L’eleganza del design italiano protagonista al BMW Museum con “Belle Macchine”
(Adnkronos) - Dal 7 giugno il BMW Museum di Monaco apre le porte a un’affascinante esposizione intitolata “Belle Macchine. Il design automobilistico italiano in BMW”. Un omaggio alla raffinata estetica italiana che, fin dagli anni Trenta, ha lasciato un segno profondo nell’identità stilistica del marchio bavarese. La mostra mette in luce l’impatto dei maestri del design italiano, da Giorgetto Giugiaro a Giovanni Michelotti, fino a Marcello Gandini, attraverso una selezione di 23 vetture iconiche, disegni originali e prototipi rari. BMW riconosce in queste collaborazioni non solo un’ispirazione estetica, ma una chiave per comprendere l’evoluzione delle sue forme. Il percorso espositivo si sviluppa su cinque livelli dell’iconica struttura “Bowl”, partendo da esempi di eccellenza nel fashion e nel product design italiano per poi concentrarsi sull’automotive. Tra i modelli esposti, spiccano la concept car BMW Garmisch di Gandini, la BMW 1800 TI/SA, la BMW 3000 V8 “Glaserati”, la BMW Nazca M12 e l’elegante Pininfarina Gran Lusso Coupé.
Ogni sezione è costruita come un viaggio immersivo nella storia, culminando con una visione del futuro attraverso modelli come la BMW Vision Neue Klasse e la BMW M1 Hommage. L’allestimento si completa con una spettacolare proiezione a 360° dedicata all’artista italiano Giorgio de Chirico, che visse proprio a Monaco. Con “
Belle Macchine”
, BMW celebra la sinergia tra creatività italiana e ingegneria tedesca, tracciando un filo conduttore che unisce tradizione e avanguardia nel panorama del design automobilistico globale. ---motoriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
FIAT Grande Panda 4x4: il concept che unisce passato e futuro
(Adnkronos) -
FIAT presenta una nuova visione di libertà su quattro ruote con il concept della Grande Panda 4x4, evoluzione audace di un modello che ha segnato un’epoca. Il prototipo segna l’inizio di un nuovo percorso per il marchio torinese, rievocando l’iconico spirito della Panda originale e proiettandolo nel presente, tra innovazione tecnica e attenzione alla sostenibilità. Nel 1983 nacque un’auto capace di sorprendere per la sua semplicità e genialità: la Panda 4x4, destinata a conquistare generazioni con il suo carattere inconfondibile. Capace di destreggiarsi tra asfalto cittadino e sentieri sterrati, univa compattezza, versatilità e trazione integrale, diventando subito un riferimento tra le piccole tuttofare. Svelato durante il Media Drive della Grande Panda Hybrid, il nuovo concept reinterpreta lo spirito dell’antesignana unendo stile e soluzioni all’avanguardia. L’approccio progettuale mette in primo piano un asse posteriore elettrificato, pensato per garantire trazione intelligente e prestazioni adatte a ogni scenario di guida, dalla città alla montagna. Un passo deciso verso una mobilità più responsabile, senza sacrificare lo spirito pratico e dinamico che ha reso celebre questo modello. Il design punta su linee decise e proporzioni moderne, senza rinunciare ai richiami emotivi del passato. Il rosso bordeaux della carrozzeria, profondo e materico, incontra inserti beige che evocano l'estetica della storica 4x4. Sul tetto, due fari supplementari rafforzano l’identità off-road del veicolo e anticipano possibili personalizzazioni. ---motoriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Opel Astra OPC: 25 anni di passione sportiva
(Adnkronos) - Nel 1999, appena due anni dopo la nascita dell’Opel Performance Center (OPC), il marchio tedesco presentava una berlina compatta destinata a segnare un’epoca: la prima Opel Astra OPC. Nata più per esigenze regolamentari che per strategia commerciale, questa sportiva fu prodotta in 3.000 esemplari, andati esauriti in soli quattro mesi. In realtà, l’obiettivo iniziale della Opel Astra OPC era soddisfare i requisiti tecnici della federazione sportiva tedesca, che imponevano una produzione minima di 2.500 unità per ottenere l’omologazione alle competizioni. La base scelta fu la Astra-G tre porte, da cui prese vita una vettura equipaggiata con un motore 2.0 litri ECOTEC aspirato da 160 bhp (162 CV), assetto ribassato, impianto frenante maggiorato e aerodinamica dedicata. Con un'accelerazione 0-100 km/h in 8,2 secondi e una velocità massima di 220 km/h, si impose anche per l’eccellente rapporto prezzo/prestazioni, proposta a poco più di 19.000 euro. Nel 2002 arrivò una svolta decisiva: l’introduzione del turbocompressore aumentò la potenza a 200 bhp (203 CV), facendo della nuova Astra OPC una delle compatte più rapide della sua categoria, capace di toccare i 230 km/h. Questa evoluzione fu seguita da varianti ancora più audaci. Tra il 2001 e il 2002 furono infatti presentate anche una versione Station Wagon e la sorprendente Opel Zafira OPC, entrambe con il 2.0 turbo da 240 bhp (243 CV). Quest’ultima si guadagnò l’appellativo di “monovolume sportiva”, raggiungendo i 231 km/h e vendendo oltre 12.000 unità, compresa una speciale versione GPL sviluppata da Opel Italia.
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Syngenta, con InterraScan più produttività agricola e consumo d'acqua ridotto
(Adnkronos) - Numeri che parlano di sostenibilità, innovazione e risultati concreti: è questo il contributo che Syngenta racconta oggi, in occasione della Giornata mondiale dell'Ambiente. L'azienda, attraverso le proprie 'sustainability priorities', trasforma l'impegno ambientale in benefici misurabili, sia nelle attività agricole sia presso la propria supply chain. Le tecnologie digitali stanno trasformando l'agricoltura italiana. InterraScan, la soluzione che analizza la struttura del suolo e permette di aumentare la produttività agricola fino al 10% e ridurre il consumo d’acqua fino al 30%, ha già mappato in modo dettagliato migliaia di ettari di terreno agricolo nel nostro Paese. Questi risultati confermano il ruolo pionieristico dell'Italia nell'adozione di soluzioni agricole digitali. L'impegno dell'azienda si concretizza attraverso ulteriori iniziative innovative: la piattaforma Cropwise per l'ottimizzazione delle risorse naturali che in Italia conta circa 80mila ettari, l'Interra Farm Network per la diffusione di pratiche rigenerative, e le soluzioni biologicals per potenziare la resilienza delle colture e migliorare la qualità del suolo. L'impegno di Syngenta si estende oltre il campo. Uno studio condotto dal Dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano per conto dell’azienda ha evidenziato, infatti, come l'ottimizzazione della sua supply chain possa generare benefici ambientali significativi: l'ottimizzazione dei carichi può ridurre le emissioni fino al 50%, mentre il potenziamento del trasporto intermodale permette un abbattimento del 22%. "I risultati del nostro impegno verso un’agricoltura più sostenibile oggi dimostrano come il raggiungerla non sia solo un obiettivo sulla carta, ma una realtà misurabile e concreta -commenta l'amministratore delegato di Syngenta Italia, Massimo Scaglia-. Attraverso le nostre sustainability priorities, stiamo dimostrando che è possibile coniugare rispetto dell'ambiente ed efficienza produttiva. Dal campo alla supply chain, l'innovazione tecnologica sta generando benefici tangibili per gli agricoltori, per l'ambiente e per l'intera filiera agroalimentare. Questi dati confermano che l'agricoltura può giocare un ruolo attivo nel contrastare il cambiamento climatico e rigenerare il Pianeta". ---sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Pelle sotto attacco per caldo, smog e cambiamenti climatici
(Adnkronos) - Il cambiamento climatico non è solo una minaccia per l'ambiente, ma anche una crescente emergenza sanitaria con impatti diretti e indiretti sulla pelle che subisce, tra l'altro, l''attacco' dello smog oltre che delle temperature che diventano estreme, il caldo come il freddo, e degli eventi atmosferici catastrofici. A lanciare l'allarme - nella Giornata mondiale dell'ambiente - sono gli esperti della Sidemast (Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse), anche in vista del Congresso nazionale Sidemast Special Edition 2025 organizzato nell'ambito del XIV International Congress of Dermatology (Icd) a Roma dal 18 al 21 giugno. Nel dettaglio. L'esposizione prolungata a temperature elevate e radiazioni ultraviolette intensificate aumenta il rischio di scottature, invecchiamento precoce e tumori cutanei. La diminuzione dello strato di ozono è un fattore aggravante: si stima che ogni calo dell'1% dello spessore dell'ozono comporti un incremento dell'1-2% dei melanomi, fino al 4,6% dei carcinomi squamocellulari e del 2,7% dei carcinomi basocellulari. "Le radiazioni ultraviolette sono un noto fattore di rischio per i tumori della pelle e la loro intensificazione a causa del cambiamento climatico può aggravare ulteriormente questa problematica", spiega Annunziata Dattola, docente di Dermatologia all'Università Sapienza di Roma e segretaria generale dell'Icd. Inoltre, continua Dattolo, "l'alterazione della composizione atmosferica, con un incremento delle sostanze inquinanti e una riduzione dello strato di ozono, contribuisce a un'esposizione maggiore ai raggi Uv, rendendo la prevenzione ancora più cruciale per la protezione della pelle e la riduzione dei casi di melanoma ed altri tumori cutanei. Gli scienziati del clima hanno dichiarato che la gravità del riscaldamento futuro è legata al volume di gas serra rilasciati. Se il volume di emissioni di gas serra continua la sua rapida ascesa, gli esperti prevedono che entro il 2100 la temperatura globale sarà di 5-10,2 gradi Fahrenheit più calda rispetto alla media del 1901-1960". L'impatto dell'inquinamento atmosferico - potenziato dai cambiamenti climatici - non si limita all'apparato respiratorio, precisano i dermatologi. La pelle è costantemente esposta all'ambiente e risente in modo diretto dell'aumento di particolato, ossidi di azoto e altre sostanze tossiche, che compromettono la barriera cutanea e favoriscono condizioni come acne, eczema e infiammazioni croniche. "La ricerca - prosegue Dattola - ha dimostrato che l'inquinamento atmosferico non solo aggrava le condizioni preesistenti, ma può anche contribuire all'insorgenza di nuove patologie cutanee, rendendo la pelle più suscettibile a infezioni e allergie. L'incidenza delle malattie cutanee infiammatorie e infettive aumenta in modo significativo dopo eventi meteorologici estremi come inondazioni e ondate di calore". Temperature più alte e concentrazioni elevate di CO2 stimolano la crescita di piante allergeniche, aumentando la presenza di pollini nell'aria. Un rischio concreto per chi è predisposto alle allergie cutanee, con manifestazioni come orticaria e dermatiti allergiche. "Le condizioni climatiche mutevoli possono influenzare la distribuzione geografica di allergeni e patogeni, rendendo le persone più vulnerabili a nuove forme di allergie e infezioni cutanee - aggiunge l'esperta - Basti pensare che l'aumento dell'umidità relativa e delle precipitazioni in alcune regioni sta anche favorendo la proliferazione di muffe e acari della polvere, con conseguente aggravamento di dermatiti atopiche e altre condizioni allergiche della pelle. La dermatite atopica soprattutto in età pediatrica colpisce i bambini tra il 5 ed il 20%. Studi indicano un aumento del 14-31% nei ricoveri d'emergenza per dermatite atopica dopo inondazioni e un incremento del 20-40% delle esacerbazioni della dermatite atopica e della psoriasi nelle aree urbane". Non solo il caldo, ma anche le temperature rigide rappresentano un rischio. In Cina, è stato osservato un aumento del 160% delle visite per dermatite atopica quando la temperatura scende sotto lo zero rispetto alla media ottimale di 22,8°C. In Giappone, uno studio su oltre 100mila bambini ha rilevato che una bassa pressione di vapore atmosferico accresce del 26% il rischio di sviluppare dermatite atopica nei primi tre anni di vita. Il cambiamento climatico compromette anche la disponibilità e qualità delle risorse idriche, fondamentali per la salute della pelle. La scarsità d'acqua e la contaminazione delle fonti aumentano il rischio di infezioni cutanee, specialmente dopo eventi catastrofici come le alluvioni che non risparmiano più il nostro Paese - osservano i dermatologi - in particolar modo in alcune regioni centro-settentrionali. "Senza accesso ad acqua pulita e sicura - aggiunge Dattola - le persone sono più vulnerabili alle infezioni cutanee. L'acqua contaminata può contenere batteri patogeni e sostanze chimiche nocive che possono alterare il microbioma cutaneo predisponendo la pelle a irritazioni, infezioni fungine e infiammazioni croniche". Secondo i dermatologi serve un approccio integrato per affrontare questi rischi, sottolineano gli esperti Sidemast. "Gli effetti del cambiamento climatico sulla pelle sono molteplici e complessi, interconnessi da vari fattori ambientali - conclude Giuseppe Argenziano, presidente Sidemast - E' quindi necessario adottare misure di mitigazione e adattamento per affrontare queste sfide e proteggere la salute dermatologica della popolazione. Strategie di prevenzione, come l'uso di filtri solari avanzati, la protezione dall'inquinamento e il miglioramento delle abitudini igieniche, devono essere integrate con politiche ambientali volte a ridurre le emissioni di gas serra e migliorare la qualità dell'aria". "Promuovere la consapevolezza e l'educazione sulla cura della pelle in un'epoca di cambiamenti climatici è essenziale per prevenire rischi e migliorare il benessere delle persone. Al contempo, è fondamentale che la ricerca scientifica prosegua nell'analisi degli effetti ambientali sulla salute della pelle, al fine di sviluppare soluzioni innovative per proteggerla e prevenire patologie dermatologiche", concludono Argenziano e Dattola. ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Salute a rischio per 24 mln di italiani che russano, roncologia studia disturbo
(Adnkronos) - Russare non è solo fastidioso: per il 54% della popolazione italiana tra i 15 e i 74 anni, oltre 24 milioni di persone, è un problema di salute che può essere anche serio. Non è una questione banale e affrontarla aiuta a prevenire malattie anche importanti. Per studiare le dinamiche del russamento, i segnali che il corpo lancia e le conseguenze sui vari organi, è nata una disciplina medica: la roncologia, ovvero lo studio del 'russamento', in termini medici 'roncopatia'. In quest'ottica è stata creata l'Accademia italiana di roncologia (Air), presentata oggi all'ospedale Auxologico San Luca di Milano, dove la nuova disciplina si allinea alla medicina del sonno. "Studiare il russamento e soprattutto identificarlo giocando d'anticipo ci permette di fare una diagnosi precoce di un eventuale problema eventuale di apnee notturne", spiega Carolina Lombardi, direttore del Centro di medicina del sonno dell'Auxologico. Fabrizio Salamanca, presidente Air, ricorda che la "roncopatia con tutte le sue conseguenze ha cominciato a essere oggetto di studio scientifico negli anni '70 proprio in Italia, ma purtroppo per ancora tanti anni è stata poco riconosciuta in ambito medico, anche per la mancanza di tecnologie che ne permettessero una precisa diagnosi. Negli ultimi anni, invece, è uno degli argomenti medici più studiati in tutto il mondo, con lavori scientifici sempre più numerosi e importanti e con nuove scoperte che ne permettono una comprensione sempre più profonda. È un disturbo multidisciplinare, cioè che coinvolge varie discipline mediche e non mediche. L'Accademia è un'associazione scientifica, senza scopo di lucro, e nasce per dare una casa comune a tutte le figure che si occupano della roncopatia, per favorire la condivisione delle conoscenze, per organizzare e patrocinare eventi scientifici nazionali e internazionali, teorici e pratici, e sempre aggiornati dalle più recenti e innovative terapie". Per quanto riguarda l'epidemiologia, continua Salamanca, "possiamo rifarci a 2 studi importanti e completi del 2019, uno a carattere internazionale e l'altro nazionale. Il primo su 'Lancet Resiratory Medicine' che dice che nel mondo tra i 30 e i 69 anni si stima che 936 milioni (quasi 1 miliardo) di persone soffrono di roncopatia apneica e, di questi, 456 milioni di apnee gravi. E dice, inoltre, che di questi pazienti solo il 3% si rivolge al medico per questo problema e solo il 50% di questi trova un medico competente che sa fare la diagnosi. Il lavoro nazionale di Patrizio Armeni del Cergas Sda Bocconi, sempre del 2019, dice che il 54% della popolazione adulta italiana (15-74 anni) soffre di roncopatia apneica (oltre 24 milioni) e il 65% è di genere maschile. Inoltre, stima che il costo di tale patologia per l'Italia è di circa 31 miliardi di euro l'anno tra costi sanitari diretti e indiretti". In merito ai disturbi legati a questa problematica, aggiunge il presidente Air, si possono manifestare, per esempio, "aumento della pressione arteriosa, aritmie cardiache, sonnolenza diurna, disturbi cognitivi (specie della memoria)i. La roncopatia è un disturbo che colpisce solo la specie umana, perché solo gli esseri umani nella loro evoluzione hanno perso il 'muso' e hanno sviluppato il tratto anatomico chiamato 'orofaringe collassabile': un combinato disposto che dà spesso origine, durante il sonno, al collasso orofaringeo e alla caduta posteriore della lingua che sono i più frequenti siti di origine del russamento e delle apnee ostruttive". I quadri clinici sono vari, "ma cercando di essere più schematici possibili possiamo dire che ci sono fondamentalmente tre tipi di roncopatia. La roncopatia semplice: russamento continuo, creato da varie strutture anatomiche al passaggio dell'aria inspirata durante il sonno. Crea spesso grandi disagi al compagno di letto, ma ancora non crea disturbo alla salute del russatore che non se ne accorge e ha un sonno assolutamente ristoratore. La roncopatia patologica: russamento ancora non complicato da apnee ostruttive, ma che non permette al russatore un sonno profondo e ristoratore. La roncopatia apneica: russamento intermittente, cioè inframezzato da pause respiratorie, a volte prolungate". Quest'ultima "è una vera e propria patologia cronica multiorgano con sintomi diurni spesso molto importanti, basti solo pensare che circa il 22% degli incidenti stradali sono dovuti a improvvisi accessi di sonnolenza diurna dovuti a sonno frammentato da apnee del sonno". La roncopatia apneica è un problema più maschile, spiega Salamanca, con "tassi di prevalenza fino al 24% negli uomini e al 9% nelle donne. Chiaramente, se consideriamo anche il russamento semplice le percentuali aumentano molto, ma sempre con un rapporto di circa 3 a 1 tra maschi e femmine. La donna, in età fertile, grazie alla presenza di ormoni estrogeni e progesterone è più protetta dalla roncopatia rispetto all'uomo". Per quanto riguarda le cure "le novità sono molte, sia in ambito diagnostico che in ambito terapeutico. Nella diagnosi la più importante è stata l'introduzione della Sleep Endoscopy, cioè un esame endoscopico durante un sonno indotto farmacologicamente, della durata di circa 10-15 minuti, che ci permettere di vedere e filmare esattamente i punti 'russanti' e i siti ostruttivi delle prime vie aeree proprio mentre il paziente sta dormendo. Questo esame, anche grazie ad alcune manovre che vengono eseguite, ci fa capire immediatamente quali possano essere le terapie migliori per quel caso". In merito alla terapia, aggiunge il presidente Air, "ci sono importanti novità chirurgiche (interventi sempre più mininvasivi), odontoiatriche (dispositivi orali anti-roncopatia sempre più validi e ben tollerati) e anche farmacologiche con principi attivi che aiutano a migliorare il tono muscolare delle vie aeree, a combattere la sonnolenza diurna e a ridurre i risvegli frequenti. Gli studi in tutti questi ambiti sono in forte attività e la nostra Accademia vuole essere un ulteriore stimolo specie per i colleghi più giovani. Anche in questa disciplina sta entrando l'utilizzo dell'intelligenza artificiale (machine learning e deep learning), sia per quanto riguarda una diagnosi sempre più precisa e precoce, ma anche per implementare l'efficacia delle varie terapie: ma questi processi necessitano sempre della supervisione umana competente". ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Ferie non godute, maxi indennizzo da 140mila euro per 2 dirigenti medici
(Adnkronos) - Il Tribunale del lavoro di Ferrara ha accolto in toto i ricorsi presentati da 2 direttori di Unità operativa complessa dell'Azienda ospedaliera universitaria di Ferrara, relativi al riconoscimento delle indennità per le ferie non godute, un fronte che si conferma sempre più caldo per la Pa con milioni di dipendenti pubblici che, a forza di sentenze, stanno monetizzando la mancata fruizione delle ferie dopo aver concluso il proprio incarico. Con la sentenza n. 96/2025 è stabilito un indennizzo complessivo pari a circa 140mila euro, tra sorte capitale, interessi e spese legali. Nel dettaglio - informa Consulcesi & Partners in una nota - ai 2 professionisti sono stati riconosciuti 72mila e 52mila euro a cui vanno sommate spese legali e rimborsi per altri oltre 14mila euro. Il risultato è stato ottenuto grazie all'immediata presa in carico del problema da parte del team legale di C&P che, nella vicenda denunciata dai medici, ha rinvenuto gli indici della condotta illegittima della Pa, come poi confermato nel successivo giudizio. La sentenza si inserisce nel solco di un orientamento giurisprudenziale ormai sempre più granitico a favore dei dipendenti del pubblico impiego. Il giudice ha infatti ribadito alcuni principi giuridici consolidati sul tema dell'indennità sostitutiva delle ferie. In particolare: l'irrilevanza del potere di autodeterminazione delle ferie per le figure apicali; l'irrilevanza delle dimissioni volontarie del dipendente e l'assenza di oneri probatori a carico del dirigente medico circa le motivazioni organizzative che hanno impedito la fruizione delle ferie. Di rilievo anche il criterio di calcolo adottato dal tribunale: l'indennizzo giornaliero è stato infatti determinato in circa 380 euro pro die, applicando l'art. 33 comma 10 del Ccnl di riferimento. Questa sentenza si inserisce in un trend crescente. Solo nel 2025 sono state già emesse oltre 300 sentenze favorevoli alla monetizzazione delle ferie non godute, con oltre 2,5 milioni di euro complessivamente riconosciuti ai dipendenti pubblici (sanitari, docenti precari, funzionari comunali, dipendenti ministeriali). "Quella delle ferie non godute è una battaglia che abbiamo intrapreso già dal 2017 - sottolinea Bruno Borin, responsabile del team legale di C&P - Ogni nuova sentenza rafforza la nostra consapevolezza e quella dei dipendenti pubblici di poter far valere i propri diritti profondamente lesi negli ultimi decenni. In questa battaglia siamo al loro fianco con la nostra esperienza e competenza, con centinaia di successi in tribunale e la forza di un network legale pronto a raccogliere le denunce di chi, lavoratori e non, ritengono di subire un’ingiustizia, individuando le soluzioni percorribili e prendendo in carico ogni situazione meritevole di attenzione. Il nostro suggerimento - conclude Borin - è visitare il nostro sito consulcesiandpartners.it e contattarci per intraprendere insieme un percorso di consulenza di prim'ordine verso il riconoscimento dell’indennità per le ferie non godute". ---salute/sanitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Sostenibilità digitale nelle PMI italiane: buone le intenzioni, competenze da colmare
(Adnkronos) - L'impatto ambientale delle attività lavorative quotidiane, in particolare quello derivante dal consumo energetico e dal ciclo di vita dei dispositivi informatici, è un tema centrale nel dibattito aziendale contemporaneo. Computer, monitor e altri apparecchi elettronici utilizzati quotidianamente in azienda richiedono un'alimentazione continua che, su scala globale, si traduce in un significativo impatto ambientale. A ciò si aggiunge il rapido ciclo di obsolescenza tecnologica, che porta a frequenti sostituzioni dell'hardware e, di conseguenza, a un aumento dei rifiuti elettronici (RAEE). Non a caso, le Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane stanno rispondendo attivamente a questa sfida. Il 91% delle PMI sta ripensando il consumo digitale dei propri dipendenti, incentivando pratiche più sostenibili. Tuttavia, emerge un ampio margine di miglioramento nell'uso quotidiano dei dispositivi. Queste sono le principali conclusioni di una recente analisi condotta da ASUS in collaborazione con Research Dogma, che ha coinvolto oltre 400 responsabili IT e decisori aziendali in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente. L'indagine evidenzia come la gestione consapevole delle dotazioni informatiche – dai criteri di acquisto fino al fine vita dei dispositivi – stia assumendo un ruolo sempre più strategico all'interno delle organizzazioni.
I dati dell'Osservatorio ASUS 2025 sottolineano un netto cambio di rotta tra le PMI italiane: il 91% ha già adottato almeno una pratica sostenibile nel campo dell'informatica aziendale. Parallelamente, si registra un aumento degli investimenti e delle azioni concrete. Ad esempio, la maggior parte delle PMI intervistate (74%) ha investito in soluzioni per ridurre il consumo energetico dei sistemi, come servizi fisici, server e cloud. Circa due imprese su tre hanno inoltre implementato attività di recupero o riciclo dell'hardware a fine vita. L'attenzione verso l'acquisto è diventata centrale, portando il 57% delle PMI a scegliere dispositivi con certificazioni ambientali o con hardware usato o ricondizionato, contribuendo così alla diffusione di modelli di economia circolare. Nonostante il crescente interesse verso le certificazioni ambientali dell'hardware, tra le PMI italiane persiste una significativa carenza di preparazione che ne ostacola l'adozione consapevole. Sebbene la maggior parte delle PMI sia in grado di riconoscere l'importanza di strumenti come Energy Star, TCO o EPEAT, solo il 30% sa realmente interpretarne il significato e applicarne i vantaggi in modo operativo. La frammentazione del panorama delle certificazioni, unita alla mancanza di competenze tecniche specifiche, soprattutto nei ruoli IT delle piccole imprese, genera confusione e indebolisce l'efficacia delle scelte "green". Questa lacuna informativa si riflette anche nei comportamenti quotidiani: pratiche semplici come l'uso del Dark Mode, riconosciute per il loro impatto positivo, restano poco diffuse proprio per mancanza di conoscenza. Resta evidente anche l'assenza di linee guida comuni nella gestione del fine vita dei dispositivi tecnologici. Quando un PC non è più utilizzabile, solo una PMI su tre segue i canali ufficiali di riciclo tramite i centri comunali. Un altro 26% cede i dispositivi direttamente ai dipendenti, mentre una quota analoga si affida ad aziende terze per lo smaltimento. Altre realtà collaborano con organizzazioni no-profit o attivano programmi interni di riuso, evidenziando una frammentazione nelle pratiche di smaltimento responsabile.
Dalla ricerca di ASUS emerge chiaramente che le PMI non si accontentano più di prodotti solo performanti; la scelta ricade ora su partner che condividano i loro stessi valori in termini di sostenibilità. Il 90% ritiene fondamentale che i PC garantiscano efficienza energetica certificata, mentre l'84% apprezza i fornitori che si occupano anche del ritiro e riciclo delle apparecchiature dismesse. Anche i materiali di costruzione e imballaggio rivestono un'importanza cruciale: l'81% delle imprese desidera che siano interamente riciclabili. "I risultati dell'Osservatorio confermano che le PMI italiane vogliono essere protagoniste attive del cambiamento sostenibile. Tuttavia, emerge con chiarezza il bisogno di avere al proprio fianco partner solidi e affidabili,"
ha commentato Massimo Merici, System Business Group Director di ASUS Italia
. "ASUS si propone come alleato concreto in questo percorso, offrendo soluzioni tecnologiche sostenibili e supporto strategico per integrare innovazione e responsabilità ambientale in modo efficace e sinergico." ---tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Giovane morto dopo uso taser, anestesisti: "Puntarlo solo su gambe o braccia"
(Adnkronos) - "Non conosco l'anamnesi né lo stato di salute psicofisica del giovane morto dopo essere stato colpito da un taser. Di certo questo strumento funziona con una scarica elettrica a bassa corrente che provoca una serie di contrazioni muscolari involontarie che portano alla paralisi dei muscoli e, talvolta, dolore. L'obiettivo è colpire braccia, gambe e torace per immobilizzare la persona. Il tutto è transitorio, momentaneo e reversibile. Tuttavia, in via teorica la scarica elettrica del taser può interferire con l'attività elettrica cardiaca. I più a rischio sono le persone con aritmie non note". Così all'Adnkronos Salute Elena Bignami, presidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), sul decesso di Riccardo Zappone avvenuto a Pescara il 3 giugno scorso, dopo che il 30enne era stato bloccato dagli agenti della questura con un taser, sebbene l'esame autoptico oggi abbia escluso "un ruolo del taser nel determinare la morte dell'uomo". "Soggetti con aritmie cardiache non note - sottolinea Bignami - o caduti a seguito della contrazione muscolare mentre correvano per fuggire dagli agenti con taser, possono riportare conseguenze, ma la casistica ci dice che si tratta di numeri esegui e che il taser è uno strumento sicuro". Unica "precauzione - raccomanda la specialista - è usare il taser solo su muscolatura periferica, ovvero gli arti superiori o inferiori, quindi gambe o braccia, escludendo il torace". ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Hiv, in Italia il futuro è adesso ma serve il coraggio di cambiare passo
(Adnkronos) - Nonostante i progressi scientifici, l’Italia è ancora in ritardo nell'accogliere l’innovazione nella prevenzione e nella cura dell’Hiv. A lanciare l’allarme è Simone Marcotullio, responsabile Policy e Comunicazione di ViiV Healthcare, che, in un’intervista al portale Gay.it, commenta alcuni degli spunti emersi nel corso 17ª edizione dell’Italian Conference on AIDS and Antiviral Research (Icar) che si è recentemente tenuta a Padova. “La scienza ci offre strumenti rivoluzionari ma il sistema Italia fatica ad accoglierli” afferma Marcotullio. Il riferimento è in particolare alle terapie a lento rilascio (long-acting), che rappresentano una vera svolta sia nella prevenzione che nel trattamento dell’HIV, soprattutto per le persone più vulnerabili. Secondo Marcotullio, l’adozione di questi nuovi trattamenti è cruciale per raggiungere l’obiettivo “zero infezioni”: “Risparmiare ogni singola infezione è cruciale. L’innovazione permette di raggiungere anche quei pochi che non riusciamo a intercettare con le strategie tradizionali”, aggiunge. Eppure, a tre anni dall’introduzione di queste terapie, solo il 5% della popolazione interessata ne usufruisce, nonostante il vantaggio clinico e anche economico rispetto ad alcune terapie orali. Un paradosso che mette in luce la difficoltà del sistema sanitario nel cambiare rotta. Il problema, spiega Marcotullio, è duplice: da una parte la mancanza di una volontà politica concreta, dall’altra un’organizzazione ospedaliera che non facilita l’adozione di trattamenti innovativi. “Abbiamo un sistema ospedaliero che, nell’insieme, non è accogliente verso l’innovazione, restio al cambiamento e poco attrezzato per nuove modalità di somministrazione”, osserva. Nonostante l’efficacia dei farmaci long-acting nel garantire aderenza e migliorare la qualità della vita, i pazienti continuano ad assumere terapie orali quotidiane, spesso con un impatto sociale e psicologico rilevante. Marcotullio sottolinea anche l’importanza di estendere l’utilizzo della PrEP (profilassi pre-esposizione), soprattutto tra le popolazioni chiave come le persone cisgender o i giovani in situazioni di marginalità. “L’innovazione nella prevenzione deve poter arrivare anche a chi non risponde bene ai metodi tradizionali. È una conquista clinica ed etica. La PrEP long-acting rappresenta un’opportunità per raggiungere queste persone, superando le barriere legate a stigma, difficoltà di accesso o semplice dimenticanza del farmaco”. L’obiettivo, secondo Marcotullio, deve essere chiaro e condiviso: ridurre il più possibile la presenza del virus nella popolazione. “La cosa più semplice che possiamo auspicare è che alla fine si abbia meno virus in circolazione. Oggi gli strumenti ci sono. Serve solo la volontà di usarli”, conclude. ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)








