Toyota, con il bZ4X Touring l'elettrico diventa versatile e avventuroso

(Adnkronos) - Un passo alla volta, e senza rinnegare l'approccio multitecnologia, Toyota accelera sulla strada dell'elettrico puro, allargando la propria offerta a segmenti fino a ieri appannaggio delle full hybrid. Si spiega così la proposta del bZ4X Touring, un suv 'importante' che raccoglie la base del modello già presente in gamma (peraltro appena rinnovato) aumentando la lunghezza e il bagagliaio e migliorando le prestazioni in trazione integrale. Non si tratta evidentemente di un segmento di primaria importanza sul mercato italiano, ma di una aggiunta che permette alla casa giapponese di guardare a nuclei familiari che hanno evidenti necessità di carico (si parte da 669 litri, quasi il 50% in più rispetto al bZ4X) e di autonomia in elettrico, con la possibilità di capacità di traino fino 1.500 kg e una offerta AWD per il massimo della versatilità. Il Touring - costruito sull'architettura modulare eTNGA - arriva con una gamma semplice ma completa, con un unico taglio di batteria, agli ioni di litio da 74,7 kWh, che permette alla due ruote motrici di garantire - almeno sulla carta con consumi omologati di 14 kWh/100 km - una autonomia che si avvicina ai 600 km. I più realistici test su strada inevitabilmente abbassano questo dato ma il range percorribile fra un rifornimento e l'altro resta comunque 'rassicurante'. Pesa il fatto che la versione FWD arrivi di serie con un caricatore da 11 kW mentre quello da 22 è riservato alla Premium, disponibile solo sulla 4 ruote motrici (che vanta una autonomia di 528 km). Quest'ultima con i suoi 380 CV e uno 0-100 in 4,5 secondi si afferma come la Toyota più veloce disponibile in Europa al di fuori della gamma GR pur mantenendo prestazioni da vero fuoristrada grazie ai sistemi X-MODE e Grip Control. Riconoscere la versione Touring rispetto alla bZ4x non è difficile per via del design più muscolare e robusto, con paraurti ridisegnati, nuove rifiniture dei passaruota, nuovi cerchi neri appositamente realizzati. All'interno i 14 cm di lunghezza e i 23 mm di altezza in più vanno a tutto vantaggio dell'abitabilità e della capacità di carico (che può anche contare sulle barre al tetto di serie, capaci di reggere fino a 80 kg). Nell'abitacolo - luminoso e con materiali non appariscenti ma 'solidi' - si ritrova la caratteristica centrale del cruscotto ultra-sottile, ripresa dalla bZ4x, con design orizzontale e uno schermo multimediale da 14 pollici posizionato ad una altezza ottimale per il conducente. Apprezzabile la presenza delle due manopole fisiche per la gestione del clima, laddove altri modelli costringono a impegnative (e pericolose) navigazioni sul display. Su strada la Touring conferma le doti dinamiche della bZ4X con una chiara propensione al fuoristrada, gestibile attraverso il sistema X-Mode che regola le impostazioni del veicolo in base alle diverse condizioni di guida mentre i sistemi di controllo di trazione e di assistenza in discesa controllano la velocità. Per la massima tranquillità, soprattutto nelle condizioni più impegnative di aderenza, la AWD si conferma l'opzione preferibile, anche in considerazione di una capacità di guado che arriva a 500 mm e la rende una vera All Terrain. Aspettando il lancio previsto per la fine dell’estate, il listino della Touring - costruita in Giappone nell'impianto Subaru di Tajima - è già disponibile e prevede due allestimenti, Icon e Premium, con prezzo a partire da 50.500 euro per la versione a due ruote motrici, che in caso di permuta scende a 46.500. La Icon AWD invece ha un listino di 54.000 euro mentre la Premium parte da 57.500: come per la FWD anche qui l'offerta di lancio prevede uno sconto di 4 mila euro in caso di transazione. Toyota - che garantisce che garantisce che la batteria mantenga almeno il 70% della sua capacità fino a 10 anni di età o fino a un milione di km percorsi- propone inoltre una promozione di lancio 'HomeCharge' con Wallbox domestica e installazione inclusa, dal valore commerciale di oltre 1600 euro. 
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Tutto pronto per il Festival del lavoro, al via 21 maggio

(Adnkronos) - Tutto pronto alla 'Nuvola' di Roma per il Festival del Lavoro 2026. Dal 21 al 23 maggio la Capitale diventerà il cuore del dibattito nazionale sulle grandi trasformazioni del lavoro, con la 17ª edizione della manifestazione. All'evento parterre di ospiti di primo piano, specchio della centralità del lavoro nell’agenda del Paese. Sono infatti attesi, tra gli altri, il vicepremier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani; i ministri Anna Maria Bernini, Marina Calderone, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Alessandra Locatelli, Francesco Lollobrigida, Eugenia Maria Roccella, Adolfo Urso e Paolo Zangrillo; il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci e il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo. Accanto al Governo, la presenza dei principali enti pubblici coinvolti nelle politiche del lavoro, della previdenza, della sicurezza e della fiscalità: dall’Inps, con il presidente Gabriele Fava, all’Inail, con il presidente Fabrizio D’Ascenzo, fino all’Agenzia delle Entrate e Agenzia delle Entrate-Riscossione, con il direttore Vincenzo Carbone.  'Le nuove sfide del lavoro' è il filo conduttore di una tre giorni che si articolerà in undici aule tematiche, costruite attorno a tre direttrici: un welfare ampliato e generativo, capace di tenere insieme inclusione, produttività e coesione sociale; la sicurezza e la qualità dell’occupazione, da rafforzare attraverso prevenzione, formazione e innovazione; l’impatto dell’intelligenza artificiale sul sistema produttivo e sui diritti del lavoro, tra nuove competenze, responsabilità, etica e tutele.  Dentro questa cornice prenderà forma un programma ampio, pensato per affrontare i nodi centrali del mercato: sicurezza, salario giusto, partecipazione dei lavoratori, legalità negli appalti, contrasto all’abusivismo e lavoro nero, piattaforme digitali, trasparenza salariale, parità di genere, formazione, competenze digitali, innovazione e politiche attive.    Grande attenzione sarà riservata anche ai giovani con percorsi dedicati all’orientamento, all’accesso alla professione, all’organizzazione dello studio, alla comunicazione digitale e alle nuove competenze richieste dal mercato. Ma non solo. La manifestazione sarà affiancata da momenti dedicati a sport, inclusione e racconto civile.  Il 22 maggio, presso il Centro di Preparazione Paralimpica di Via delle Tre Fontane, ci sarà la Run4Job: appuntamento dedicato a sport e solidarietà, con la partecipazione dell’atleta paralimpico Oney Tapia. Sabato 23 maggio, invece, l’Auditorium ospiterà l’anteprima del cortometraggio 'Il Quaderno di Tommaso', che sarà presentato al Giffoni Film Festival, tratto dal volume 'Sui sedili posteriori. La nuova libertà' di Antonino Bartuccio, testimone di giustizia, la cui storia sarà interpretata da Carolina Crescentini e Antonio Gerardi. I temi del Festival saranno illustrati domani, 20 maggio, in conferenza stampa di presentazione presso il Parlamentino Inail di Roma, con l’illustrazione della ricerca della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro 'Salute e benessere nella trasformazione del lavoro: evoluzione dei rischi e nuove sfide', dedicata a malattie professionali, stress lavoro-correlato, burnout e nuovi rischi organizzativi.  Il Festival del Lavoro 2026 si conferma così un luogo nazionale di confronto, proposta e responsabilità: tre giorni per leggere il lavoro che cambia e costruire nuove risposte per imprese, lavoratori e nuove generazioni. Per iscrizioni e programmi www.festivaldellavoro.it 
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Rischi esistenziali e corporate governance, ruolo strategico Cda per protezione imprese

(Adnkronos) - C’è una differenza fondamentale – anche se molto sottile – tra un imprevisto che rallenta la produzione o il business e una minaccia che può decretare la fine di un’impresa, o un danno importante ai suoi stakeholders o alla comunità in cui opera, soprattutto in un momento molto complesso e instabile come quello che stiamo vivendo. Oggi, la gestione dei rischi di natura esistenziale deve essere trattata con continuità al tavolo dei Consigli di Amministrazione. “Il vero spartiacque per le imprese italiane – precisa Massimo Michaud, presidente di Cineas il Consorzio Universitario, fondato dal Politecnico di Milano specializzato nella diffusione della cultura del rischio – non è solo la capacità di assicurarsi trasferendo l’impatto economico del rischio all’assicuratore, ma quella di saper individuare e prevenire i rischi esistenziali. Nonostante una consapevolezza in crescita, con il 43% dei board che oggi supervisiona direttamente i rischi rispetto al 35% di pochi anni fa (dati Osservatorio Cineas), rimane presente in molti casi un approccio fatalista che può esporre le aziende alle situazioni più insidiose. Ed è in questo ambito che i membri dei CdA devono intervenire, in particolare i non executive directors che si fanno portatori di una particolare sensibilità al contesto esterno all’impresa”. Il 2026 si preannuncia come un anno importante: oltre alle coperture per i danni climatici infatti le imprese si trovano a fare i conti con un ecosistema digitale che amplifica i rischi reputazionali, il furto di brevetti e le minacce cyber e minaccia il loro patrimonio immateriale di conoscenza e competenze. In questo scenario la protezione non può più essere limitata alla protezione assicurativa, ma deve trasformarsi in un confronto continuativo, basato sulla prevenzione e sull'analisi profonda delle vulnerabilità dell’impresa. Diventa necessario, dunque, un coinvolgimento diretto e strutturato dei consigli di amministrazione delle aziende che consenta di arrivare a una reale presa di coscienza dei rischi operativi.    L’aspetto umano, dunque, rimane centrale perché solo con le giuste competenze è possibile tradurre la consapevolezza in azione resiliente. Di fronte a minacce in costante evoluzione, l'aggiornamento continuo diventa l'unico strumento in grado di allineare la percezione del rischio alla realtà dei fatti. Il patrimonio di competenze costantemente rinnovato permette di interpretare i dati tecnici, anticipare le vulnerabilità e trasformare la prevenzione da concetto teorico a vera e propria barriera difensiva per la continuità del business. “Io credo – continua Massimo Michaud – che la vera sfida per i vertici aziendali non risieda soltanto nella gestione di un eventuale danno, ma nel riconoscimento preventivo della gravità e della natura delle principali minacce. Per fare questo, il coinvolgimento dei CdA è fondamentale per comprendere la natura dei rischi e predisporre le difese adeguate. Di fronte a minacce che mettono a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’organizzazione, il Consiglio di Amministrazione non può più limitarsi a una funzione di controllo, ma deve farsi promotore attivo della costruzione di un sistema di prevenzione e di gestione delle eventuali crisi”. Verso una logica di sistema nel 2026 basata sulla formazione continua. Attraverso una collaborazione tecnica più stretta, gli assicuratori, con una lunga esperienza nell’affrontare situazioni di rischio, possono diventare partner strategici, capaci di guidare le imprese nella mappatura delle vulnerabilità e nell'adozione di misure di mitigazione efficaci. Attraverso la condivisione di dati accurati e una formazione specifica del management sarà possibile superare un approccio formalistico e creare un potente strumento di tutela della continuità operativa e di competitività sul mercato globale.   “Per rispondere a queste esigenze – conclude Michaud – Cineas ha attivato percorsi di formazione sulla Risk Governance e sulla Corporate Governance che puntano a fornire ai Board Member le competenze tecniche necessarie per governare scenari di forte complessità e rafforzare la tutela dell’operatività delle imprese”. Proprio per sottolineare la centralità del ruolo dei consiglieri, Cineas ha organizzato il convegno 'Governance d'impresa e rischi esistenziali' che ha accolto le testimonianze di: Maurizia Iachino, presidente Fuori Quota, presidente Azione contro la Fame Italy, Advisor Family Business, membro Consiglio di Reggenza Banca d’Italia, Advisor Cineas; Paola Bonomo, Amministratore indipendente Admiral Group, Inwit, Faac; Michaela Castelli, presidente Sea Aeroporti di Milano e Epta; Gioia Ghezzi, Chair Ned; Silvia Stefini, amministratore indipendente Leonardo e Banco Bpm, Compliance e Risk Officer Equiter SGR e autrice de 'La governance meritocratica'; Fabio Cerchiai, presidente Bper.  
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Gruppo Cap riceve in Senato premio 'Legalità e Profitto 2026'

(Adnkronos) - Gruppo Cap, la green utility pubblica che gestisce il servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, ha ricevuto oggi a Roma il premio Economy “Legalità e Profitto 2026”, promosso da Economy Group in collaborazione con Rsm, società internazionale di consulenza, e con Anac – Autorità Nazionale Anticorruzione. La cerimonia di premiazione si è svolta presso la Sala degli Atti parlamentari della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, nell’ambito di un appuntamento dedicato al ruolo della legalità come fattore di crescita, competitività e responsabilità per il sistema economico italiano. A ritirare il riconoscimento per l’azienda sono stati Vittorio Pacenza, Legal & Permitting Manager, e Gian Luca Oldani, Responsabile Internal Auditing. Gruppo Cap è stata selezionata insieme ad altre 99 imprese italiane a partire dall’elenco pubblico delle aziende in possesso del rating di legalità rilasciato dall’Agcm, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Il premio valorizza le realtà che hanno ottenuto il massimo livello di rating, pari a +++, e che si sono distinte per indici di profittabilità e volume di fatturato. Le aziende premiate sono state suddivise in tre cluster dimensionali — 0-10 milioni, 10-50 milioni e 50-500 milioni di euro di fatturato — con l’obiettivo di garantire una valutazione omogenea tra imprese comparabili per dimensione. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di confronto pubblico sul rapporto tra rispetto delle regole, integrità nella gestione d’impresa e performance economica. Il programma dell’evento ha previsto, tra gli altri momenti, l’intervento istituzionale del presidente Anac Giuseppe Busia, dedicato alla legalità come fattore cruciale per la crescita economica del Paese, e la tavola rotonda “Vantaggi (e fatiche) della legalità”. «Questo premio riconosce un principio che per Gruppo Cap è parte integrante del modo di fare impresa: legalità, trasparenza e risultati economici non sono dimensioni separate, ma elementi che si rafforzano a vicenda - dichiara Yuri Santagostino, Presidente e Ad di Gruppo Cap. Per una utility pubblica come la nostra, che gestisce una risorsa essenziale come l’acqua e investe ogni giorno nelle infrastrutture del territorio, agire secondo elevati standard di integrità significa tutelare cittadini, Comuni soci, imprese e comunità. La solidità economica del Gruppo nasce anche da questa responsabilità: costruire valore nel tempo, con regole chiare, controlli efficaci e una visione industriale orientata alla sostenibilità. 
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Lombardia, Manageritalia: crescita frenata da scarsa managerializzazione

(Adnkronos) - Troppe microimprese (93,9%), pochissime grandi (0,2%) e poche piccole (5,1%) o medie (0,8%) e in generale sottomanagerializzate. Questo il quadro in Lombardia, che non si discosta molto da quello nazionale e vede le imprese impreparate ad affrontare sfide complesse come la transizione energetica e digitale e una crisi internazionale che si fa sentire e incide sulla capacità di innovare e competere. In Lombardia ci sono 59.696 dirigenti, di cui circa il 24,8% donne (aumentate del 129,3% negli ultimi 16 anni), e 54.387 imprese sopra i 9 dipendenti: il dato testimonia come ancora la stragrande maggioranza delle Pmi sia priva di manager esterni alla famiglia, presenti solo nel 30% delle Pmi italiane a fronte di circa l’80% di quelle di Germania, Francia e Spagna. Quanto una gestione manageriale sia determinante per competere lo spiegano i dati che vedono le nostre grandi e medie imprese avere una produttività in linea e a volte superiore alla media europea, mentre il livello crolla nelle piccole e microimprese. 
La crescita e, quindi, la managerializzazione delle Pmi sono alcuni dei temi al centro dell’assemblea di Manageritalia Lombardia in svolgimento all’Hotel Enterprise di Corso Sempione a Milano. Nel corso dell’assemblea, oltre al tema della scarsa managerializzazione delle Pmi, è stato affrontato anche il nodo strategico della sostenibilità, dell’innovazione e della crescente attenzione ai benefici dell’economia circolare, asset ormai indispensabili per la crescita e la competitività delle imprese. Asset che richiedono competenze, visione strategica e una rinnovata cultura aziendale che solo i manager possono garantire accompagnando le imprese nei processi di trasformazione. In Lombardia il gap manageriale rispetto ai principali competitor si fa sentire meno che nelle altre regioni: in Italia nel settore privato ci sono 0,9 dirigenti ogni cento dipendenti contro l’1,8 in Lombardia ma rimane comunque inferiore al 2-4% nei principali Paesi europei. Questa carenza non è colmata dalla crescita dell’ultimo anno (+3,4% dei dirigenti privati nella regione e +22,7% negli ultimi 16 anni) anche se risulta superiore alla crescita media nazionale (rispettivamente 2,6% e +17,4%). “Tra novembre 2025 e marzo 2026, con il rinnovo dei Contratti Collettivi – spiega commenta Antonio Bonardo, Presidente di Manageritalia Lombardia - è stata introdotta una misura sperimentale pensata per le aziende che vogliono inserire per la prima volta un dirigente nel proprio organico. L’agevolazione riguarda i dirigenti con una retribuzione lorda annua omnicomprensiva fino al 3% del minimo contrattuale, cioè 67.197 euro lordi, e si traduce in un taglio dei contributi dovuti al Fondo Mario Negri e all’Associazione Antonio Pastore. Il risultato è che, con circa 7mila euro l’anno in più rispetto ad un quadro, anche una piccola impresa può puntare su competenze manageriali di alto profilo. Sarebbe inoltre utile - conclude Bonardo - un intervento di Regione Lombardia per rafforzare il sostegno all’inserimento dei dirigenti nelle PMI, anche riprendendo strumenti ispirati all’articolo 20 della Legge 266/1997. Con questa legge, tramite accordi tra le agenzie per l’impiego, le associazioni rappresentative delle imprese e dei dirigenti, le PMI fino a 250 dipendenti potevano ottenere uno sgravio contributivo della durata di 12 mesi per favorire percorsi mirati di reinserimento di dirigenti disoccupati”. L’assemblea è stata inoltre l’occasione per approfondire un tema sempre più strategico nella gestione d’impresa: lo stretto legame tra benessere organizzativo e produttività. Al centro del confronto il welfare come driver strategico per la competitività, con un dibattito dedicato a come costruire sinergie efficaci tra welfare pubblico, contrattuale e aziendale.  Moderato dal giornalista Dario Donato, l’incontro ha messo a confronto le visioni di Monica Nolo, vicepresidente Manageritalia, Simone Pizzoglio, vicepresidente Manageritalia, Massimo Fiaschi, segretario generale Manageritalia, Stefano Castrignanò, presidente dell’Osservatorio Italian Welfare, insieme alle testimonianze aziendali di Giuseppe Bertolino, Hr Manager Hilton Milano, Chiara Daviddi, Head of HR Development and Management Agos, e Cristian Valsiglio, responsabile dell’Amministrazione del Personale e delle Relazioni Sindacali di Esselunga.  
Dal dibattito è emerso come investire nel benessere delle persone rappresenti oggi una leva concreta di attrattività, retention, innovazione e crescita per le imprese. 
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Mercedes-AMG One, tagliando da oltre 37mila euro per l’hypercar da Formula 1

(Adnkronos) - Un tagliando da oltre 37mila euro per un’auto che ha percorso appena 185 chilometri. È il caso della Mercedes-AMG One finita al centro dell’attenzione internazionale che sarà messa in vendita praticamente nuova, presso la RM Sotheby's con una stima compresa tra 2.650.000 e 3.000.000 di euro, con un costo del primo tagliando paragonabile al prezzo di un’auto di fascia media. Secondo quanto riportato da diversi media automotive internazionali, l’intervento di manutenzione effettuato su questa speciale hypercar avrebbe richiesto circa 80 ore di lavoro specializzato, con costi complessivi vicini ai 37.600 euro. Una cifra che riflette l’estrema complessità tecnica della vettura, prodotta in appena 275 esemplari e sviluppata trasferendo su strada tecnologie direttamente derivate dalla Formula 1. Il propulsore della Mercedes-AMG One ha una potenza supera i 1.000 cavalli, mentre le prestazioni dichiarate parlano di uno 0-100 km/h in meno di 3 secondi e una velocità massima superiore ai 350 km/h. L'esemplare in vendita è verniciato nella tinta speciale Sonderlackierung Reingrun, solo questa opzione costa 27.500 euro abbinata a ruote in magnesio nero opaco e pinze freno in nero lucido. L'abitacolo, di chiara ispirazione motorsport, è rivestito in pelle Nappa Magma Gray con cuciture Digitalgrun. 
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"L'Ai in sanità fa passi avanti mai visti. E serviranno più medici, non meno". L'esperto Usa analizza rischi e sfide

(Adnkronos) - "Se penso agli sviluppi dell'intelligenza artificiale in sanità, io non ho mai visto nulla che si sia mosso così velocemente in tutta la mia vita. Bisogna comunque considerare che la diffusione della tecnologia, in generale, è molto più lenta nel settore sanitario. E questo vale anche per l'Ai. Si può avere la migliore tecnologia in circolazione, ma ci si troverà a chiedersi: perché l'adozione è così lenta?". Per il medico radiologo Woojin Kim, Chief Strategy Officer e Chief Medical Information Officer dell'azienda Hoppr e Chief Medical Officer dell'American College of Radiology Data Science Institute, lo stesso discorso vale per l'Ai applicata alla radiologia: "Sono stati investiti miliardi di dollari, ma la sua adozione clinica è stata al momento inferiore alle aspettative, considerando l'entità degli investimenti". E "ci sono molte ragioni che lo spiegano", dichiara all'Adnkronos Salute. Una - analizza Kim a margine dell'evento 'Healthcare Informatics Connect', promosso da Philips al Milano Luiss Hub - ha a che fare con la sfida di riuscire ad "adattare l'Ai al flusso di lavoro" degli esperti. "Prendiamo uno dei casi d'uso tipici in radiologia: la cosiddetta Narrow Ai", cioè un sistema che esegue alcune funzioni complesse, ben determinate e per cui è stato addestrato. "Io posso mostrare a un modello di questo tipo l'immagine di una Tac encefalo e dirà se c'è un'emorragia o no. Ma il radiologo non si limita a cercare emorragie in una Tac encefalo. Ci sono letteralmente centinaia di altri possibili reperti che tiene a mente e che sta cercando. Se si offre una soluzione di Ai che individua solo un paio di reperti, questa non si adatta al flusso di lavoro del radiologo. Se aggiunge finestre pop-up e clic aggiuntivi, non vorrò usarla. Una curiosità: negli Stati Uniti un radiologo in media usa già il mouse per 2 chilometri al giorno e fa clic oltre 5.000 volte al giorno. Quindi queste obiezioni sono comprensibili. Inoltre, a volte il più grande ostacolo siamo noi medici che, essendo così abituati al nostro modo di lavorare, non vogliamo che cambi".  C'è poi l'ecosistema tecnologico in cui deve integrarsi l'Ai quando arriva in un ospedale. "La sanità fa ancora grande affidamento su flussi di lavoro obsoleti, inclusi fax, Cd e sistemi informativi frammentati - ragiona Kim - Aggiornare software, implementare la cartella clinica elettronica o il sistema informativo di radiologia può richiedere un investimento di tempo e risorse". E "l'aspetto economico complessivo è una delle valutazioni su cui si basano i dirigenti che devono prendere le decisioni". Su questo fronte è cruciale "la gestione del cambiamento. Non si tratta semplicemente di introdurre una nuova tecnologia", osserva l'esperto. "Tanti dicono che i dirigenti che devono valutare se adottare o meno una soluzione di Ai in sanità, si preoccupano di tre cose: il ritorno d'investimento, il costo totale e gli obblighi normativi. La questione di chi paga per l'Ai, di come verrà rimborsata, è ancora aperta. E poi ci sono le questioni relative alla sicurezza del paziente e alla privacy. In generale, il contesto normativo è estremamente complesso quando si parla di sanità. Quindi, anche un caso d'uso dell'Ai davvero eccezionale si misurerà con diversi ostacoli normativi". Questo è "il panorama attuale", dice Kim. Un panorama che però è in evoluzione.  Dove sta andando la tecnologia? "Nel mondo dell'Ai si passa dai Llm - Large Language Model (che alimentavano per esempio ChatGpt quando è apparso per la prima volta) ai Lmm - Large Multimodal Model e a quella che è la tendenza più in voga al momento, cioè agentic Ai (basata su agenti, ndr)", un sistema con un'autonomia ancora maggiore. "Ora dobbiamo pensare a come integrarla nel mondo sanitario". Parlando di grandi modelli multimodali, descrive Kim, "posso dire che in radiologia si sta verificando un piccolo cambio di paradigma, ma con un impatto enorme: questi sistemi sono in grado di esaminare radiografie del torace e generare un referto che il radiologo rilegge, eventualmente modifica, e infine approva. Se mi si chiede qual è secondo me la tendenza più in voga in ambito di intelligenza artificiale e radiologia, io nel 2026 rispondo: la redazione automatica dei referti radiologici. Negli Stati Uniti è esattamente quello che sta succedendo. E cambierà radicalmente il modo in cui l'Ai verrà utilizzata in radiologia. Per quanto riguarda l'ultima evoluzione, l'Ai basata su agenti, dobbiamo cambiare la nostra infrastruttura per assicurarci di poterle permettere di realizzarsi".  Oggi "il più grande trend dell'intelligenza artificiale nel settore sanitario è la tecnologia di trascrizione assistita da Ai. Immaginiamo un medico e un paziente che stanno avendo un colloquio. Il medico qualche anno fa guardava lo schermo del computer, digitando, mentre il paziente parlava. E si perdeva il contatto visivo. Ora", con questa sorta di 'assistente invisibile', "il medico parla col paziente e l'Ai ascolta. Alla fine del colloquio il dottore guarda lo schermo della cartella clinica elettronica e trova il riepilogo" della visita. Molti medici "adorano questa tecnologia, perché ora possono guardare negli occhi i pazienti e tornare a essere davvero i loro medici. Il numero di visite non è poi così diverso, ma il carico cognitivo e amministrativo è effettivamente minore. E sei un medico più felice". Questo il quadro tracciato da Kim, che è anche medico radiologo al Palo Alto VA Medical Center e, nelle vesti di imprenditore, le sue precedenti aziende di tecnologia sanitaria sono state acquisite da grandi operatori del settore. L'esperto racconta quello che i professionisti sanitari concretamente vogliono dall'Ai e anche cosa non vogliono (come ad esempio "troppi pop-up e clic aggiuntivi"). In sintesi, un ritratto dell'assistente ideale. "Questo è il tipo di tendenza che stiamo osservando - spiega - Molte volte si sente dire: 'L'Ai ti migliorerà la vita, ti farà lavorare più velocemente ed essere più efficiente, più produttivo'. La realtà è che i migliori casi d'uso che ho visto sono quelli in cui l'Ai ti fa sentire meno stanco, così che tu possa davvero essere medico. E lo stiamo vedendo in radiologia, ma anche in medicina generale. Spero davvero che la tecnologia arrivi a questo. C'è una convinzione diffusa che possa contribuire a ridurre il burnout dei medici". E c'è un fattore che fa la differenza, conclude Kim: "E' importante anche come si implementa la soluzione di Ai, non solo la tecnologia in sé".  In principio, fu AlexNet. Nel 2012, questo modello di rete neurale vinse con la più bassa percentuale di errore la gara per sistemi di riconoscimento immagini 'ImageNet Large Scale Visual Recognition Challenge', "ed è allora che il mondo del deep learning è davvero cambiato. Molti hanno pensato: se l'Ai può distinguere tra gatti e cani, forse le si può mostrare l'immagine di una radiografia e chiederle: c'è un tumore ai polmoni o no?". La pietra miliare ricordata da Kim sembrerebbe l'incipit di una storia che parla di professioni perdute, di medici in via di estinzione scalzati da super tecnologie. In realtà non è così, assicura l'esperto. E non lo è stato nonostante la 'profezia' di "Geoffrey Hinton, uno dei padrini dell'Ai, che 10 anni fa nel 2016 disse: 'La gente dovrebbe smettere di formare radiologi ora'. Facendo un salto in avanti fino ai giorni nostri - spiega Kim - la realtà è ben diversa: abbiamo bisogno di più radiologi e, se il mondo gli avesse dato ascolto 10 anni fa, oggi saremmo in guai seri visto che negli Stati Uniti la crescita dei radiologi si aggira tra l'1% e il 2% annuo e il volume di imaging continua a crescere invece a un tasso di circa il 4-6% per anno. Un divario che si allarga sempre di più".  Per Kim il fattore umano resta cruciale, nell'era dell'Ai. E l'intelligenza artificiale dovrebbe lavorare come un 'assistente' che facilita il flusso del lavoro, ma sempre consentendo il 'potere di veto' umano. Il radiologo, in altre parole, deve poter eventualmente annullare i suggerimenti dell'Ai senza attriti. "In realtà - rimarca - in questo momento c'è una carenza di radiologi e anche con la svolta dell'Ai avremo bisogno di più radiologi, non di meno".  In questo decennio, racconta, una delle domande più ricorrenti è stata: l'intelligenza artificiale sostituirà i radiologi? Sostituirà questo o quell'altro medico? "Ma è la domanda sbagliata - ragiona l'esperto - La realtà è che abbiamo carenza di radiologi. E questa carenza non scomparirà presto. Chi (anche noti esperti di Ai) dice il contrario si sbaglia, confonde un compito" che potrebbe essere assolto dall'Ai "con un lavoro. Ma il lavoro non è solo un compito, sono molteplici compiti, molteplici dimensioni. Il pericolo che vedo è ridurre tutto a una singola dimensione. Noi medici, radiologi e altri professionisti sanitari, non guardiamo solo le immagini" di una radiografia o una Tac. "Su tutto questo serve una riflessione seria".  Contrastare l'uso ombra dell'Ai, sicurezza informatica, utilità clinica come faro. Per l'intelligenza artificiale in sanità Kim vede tre grandi sfide. Uno degli aspetti che va discusso, evidenzia, è "sicuramente quello che viene chiamato l'uso ombra dell'Ai. Noi sappiamo che i medici usano l'Ai in questo momento. Un'Ai che non è necessariamente autorizzata dai sistemi sanitari perché non l'hanno implementata nei loro sistemi, ma loro la usano comunque. E sanno che non dovrebbero, perché così i dati dei loro pazienti non sono necessariamente al sicuro. Molte persone, sia medici e operatori sanitari sia pazienti, utilizzano strumenti come ChatGpt per domande sulla propria salute. La grande sfida sarà: come possiamo muoverci abbastanza velocemente in modo da permettere alle persone di utilizzare in maniera sicura l'intelligenza artificiale", un'Ai integrata, ben strutturata e sicura, "senza dover ricorrere a questa Ai ombra?".  "La seconda sfida è la sicurezza informatica - prosegue - Molti ospedali vengono hackerati, finiscono nel mirino di attacchi ransomware" o di altro tipo. Le minacce cresceranno nel tempo. Come anche le incognite. Kim guarda per esempio a Claude Mythos Preview di Anthropic, Ai con la capacità di identificare e sfruttare vulnerabilità di sicurezza nei programmi informatici, nei browser, nei sistemi più utilizzati. Uno strumento potente che intimorisce anche gli esperti per i rischi a cui potrebbe aprire le porte se finisse in mani sbagliate. "La mia preoccupazione è che gli attacchi informatici, la loro sofisticazione, la loro frequenza peggioreranno velocemente. Quindi i sistemi sanitari devono davvero prepararsi a questo, spesso infatti sono vulnerabili. Penso che debbano riflettere seriamente su come proteggere loro stessi e i pazienti". Il terzo elemento citato da Kim è anche un auspicio: "Vorrei davvero che l'Ai aiutasse tutti coloro che lavorano nei sistemi sanitari, non solo che li rendesse più veloci. Se un radiologo si trova a leggere 200 casi al giorno invece di 100, grazie alla soluzione di Ai che gli viene fornita, alla fine sarà esausto e magari cercherà un altro lavoro. A meno che la stessa soluzione di intelligenza artificiale non dia loro l'impressione di leggere 50 casi al giorno, nel qual caso potrebbero essere più soddisfatti. Tutti si concentrano sull'accuratezza clinica, i manager sull'efficienza clinica, sulla produttività e sui tempi di risposta. Vorrei sfidare l'intero settore a guardare oltre: la cosa più importante è l'utilità clinica. Se una cosa non è clinicamente utile, non importa quanto sia precisa o quanto faccia andare veloce, non verrà utilizzata". Nel capitolo sicurezza entra anche "il rischio di immagini deepfake - continua Kim - Sappiamo da anni che l'intelligenza artificiale può creare una radiografia del torace o una Tac dell'addome o del bacino che potrebbero ingannare completamente i radiologi. Dobbiamo preoccuparcene, perché ci saranno malintenzionati che useranno la tecnologia in modo dannoso. Quindi l'industria deve riflettere su questo e su come proteggersi". Ma c'è anche altro: "Per alcune malattie i casi sono rari e non ci sono dati sufficienti per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. C'è chi dice: creiamo sinteticamente migliaia di questi casi e addestriamo il modello di intelligenza artificiale. Tuttavia, c'è stato uno studio molto interessante 4 anni fa, che mostrava come i modelli di Ai possano prevedere l'etnia indicata dal paziente semplicemente guardando una radiografia. Ora, se mi deste una radiografia, io non sarei in grado di dirvi se si tratta di un paziente bianco o di un paziente nero. Ma l'Ai, per qualche ragione, riesce a capirlo. Significa che in queste immagini sono codificate delle informazioni nascoste. Pertanto, quando si creano sinteticamente dei casi su determinati stati patologici solo per potenziare il proprio modello di Ai bisogna chiedersi: quale altro bias sto introducendo che non posso vedere? C'è dunque un problema con i deepfake, ma anche con i dati sintetici. Bisogna fare un passo indietro e chiedersi: che dire di tutte quelle cose nascoste che io, come essere umano, non riesco nemmeno a vedere? Quali ulteriori bias nascosti stiamo introducendo?". (di Lucia Scopelliti) 
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Giornata internazionale delle risorse umane, Il ruolo delle soft skills, come allenarle?

(Adnkronos) - Il 20 maggio è la Giornata internazionale delle risorse umane. L'HR Day celebra la creazione di ambienti di lavoro positivi e lo sviluppo del potenziale umano. Recenti analisi riprese dal World Economic Forum e dall'OCSE evidenziano un dato: l'emivita (la durata media di validità) delle hard skills si è ormai ridotta ad appena 5 anni. Questo significa che quasi la metà delle competenze tecniche che una persona possiede oggi sarà obsoleta entro il 2030. Sull'argomento Adnkronos/Labitalia ha intervistato Cinzia Pollio, psicologa con formazione terapeutica in ambito transpersonale, formatrice e coach, specializzata sui temi della consapevolezza di sé. 1. Quali sono le soft skills oggi fondamentali nel mercato del lavoro e non delegabili all’intelligenza artificiale? Le soft skills oggi fondamentali sono quelle che permettono alle persone di avere una bussola interna, orientarsi in contesti instabili: pensiero critico, capacità di apprendere, comunicazione, collaborazione, responsabilità, gestione emotiva, creatività e adattabilità. L’avvento dell’intelligenza artificiale rende ancora più evidente questo punto: molte competenze cognitive e tecniche perderanno valore distintivo, pur restando indispensabili come base. Ciò che non è delegabile è la capacità di dare senso, discernere, scegliere, assumersi responsabilità etiche, relazionarsi, costruire dimensioni collettive. Per questo il tema non è solo quali competenze servano al mercato, ma quali dimensioni umane vadano coltivate per non essere guidati passivamente dalla tecnologia, dai poteri che la governano e dalle derive della contemporaneità. 2. Perché è importante che imprenditori e manager si prendano cura di sé prima di occuparsi delle organizzazioni e degli altri in modo sistemico? Imprenditori e manager incidono profondamente sulla qualità dei sistemi che guidano: il loro modo di pensare, reagire, decidere e comunicare diventa cultura organizzativa. Per questo la cura di sé non è un lusso individuale, ma una responsabilità di leadership. Le soft skills, se non sono radicate in consapevolezza, rischiano di diventare tecniche relazionali esteriori. Occorre invece lavorare sulla capacità di osservare le proprie emozioni, i propri automatismi, la propria energia e il proprio impatto. Solo chi sviluppa presenza e centratura può prendersi cura degli altri e delle organizzazioni in modo realmente sistemico. 3. Come imprenditori e manager possono allenare le soft skills? Le soft skills si allenano certamente con la formazione, il feedback, il confronto e l’esperienza guidata, ma questo non basta, non possono essere abilità separate dal modo di essere della persona. Il limite di molti percorsi è che insegnano comportamenti senza trasformare lo sguardo, la postura interiore, la qualità dell’ascolto e della presenza. Con l’AI questo diventa ancora più cruciale: non serve solo saper usare strumenti nuovi, ma sviluppare presenza, lucidità, autonomia di giudizio e profondità relazionale. Per questo servono percorsi esperienziali, continui, capaci di integrare mente, corpo, emozioni, valori e responsabilità. 4. Esistono degli esercizi quotidiani? O dei libri che consigli di leggere? Sì, esistono pratiche quotidiane semplici ma molto efficaci: alcuni minuti di silenzio, osservazione del respiro, attenzione, ascolto, accoglienza dei segnali del corpo e delle reazioni emotive, pratiche di immersione e connessione con la natura, dialogo e ascolto profondo di e con altre persone. Sono esperienze che aiutano a tornare al centro di sé, distinguere tra superficie, magari increspata e piena di onde, e profondità interiore, sempre tranquilla, e riducono automatismi e reattività. Quanto alle letture, consiglierei testi che aiutino a comprendere l’essere umano in modo integrale, ad esempio: Viktor Frankl sul senso, Carl Gustav Jung sull’integrazione e individuazione, Otto Scharmer sulla presenza e il futuro emergente. Ma i libri da soli non bastano: devono diventare pratica, esperienza, inizialmente guidata e possibilmente condivisa, e trasformazione concreta. 5. Quanto sono importanti le soft skills per ciascun lavoratore? Sono decisive per ogni lavoratore, non solo per chi ha responsabilità manageriali. In un mondo in cui le hard skills hanno una durata sempre più breve, la capacità di apprendere, collaborare, comunicare, gestire la complessità e mantenere equilibrio diventa una base professionale essenziale. Tuttavia, il modello delle soft skills mostra forti limiti quando riduce queste qualità a strumenti presi singolarmente e di performance, a fattori produttivi. Le persone non sono soltanto portatrici di competenze, ma soggetti interi, con emozioni, valori, relazioni, fragilità e potenzialità. Le persone devono sempre essere l’obiettivo, mai il mezzo. Per questo lo sviluppo professionale dovrebbe diventare anche sviluppo umano. 6. Quale formazione è realmente efficace per sostenere la crescita dei lavoratori, a ciascun livello? La formazione realmente efficace innanzi muove da una cornice di senso su cosa significhi essere umani e poi non si limita a trasmettere contenuti, ma modifica la qualità della consapevolezza e dell’azione. Deve aiutare le persone a leggere il contesto, comprendere le proprie dinamiche, sviluppare autonomia, responsabilità e capacità relazionale. Questo vale a ogni livello: operativo, specialistico, manageriale e imprenditoriale. La formazione più utile coinvolge il corpo, è esperienziale, riflessiva, collegata ai problemi reali e capace di integrare competenze tecniche, soft skills e maturazione personale. Il progetto “Sviluppare le qualità umane fondamentali” nasce proprio come proposta che comprende le soft skills, ma le colloca in un disegno più ampio di crescita integrale. 7. Le soft skills sono sufficienti per formare dei bravi lavoratori e manager? No, non sono sufficienti se vengono intese come un repertorio di competenze atomizzate e tecniche comportamentali. Si può saper comunicare bene, negoziare o influenzare gli altri e usare queste capacità in modo manipolatorio, autoreferenziale o semplicemente superficiale. Il punto è l’intenzione da cui le competenze nascono e la qualità della coscienza che le orienta. Per questo il modello delle soft skills va superato senza abbandonarlo: va compreso dentro un modello più profondo, fondato su integrità, saggezza, responsabilità, presenza e interconnessione. È questa la direzione del percorso sulle qualità umane fondamentali. 8. Come diventano parte di uno sviluppo umano complessivo? Le soft skills diventano parte di uno sviluppo umano complessivo quando smettono di essere abilità isolate e vengono collegate alla crescita della persona intera. Comunicazione, empatia, leadership o collaborazione hanno valore diverso se nascono da presenza, consapevolezza, equilibrio e responsabilità. In questa prospettiva il lavoro diventa anche luogo educativo, non nel senso paternalistico del termine, ma come spazio in cui le persone possono maturare. Il percorso “Sviluppare le qualità umane fondamentali” propone proprio questo passaggio: dalle competenze come strumenti alle qualità come orientamento profondo dell’essere e dell’agire. 9. Per molti anni abbiamo cercato di migliorare le organizzazioni insegnando nuove competenze. Oggi è arrivato forse il momento di fare un passo ulteriore: coltivare lo sviluppo integrale delle persone? Sì, credo che questo sia il passaggio necessario. Abbiamo formato per anni competenze specialistiche, tecniche e poi trasversali, ma spesso senza interrogarci abbastanza sul tipo di persone e di organizzazioni che stavamo contribuendo a generare. L’AI accelera questa domanda, perché sposta il confine tra ciò che può essere automatizzato e ciò che resta profondamente umano. Serve recuperare una visione più ampia, vicina all’idea di paideia: formazione fisica, intellettuale, etica, relazionale e civile della persona. Le organizzazioni possono diventare piccole comunità di crescita, a condizione di evitare retorica, marketing valoriale e ogni forma di conformismo. 10. 20 Maggio è la Giornata internazionale delle risorse umane. Come le organizzazioni possono aiutare le persone a sentirsi bene nei contesti lavorativi? Le organizzazioni aiutano le persone a stare bene quando non le considerano solo risorse, ma esseri umani portatori di senso, relazioni, competenze, fragilità e desiderio di contribuire. Servono ambienti fondati su fiducia, ascolto, chiarezza, equità, apprendimento e responsabilità condivisa. Welfare e benefit sono importanti, ma non bastano se mancano qualità del dialogo, coerenza dei leader e possibilità reale di crescita. Oggi, con l’AI e la trasformazione del lavoro, diventa ancora più importante proteggere attenzione, energia, pensiero critico e libertà interiore. Il percorso 'Sviluppare le qualità umane fondamentali' va in questa direzione: fiorire come persone per far fiorire anche le organizzazioni.  (di Sabrina Rosci)  
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Il Cyber Tyre Pirelli supera l'esame della Pagani Utopia

(Adnkronos) - E' stato un viaggio di oltre 1.500 chilometri in Europa, condotto su un asse industriale che connette Pirelli con Pagani Automobili e Bosch Engineering, quello compiuto da una hypercar Utopia Roadster equipaggiata di serie con la tecnologia Cyber Tyre. Il costruttore emiliano e il colosso tedesco sono d'altronde le aziende che per prime hanno integrato con i sistemi di dinamica veicolo la tecnologia Pirelli Cyber Tyre, l’ecosistema digitale che ha cambiato il ruolo del pneumatico, trasformandolo da sistema passivo di trasmissione di forze a protagonista attivo capace di trasmettere dati sui pneumatici e sulle condizioni stradali, dando come primo beneficio una maggiore sicurezza alla guida. La Pagani Utopia Roadster dotata della tecnologia Cyber Tyre in primo equipaggiamento è partita dalla sede di Pagani Automobili, a San Cesario sul Panaro, dove è stata progettata e costruita. L’hypercar italiana è stata il primo modello ad adottare tale sistema integrato con i sistemi elettronici che governano la dinamica del veicolo. A consentire il dialogo fra pneumatici e sistemi come ABS, ESP e controllo di trazione è stato l’accordo con Bosch, in particolare con Bosch Engineering, seconda tappa di questo viaggio che ha raggiunto Abstatt, a nord di Stoccarda. Infine, di nuovo in Italia, a Milano, nella sede di Pirelli, dove la tecnologia è stata ideata e sviluppata. Come sottolinea Horacio Pagani, fondatore e anima dell'iconico marchio, "da oltre vent’anni, la nostra ricerca è guidata dal principio leonardesco di Arte e Scienza: un’hypercar non deve solo essere veloce, ma anche un’opera capace di trasmettere fiducia e sicurezza a chi la guida. Con Pirelli Cyber Tyre, la gomma acquisisce la sensibilità di una mano umana, percependo l'asfalto e comunicando con il cuore elettronico di Pagani Utopia Roadster per trasformare ogni metro in un istante di controllo assoluto". Per Bosch Enineering il Ceo Johannes-Joerg Rueger osserva come "questa collaborazione sprigiona tutto il potenziale dei pneumatici intelligenti e vederla prendere forma in un capolavoro automobilistico come la Pagani Utopia Roadster ci permette di definire nuovi standard in termini di prestazioni, sicurezza e di un’esperienza di guida senza pari”. Piero Misani, Chief Technical Officer di Pirelli parla di un viaggio della tecnologia Cyber Tyre che "è la realizzazione concreta di una visione nata oltre vent’anni fa, cioè che il pneumatico potesse evolvere da elemento passivo a sensore attivo, capace di generare dati e non solo di trasmettere forze. Insieme a partner come Pagani e Bosch, abbiamo inaugurato una nuova era di sicurezza e performance digitale, dimostrando che quell’intuizione pionieristica era corretta”. 
Adottata per prima dalla Pagani Utopia Roadster, la tecnologia Cyber Tyre è ora in fase di implementazione su altri modelli di auto sia del mondo premium sia prestige. L’obiettivo - sottolinea il costruttore milanese - "è l’adozione da un ampio numero di veicoli per massimizzare il contributo alla sicurezza. Ma anche l’integrazione di altri sensori, con tecnologia sensor fusion, in ottica evoluzione verso il mondo dei veicoli a guida autonoma e ADAS. I connected vehicles aprono anche al mondo delle infrastrutture, i veicoli connessi non lo saranno infatti solo fra di loro, ma anche con le infrastrutture".  In questo senso, Pirelli - che a breve inizierà la produzione del sistema anche negli Stati Uniti - ha avviato nuovi accordi per applicare Cyber Tyre al monitoraggio delle infrastrutture stradali, come già accade sulla rete autostradale italiana. La tecnologia Pirelli, infatti, può avere sia le funzionalità di miglioramento di sicurezza e di performance dei singoli veicoli che la adottano sia di monitoraggio delle strade, per consentire una manutenzione predittiva capace di rendere la circolazione più sicura in modo efficiente. Per questo motivo, Pirelli ha di recente acquisito il 30% di Univrses, società di computer vision svedese, in grado di “leggere” la strada e la segnaletica verticale attraverso telecamere di bordo e algoritmi di IA. 
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Vacanze, i trend social decidono dove andiamo? Solo per il 6% degli italiani

(Adnkronos) - I social media sembrano dominare ogni aspetto della nostra vita, eppure quando si tratta di scegliere dove andare in vacanza, gli italiani seguono un'altra bussola. Solo il 6% dei viaggiatori italiani dichiara di scegliere le proprie destinazioni basandosi sui trend dei social media o sui contenuti online più popolari, tra gli altri comportamenti analizzati. Al contrario, la maggior parte privilegia i propri interessi personali e si ritiene più soddisfatta quando lo fa. È quanto rivela un nuovo sondaggio internazionale condotto da YouGov per conto di Omio, la piattaforma globale leader nella prenotazione dei viaggi multimodali, su un campione di 7.567 persone tra Italia, Spagna, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, intenzionate a pianificare una vacanza. Ecco cosa ci dicono, nel dettaglio, i viaggiatori italiani. Per la maggior parte dei viaggiatori, le vacanze continuano a essere determinate da ciò che conta davvero per ciascuno di loro. Il 58% degli italiani intervistati indica gli interessi personali come uno dei principali fattori nella scelta del viaggio, superando il budget (50%) e le considerazioni pratiche come la facilità degli spostamenti o la logistica (40%). Questo approccio porta ad esperienze più positive: il 53% si dichiara soddisfatto del proprio ultimo viaggio proprio perché costruito attorno alle proprie preferenze, e non sulle mode del momento. Per il 40%, quella vacanza è stata persino più significativa del solito, perché rifletteva i propri interessi personali. Dimenticate l'immagine del turista perennemente con lo smartphone in mano, alla caccia dello scatto perfetto. La realtà è ben diversa: solo il 4% degli italiani sente la pressione di dover documentare e condividere il proprio viaggio sui social. Una percentuale molto simile pensa, già in fase di pianificazione, a come la vacanza apparirà online. Anche il desiderio di stupire gli altri conta poco: appena il 7% sceglie una destinazione pensando a quanto possa sembrare suggestiva o invidiabile. E quasi la metà degli intervistati (49%) afferma di sentire poca o nessuna pressione nel dover visitare certi posti o fare determinate esperienze.  C'è anche chi fa un passo in più e sceglie attivamente di andare controcorrente. Il 18% degli italiani dichiara di aver evitato destinazioni percepite come sovraffollate o sopravvalutate, e la stessa percentuale cerca deliberatamente mete meno conosciute e meno affollate. È evidente che molti viaggiatori italiani vogliano vivere esperienze autentiche, non fare la fila per uno scatto davanti a un monumento già visto mille volte sui feed. Sebbene i social media rimangano un'importante fonte di ispirazione, hanno un'influenza limitata sulle decisioni finali. Solo il 6% degli italiani attribuisce un ruolo decisivo agli influencer o a fonti esterne online nella fase di pianificazione. A fare la differenza, invece, sono le persone di cui ci si fida: il 18% ha scelto una meta seguendo il consiglio di amici, familiari o colleghi, indicandoli tra i tre principali fattori decisionali nella pianificazione dell’ultima vacanza. Non mancano le differenze generazionali. Tra i giovanissimi della Gen Z, il 26% ammette di sentire una certa aspettativa sociale: quella sensazione di dover visitare i posti giusti o pianificare un viaggio che 'meriti' di essere condiviso. Tra i Boomer, la stessa pressione riguarda solo il 14%. Eppure, anche tra i più giovani, chi trasforma questa pressione in scelte concrete rimane una minoranza: il 12% ha scelto una destinazione pensando all'effetto che avrebbe fatto sugli altri, il 13% ha cambiato gli orari delle visite per avere la luce giusta per le foto, e altrettanti ammettono di pensare già in fase di pianificazione a come il viaggio apparirà sui social. Veronica Diquattro, presidente B2C & Supply di Omio, ha dichiarato: "Il viaggio è uno dei pochi ambiti in cui le persone resistono alla pressione dei trend e scelgono davvero per sé stesse. I nostri dati lo confermano: la maggior parte dei viaggiatori non insegue l'hype, ma cerca esperienze che rispondano ai propri desideri. I social possono ispirare, ma sono le passioni personali e i consigli di amici e parenti ad avere l'ultima parola. Ed è esattamente qui che Omio fa la differenza: aiutare le persone a trasformare quell'ispirazione nel viaggio che fa per loro". 
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