Consorzio non assiste da spettatore in questo momento e, attraverso una serie di attività, stiamo cercando di coinvolgere la politica americana. Abbiamo avuto audizioni a livello europeo presso i gabinetti del commissario dell'Agricoltura Hansen e del commissario Sefcovic per quanto riguarda il commercio. Abbiamo dato ovviamente le nostre indicazioni, abbiamo fatto valere quelle che sono le nostre peculiarità di questo prodotto. Stiamo cercando di coinvolgere il più possibile la politica affinché spinga su questa richiesta di esenzione del dazio per il nostro prodotto che secondo me è conveniente non solo per noi, ma anche per l'amministrazione Trump che di fatto ha un elemento che potrebbe poi utilizzare per far vedere che c'è apertura da parte loro. Su un prodotto che non va a intaccare, non va a disturbare nessuna produzione americana sul mercato", sottolinea ancora Maoddi.  E dalla politca italiana c'è attenzione sul settore. "Devo dire -spiega- che la politica ci sta ascoltando. Il ministro dell'Agricoltura si è da subito reso disponibile con il suo staff ad ascoltarci, a metterci nelle condizioni di poter dialogare con queste strutture sia a livello europeo, quindi attraverso la Commissione europea, che a livello americano tramite l'ambasciata con la quale abbiamo veramente un filo diretto. Ma abbiamo un filo diretto anche col Ministero, ripeto, che si è da subito all'operato. Quindi io sono convinto che loro faranno tutto il possibile. Io ho sentito il ministro anche l'altro ieri e nelle sue parole ho sentito veramente l'attenzione, la vicinanza per questo comparto e questo mi fa molto piacere", conclude.     ---lavoro/made-in-italywebinfo@adnkronos.com (Web Info)


Ondate di calore, cosa significa morire per il caldo

(Adnkronos) -
Torna l'incubo delle ondate di calore dopo oltre 10 giorni di temperature miti al Centro-Sud, se non 'freddine' e piovose nella maggior parte delle regioni del Nord. Sono 4 i livelli di allerta sulle ondate di calore, che abbiamo imparato a conoscere con il bollettino del ministero della Salute soprattutto da metà luglio quando l'Italia era rovente. A spaventare è soprattutto il bollino rosso (livello 3 di allerta), che indica condizioni di emergenza con possibili effetti negativi sulla salute di persone sane e attive e non solo sui sottogruppi a rischio come gli anziani, i bambini molto piccoli e le persone affette da malattie croniche. A luglio si sono registrati diversi decessi legati alle temperature che sono arrivate a superare i 40 gradi, ma cosa significa morire per il caldo? Tre esperti rispondono all'Adnkronos Salute: un internista, un medico di pronto soccorso e un cardiologo.  
Il caldo uccide perché "manda in tilt tutti i nostri sistemi di regolazione, spiega Giorgio Sesti, docente di Medicina interna alla Sapienza Università di Roma. Il corpo, infatti, "deve essere in grado di mantenere una temperatura e un'umidità costante. Se l'ambiente esterno non lo consente, succede quello che accade anche agli oggetti che usiamo tutti i giorni - cellulare, elettrodomestici - Si surriscaldano e non riescono più a funzionare". A questo si aggiunge la perdita di liquidi che, in maniera sinergica, contribuisce a portare lo stress fisico al limite fatale.  "Quando c'è un eccesso di temperatura esterna elevata, combinata soprattutto con l'umidità - precisa Sesti - vengono meno quei meccanismi di difesa del nostro corpo necessari perché noi, 'per funzionare', dobbiamo mantenere la temperatura corporea costante, a poco meno di 37 gradi. In situazioni normali siamo in grado di contrastare l'aumento della temperatura che per l'uomo è sempre patologica. Non a caso, quando abbiamo malattie infettive abbiamo la febbre e questa crea una condizione di malessere. La febbre è una condizione in cui l'organismo è sottoposto a stress, viene messo sotto pressione il funzionamento degli organi". Si muore quindi per il caldo quando le nostre capacità di raffreddamento del corpo non sono più sufficienti.  "Questo comporta un forte malessere", evidenzia l'internista. Uno dei meccanismi di raffreddamento, per esempio, "è la vasodilatazione: abbassa la temperatura, ma il cuore è sottoposto a stress, aumenta la frequenza cardiaca e il lavoro cardiaco. E' come se il cuore facesse una corsa continua perché deve far circolare il sangue più velocemente a causa della dilatazione dei vasi". A questo possono aggiungersi "problemi respiratori, soprattutto in base al tasso di umidità". Ciò significa quindi che, "se una persona ha già difficoltà respiratorie, il suo organismo viene sottoposto a una fatica enorme. E come al solito le persone più fragili, ovvero i grandi anziani o i bambini piccoli, ne hanno le conseguenze più gravi". Nel caso di colpo di calore, dunque, "la prima cosa da fare è abbassare la temperatura corporea: usare l'acqua, il ghiaccio, la ventilazione, perché sono tutti meccanismi che tendono a far abbassare a livello adeguato il termometro".  A mettere in difficoltà il corpo al colpo di calore si aggiunge la disidratazione. "Si perdono molti liquidi sia perché si suda molto - illustra Sesti - sia per un'aumentata evaporazione attraverso la pelle e anche attraverso la respirazione. La disidratazione è una conseguenza del meccanismo di difesa dell'organismo che usa molti liquidi nel tentativo di abbassare la temperatura: è come se si avesse un incendio corporeo, si attivano i meccanismi antincendio interni e si consuma così più acqua, sottraendo al corpo elementi fondamentali al suo funzionamento". "Il colpo di calore porta uno squilibrio elettrolitico che può innescare aritmie anche gravi e quindi anche il decesso", sottolinea Giuseppe Rebuzzi, docente di Cardiologia all'Università Cattolica di Roma, che analizza gli effetti del picco di temperature soprattutto sugli anziani. "Il colpo di caldo o una eccessiva esposizione al sole - spiega - possono portare al meningismo (sintomi simili alla meningite ma senza infezione), con danni anche importanti. Più si suda, più ci si disidrata e si crea uno squilibrio nei sali minerali. Questa condizione è pericolosa soprattutto negli anziani, che purtroppo bevono poco o si scordano di farlo perché con l'avanzare dell'età si sente meno questo bisogno. Se non si reintegra quello che si perde - precisa il cardiologo - si attiva uno scompenso e un'aritmia che ha conseguenze sul cuore. Anche chi prende i farmaci diuretici deve stare attento e parlare con il proprio medico per valutare una rimodulazione".  
Cosa accade nei pronto soccorso? "Nei mesi estivi vediamo i pazienti che arrivano per le conseguenze dei colpi di calore, ma in caso di decesso non possiamo dire che la causa sia proprio il caldo", puntualizza Fabio De Iaco, past president della Simeu (Società italiana di medicina dell'emergenza-urgenza) e responsabile del Pronto soccorso dell'Ospedale Maria Vittoria di Torino. "Noi in pronto soccorso prendiamo in carico le conseguenze di un colpo di calore, ovvero le insufficienze renali o le disidratazioni acute che possono avere varie cause - rimarca - non sempre solo l'afa torrida".  
In un referto capita di scrivere 'morto per il caldo'? "No - replica l'esperto - però può capitare di descrivere le complicazioni che il colpo di calore può estremizzare: è come se il nostro organismo subisse uno shock, uno stress molto importante, che fa partire una reazione che può avere delle conseguenze che su pazienti fragili possono arrivare anche al decesso".  ---cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)


Un lago siciliano svela i segreti della vita sulla Terra e su Marte

(Adnkronos) - Un team interdisciplinare di scienziati italiani ha identificato un laboratorio naturale unico nel suo genere sull'isola di Pantelleria. Presso il piccolo lago termale chiamato "Bagno dell'Acqua", i ricercatori stanno simulando le condizioni che potrebbero aver portato alla nascita della vita sia sulla Terra primordiale che su antiche aree marziane. Lo studio, pubblicato sull'International Journal of Molecular Sciences, è il risultato della collaborazione tra il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e le Università della Tuscia e Sapienza di Roma, con il sostegno dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi). L'ipotesi di Charles Darwin secondo cui la vita possa essere nata in un "piccolo stagno caldo" ha trovato nuove conferme grazie a questo esperimento. Il lago 'Bagno dell'Acqua', infatti, si distingue per una combinazione unica di alta alcalinità, attività idrotermale e diversità minerale, che lo rende un ambiente ideale per la ricerca astrobiologica. "Il lago 'Bagno dell'Acqua' si distingue per la combinazione unica di alta alcalinità, attività idrotermale, diversità mineralogica e attività microbica", ha spiegato Giovanna Costanzo, biologa molecolare del Cnr. Utilizzando l'acqua del lago, gli scienziati sono riusciti a sintetizzare molecole di RNA (una delle due molecole fondamentali per la vita) a partire da precursori noti. Questa ricerca ha confermato la possibilità di condurre esperimenti di astrobiologia in un ambiente esterno al laboratorio, sfruttando le proprietà chimiche e fisiche del lago che rispecchiano le condizioni di aree marziane come il cratere Jezero.  I risultati ottenuti dal team italiano sono di portata significativa. Non solo è stato sintetizzato l'RNA, ma anche tutte le basi azotate presenti sia nel DNA che nell'RNA. Inoltre, come specificato dal chimico organico Raffaele Saladino, "sono stati ottenuti anche componenti del PNA (Acido Peptidico Nucleico), un potenziale precursore degli attuali acidi nucleici". Questi risultati suggeriscono che l'origine della vita potrebbe aver seguito un percorso chimico comune sia sulla Terra primitiva che su Marte.  Questo studio si inserisce all'interno del programma nazionale di astrobiologia coordinato dall'ASI e finanziato in parte dai progetti 'ExoMars' e 'Migliora'. Claudia Pacelli, Responsabile Scientifico del progetto per Asi, ha sottolineato che "i risultati di questo progetto costituiscono un tassello fondamentale nella conoscenza dell'origine della vita sulla Terra". La ricerca contribuirà a rafforzare il ruolo della comunità scientifica italiana a livello internazionale, fornendo indizi cruciali per la ricerca di antiche forme di vita su altri pianeti. ---tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)


realme raggiunge 300 milioni di utenti in 7 Anni

(Adnkronos) - realme, ha annunciato, per mezzo di una nota ufficiale, di aver superato i 300 milioni di utenti a livello globale. Il traguardo, verificato da una ricerca Counterpoint, arriva a soli sette anni dal suo lancio nel 2018. Questo successo consolida la posizione di realme come uno dei marchi più dinamici del settore, in linea con il suo spirito "Make it real". Fin dalle sue origini, realme ha posizionato i giovani al centro della sua strategia, aspirando a diventare un punto di riferimento tecnologico per la nuova generazione. Il brand ha introdotto costantemente innovazioni all'avanguardia in campi chiave come il gaming, la fotografia, la ricarica rapida e il design. Attraverso un ascolto attivo della sua community, realme risponde in modo rapido alle tendenze emergenti, garantendo che i suoi prodotti soddisfino le reali esigenze dei consumatori. Per mantenere il suo appeal giovanile, realme si impegna a essere il brand più "cool" del settore. Collabora attivamente con marchi e proprietà intellettuali popolari che spaziano da Lonely Planet (viaggi e lifestyle) a icone degli anime come Dragon Ball e Naruto, fino a marchi di esports come FreeFire. Il raggiungimento dei 300 milioni di utenti non è visto come un semplice traguardo numerico, ma come la rappresentazione di "300 milioni di storie reali" di individui a cui il brand attribuisce valore. Oltre alle collaborazioni, realme ha costruito una vivace comunità globale di oltre 15 milioni di fan, che coinvolge regolarmente attraverso eventi. Ogni anno, il brand celebra il suo anniversario di fondazione il 28 agosto con l'828 Global Fan Festival. L'anno scorso, l'evento ha visto la presentazione di innovazioni rivoluzionarie, come una soluzione di ricarica da 320W in grado di caricare completamente un dispositivo in soli quattro minuti. Quest'anno, in occasione del suo settimo compleanno, realme svelerà nuove sorprese per la sua affezionata fanbase, consolidando il suo ruolo di brand che unisce tecnologia e cultura giovanile. ---tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)


Ricerca, nuovo metodo per migliorare il riconoscimento tra 2 filamenti di Dna

(Adnkronos) - Quasi tutti i processi chimici, sia in natura che in laboratorio, dipendono dal riconoscimento selettivo tra molecole. E' fondamentale che il riconoscimento molecolare sia selettivo: ad esempio, un legame sbagliato di un substrato con un enzima o errori nell'accoppiamento delle basi nel Dna possono causare malattie. Da tempo gli scienziati cercano di migliorare il riconoscimento molecolare per migliorare le prestazioni in alcuni settori strategici quali farmacologia, sensoristica e scienza dei materiali. Il team di ricerca coordinato dalle università di Padova e Roma Tor Vergata, in collaborazione con l'americana Northwestern University, ha pubblicato su 'Nature Nanotechnology' uno studio in cui si propone un nuovo metodo per migliorare il riconoscimento tra due filamenti di Dna e ridurre gli errori di accoppiamento. Da sempre i chimici sfruttano il riconoscimento molecolare per lo sviluppo di catalizzatori, farmaci, sensori e materiali, spiega una nota di UniPd e Tor Vergata. Di solito, la selettività di questo riconoscimento è garantita da una complementarità nella forma e nella struttura chimica delle due molecole. Tuttavia, in alcuni processi biologici la sola complementarità non è sufficiente a garantire un livello adeguato di selettività. Durante la replicazione del Dna, ad esempio, ogni filamento deve riconoscere correttamente fino a miliardi di unità fondamentali e ogni errore può causare mutazioni che possono portare a tumori. Per aumentare la fedeltà nella replicazione, in natura esistono diversi enzimi specializzati che eseguono una correzione cinetica (kinetic proofreading) per individuare e rettificare gli errori". "Abbiamo preso a modello questa strategia della natura e con questa nuova tecnica che imita il processo di correzione cinetica enzimatica possiamo rettificare gli errori di legame tra brevi filamenti di Dna", spiegano Leonard Prins del Dipartimento di Scienze chimiche dell'università di Padova e Francesco Ricci del Dipartimento di Scienze e Tecnologie chimiche dell'università di Roma Tor Vergata. "La procedura - descrivono i due docenti - si basa su un meccanismo chiamato information ratchet, utilizzato in passato per realizzare dispositivi come motori e pompe molecolari. Con questo processo la selettività nel riconoscimento tra filamenti di Dna aumenta sensibilmente, passando dal 67% all'86%. Non solo: rispetto alla correzione cinetica, tale sistema non richiede enzimi complessi perché possiamo agire in maniera mirata sul Dna stesso".  "Questa scoperta - concludono i coordinatori della ricerca - apre a nuove opportunità per progettare catalizzatori più efficienti, sensori molecolari altamente sensibili e materiali innovativi. Offre inoltre una nuova prospettiva sull'origine della vita, suggerendo che molecole primitive potrebbero aver usato meccanismi simili per trasmettere fedelmente l'informazione genetica prima dell'evoluzione di enzimi complessi".  ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)