BMW Vision K18: il lusso incontra la velocità
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BMW Motorrad torna al Concorso d’Eleganza Villa d’Este con una delle interpretazioni stilistiche più audaci degli ultimi anni. La nuova BMW Vision K18 non nasce per anticipare semplicemente un futuro modello di serie, ma per mostrare fino a dove possa spingersi la Casa tedesca quando design, lusso e performance vengono liberati da ogni vincolo tradizionale. Al centro del progetto della Vision K18 c’è il celebre sei cilindri in linea BMW da 1.800 cc, elemento storico della produzione motociclistica della Casa bavarese. Questa volta però il motore non viene nascosto o integrato nella carrozzeria, ma diventa il fulcro assoluto dell’intera architettura della moto. Tutto ruota attorno alle sue proporzioni, alla sua presenza scenica e alla sua capacità di trasmettere forza ancora prima dell’accensione. La BMW Vision K18 colpisce immediatamente per le sue dimensioni importanti e per una silhouette bassissima e allungata, ispirata al mondo dell’aviazione supersonica. Le linee tese e affilate sembrano proiettare la moto in avanti anche da ferma, mentre il frontale dominato dalla gigantesca presa d’aria accentua ulteriormente il senso di velocità. L’approccio stilistico scelto da BMW Motorrad mescola volumi molto puliti a dettagli tecnici volutamente esposti. L’effetto è quello di una moto quasi scultorea, dove ogni componente meccanico diventa parte integrante del linguaggio estetico. Anche i richiami numerici al sei cilindri sono stati trasformati in un elemento di design: sei prese d’aria, sei terminali di scarico e sei gruppi ottici LED rafforzano l’identità del progetto. Uno degli aspetti più affascinanti del concept riguarda il lavoro realizzato sui materiali e sulle superfici. Alcuni pannelli in alluminio sono stati modellati a mano, mentre il carbonio forgiato e le finiture metalliche contribuiscono a creare un look quasi aeronautico, capace di richiamare il mondo dei jet e delle monoposto da competizione.
BMW Motorrad ha lavorato anche sulla teatralità tecnica della moto. Elementi come il faro raffreddato attivamente, la sospensione idraulica abbassabile e la grande presa d’aria anteriore restano volutamente visibili per enfatizzare il lato ingegneristico del progetto.
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Con Historic Italian Brands DR fa rivivere Itala e Osca e rilancia sull'Italia
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Dr Automobiles vuole essere sempre più 'italiana' e lancia il progetto Historic Italian Brands che - iniziando con Itala e Osca - punta a far rivivere dei marchi storici gloriosi italiani, non più in attività. L'iniziativa - che nasce per volontà del presidente Massimo Di Risio, grande appassionato di auto storiche italiane - ha visto a Torino la presentazione del progetto industriale Fabbrica Italia, una nuova società che gestirà due nuovi impianti nella 'storica' area di Macchia d'Isernia , in Molise, dedicati esclusivamente ai due marchi, nel quadro di un progressivamento rafforzamento della impronta nazionale del gruppo. L'idea infatti è quella di realizzare dei modelli con gran parte del valore prodotto in Italia sul nostro territorio con la collaborazione di alcune eccellenze nazionali dell'automotive, partendo però dalla condivisione di piattaforme asiatiche. Lo spiega Massimo Di Tore, Direttore della Comunicazione e Marketing del gruppo DR sottolineando come il nuovo progetto cade - aggiunge - in "un momento importantissimo". Di Tore evidenzia "il peso e la responsabilità di far rinascere questi marchi che sono stati gloriosi". "Itala - ricorda - è stato il marchio dell'innovazione tecnologica e del lusso, non a caso costruivano vetture per la Regina Margherita di Savoia. Noi vogliamo rifarci proprio a questo heritage e quindi i nuovi modelli Itala saranno dei modelli altamente tecnologici ma con uno sguardo attento alla cura dei particolari, e quindi con un posizionamento premium luxury". "Diverso - aggiunge - il discorso per Osca che invece ha un Dna sportivo legato al motorsport, è stato il marchio dei fratelli Maserati e quindi i modelli che andremo a svelare in futuro avranno ovviamente un piglio più sportivo anche dal punto di vista del design, non solo delle performance e delle prestazioni". Le ambizioni per i due marchi storici sono importanti: il gruppo molisano prevede di lanciare nei prossimi anni 8 modelli in totale, di cui 6 Itala e 2 Osca. Per il momento si parte con il suv Itala 35 che riprende un nome storico entrato nella storia con la vittoria nel 1907 della Parigi-Pechino e si contraddistingue per un design raffinato e materiali di qualità, oltre che per una inedita (per DR) percentuale di valore generato in Italia. Realizzato su una piattaforma del gruppo cinese Gac, il nuovo modello è stato affidato per lo stile al gruppo Italdesign e sviluppato secondo quelle che sono le esigenze di mercato e di commercializzazione del gruppo DR mentre il processo industriale viene completato nel nostro paese aggiungendo il valore delle eccellenze automotive italiane. E' indubbiamente un momento di trasformazione per un gruppo che si è fatto conoscere per la proposta di modelli 'ibridi', progettati e costruiti in Cina e adattati alle esigenze dei consumatori italiani ed europei. Un processo nel quale - rivendica Di Tore - "siamo stati i primi anche se il nostro è un rapporto con i cinesi di partnership industriale. Noi condividiamo delle piattaforme sulla base di accordi di contract manufacturing, le individuiamo , le sviluppiamo attraverso il nostro Centro Ricerca e Sviluppo con modelli che poi vengono evidentemente prototipizzati e omologati secondo le specifiche europee. Le vetture arrivano nei nostri impianti dopo essere state realizzate parzialmente secondo nostre specifiche in Asia e infine completate nei nostri impianti" in Molise.
Invece, ribadisce "il processo di sviluppo dei modelli Itala e Osca prevede una grossa parte di produzione realizzata in Italia attraverso componentistica italiana prodotta da aziende che sono leader, nei vari settori, dagli pneumatici ai cerchi in lega, dagli interni alla componentistica". Peraltro il gruppo ad Anagni ha acquisito un ramo di azienda di un'azienda che produceva gres porcellanato: al momento, si spiega, "siamo in fase di riconversione del sito e vi trasferiremo - o meglio vi duplicheremo - parte delle attività di DR Automobile Group, ovvero quelle che facciamo oggi nell'impianto principale dedicato all'assemblaggio dei modelli Evo, DR, Sport Equipe, Tiger e ICH-X. Anagni soprattutto sarà per noi un sito importante dal punto di vista logistico essendo a ridosso dell'autostrada e avendo alle spalle uno scalo ferroviario". A settembre è attesa la presentazione del primo dei nuovi impianti di Macchia d'Isernia mentre la presentazione della 35 nel capoluogo torinese coincide non solo con il luogo di nascita del marchio ma anche con l'inaugurazione a Torino della prima concessionaria Itala, che dovrebbe essere seguita entro i prossimi anni dall'apertura di una cinquantina di showroom in tutta Italia, preludio al rilancio del brand anche sui mercati internazionali.
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Export, Sace: "Nord Est resta in Europa solo una pmi su tre guarda oltre"
(Adnkronos) - Per il Nord Est l’export è una componente strutturale dell’economia: in Veneto vale il 41,4% del Pil regionale, quota che si mantiene elevata anche in Friuli Venezia Giulia (40,8%) e Trentino Alto Adige (21,9%). Ma in una fase segnata da dazi, tensioni geopolitiche e costi energetici elevati, le imprese si trovano davanti a una sfida sempre più evidente: diversificare i mercati senza perdere competitività. Oggi il 67% delle aziende del Nord Est esporta prevalentemente verso l’Unione Europea, mentre il 33% guarda ai Paesi extra-Ue, dove si stanno aprendo opportunità importanti soprattutto nei mercati ancora poco presidiati. Sono dati emersi dall’incontro 'Sviluppo internazionale delle pmi', ospitato nella prestigiosa cornice di Villa Ca’ Dura, a Villafranca Padovana, e organizzato dalla Fondazione Civitas Ets, col sostegno di Ambico e Gift Solutions. Un appuntamento che ha riunito istituzioni, esperti di finanza agevolata, rappresentanti del mondo accademico e manager di primo piano per analizzare le sfide e le opportunità che attendono le imprese italiane sui mercati globali, alle prese con un clima economico definito dagli stessi relatori come di “certezza dell’incertezza”. Secondo Sace, il quadro internazionale conferma una fase di crescita, ma in rallentamento dopo il rimbalzo del commercio globale del 2025 (quasi +5% in volume): tra il 2026 e il 2028 è attesa su ritmi più contenuti, attorno al +2,3% medio annuo. Marco Martincich, regional director Business Network Nord Est, non a caso ha sottolineato come «in questo contesto aumenti l’importanza della diversificazione geografica, anche perché molte imprese italiane restano esposte su un numero limitato di mercati», illustrando la complessità del calcolo del rischio Paese e il valore delle garanzie offerte dall’ente. Perché la risposta dell’ente è la diversificazione 'selettiva': puntare su Paesi con opportunità alte e rischi gestibili. Sace individua 16 mercati strategici ad alta crescita per l’export italiano - tra cui India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Messico, Vietnam, Brasile e Turchia - che hanno generato complessivamente circa 83 miliardi di export e il 12,9% del totale nel 2025. A oggi, in Veneto, sono quasi 23 mila le imprese attive sui mercati esteri, un nucleo produttivo che rappresenta il cuore dell’apertura internazionale del territorio. Imprese che possono beneficiare in modo diretto delle nuove misure Simest. L’apertura dei lavori ha voluto porre l’accento proprio su queste opportunità. Federica Ingrosso, senior specialist eelazioni esterne Simest, ha illustrato la linea di finanziamento da 800 milioni di euro dedicata alle pmi orientate ai mercati internazionali. "Con questa nuova misura - ha sottolineato Ingrosso - mettiamo a disposizione delle imprese un plafond pensato per dare stabilità in un momento in cui l’incertezza è diventata la condizione strutturale con cui confrontarsi. Parliamo di un contributo fino al 30% tra fondo perduto in conto capitale e conto interessi. Questa misura si integra con l’intera “cassetta degli attrezzi” di Simest: dalla partecipazione alle fiere allo sviluppo dell’e commerce, dall’apertura di sedi all’estero alle certificazioni, fino agli investimenti strategici in Africa, America Latina e India. Le opportunità e le risorse ci sono: vanno conosciute, programmate e utilizzate con una visione chiara". Il dibattito si è arricchito con l’intervento del professor Francesco Zen, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Padova, che ha offerto una lettura lucida delle trasformazioni in atto nel sistema del credito: alla luce dell’eccessiva standardizzazione dell’offerta bancaria, Zen ha evidenziato l’urgenza di rafforzare la cultura finanziaria degli imprenditori e la necessità di una politica strutturale sul venture capital, ancora troppo debole nel panorama italiano. A portare la voce dell’industria è stato Nicola Marzaro, ceo di Sirman spa e tra i top manager di Forbes Italia, che ha richiamato le difficoltà legate a dazi, incertezze geopolitiche e costi energetici. Alla luce di questo scenario, Marzaro ha invitato le PMI a puntare con decisione sul valore aggiunto del prodotto, unico vero elemento capace di difendere la competitività del Made in Italy nei mercati globali. Il quadro operativo è stato completato dagli interventi di Marija Klaric (Ambico) e Riccardo Grigolon e Alesandro Salvalaio, amministratori di Gift solutions, che hanno analizzato il funzionamento delle Esco e le barriere - economiche, normative e strutturali - che ancora ostacolano l’efficientamento energetico delle imprese. Nel suo intervento conclusivo, Jonathan Morello Ritter, presidente di Fondazione Civitas Ets, ha sintetizzato il messaggio emerso dal confronto: "Oggi le pmi non possono affrontare da sole la complessità dei mercati globali. Strumenti come quelli messi in campo da Simest rappresentano un supporto decisivo per trasformare l’incertezza in opportunità. Crediamo nel valore della collaborazione tra imprese, istituzioni e finanza pubblica: solo così possiamo accompagnare le aziende in percorsi di crescita sostenibile e consapevole». Morello Ritter ha poi richiamato la necessità di tornare a investire sul valore aggiunto del Made in Italy: «Il nostro vero vantaggio competitivo non può essere schiacciato dal gap energetico o dall’incertezza dei dazi. Se vogliamo colmare questi divari, dobbiamo rimettere al centro ricerca e sviluppo: è attraverso l’innovazione di prodotto che il Made in Italy può generare quel valore aggiunto capace di compensare costi e barriere. E' da qui che passa la nostra capacità di competere nei mercati internazionali: non sul prezzo, ma sulla qualità e sulla forza dei nostri prodotti".
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Algoritmi computazionali e modelli sinergici nell'Artico
(Adnkronos) - Una ricerca congiunta condotta dall'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche di Montelibretti e dal Joint Research Centre della Commissione Europea ha sviluppato un sistema avanzato per la stima dei livelli di particolato PM10 nelle regioni del Nord Europa e del Circolo Polare Artico. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica npj Clean Air del gruppo Nature, evidenziano un incremento significativo dell'accuratezza predittiva rispetto agli standard finora garantiti dai sistemi di simulazione tradizionali del programma Copernicus. L'accuratezza dei dati riveste un ruolo determinante nella comprensione dei processi di fusione accelerata dei ghiacci, in quanto il deposito di polveri sottili riduce l'albedo delle superfici innevate, incrementando l'assorbimento della radiazione solare e accelerando i feedback termici locali. La metodologia applicata si basa sull'ottimizzazione di un'architettura di rete neurale di tipo Transformer, storicamente sviluppata per i modelli linguistici di grandi dimensioni e qui riadattata per l'elaborazione di serie storiche ambientali. Il sistema computazionale elabora in modo simultaneo una pluralità di vettori di input, tra cui le misurazioni storiche del particolato, le proiezioni dinamiche fornite dal sistema CAMS di Copernicus, le variabili meteorologiche locali e i parametri geografici delle stazioni di rilevamento. Questo impianto multifattoriale permette di generare proiezioni relative alle concentrazioni di PM10 a una distanza temporale di 48 ore.
Alice Cuzzucoli, ricercatrice del Cnr-Iia e prima autrice dello studio, ha specificato: “Confrontando le previsioni del modello con quanto poi accaduto realmente, i nostri risultati si sono rivelati sempre sensibilmente migliori di quelli dei classici modelli utilizzati finora, anche nella valutazione di picchi di concentrazione particolarmente estremi”. L'elemento di innovazione strutturale risiede nell'integrazione non esclusiva dell'intelligenza artificiale all'interno dei sistemi di calcolo esistenti. L'algoritmo non sostituisce i modelli dinamici tradizionali, ma ne utilizza gli output per affinare il calcolo statistico finale.
Antonello Pasini, coautore dello studio e scienziato del Cnr-Iia, ha chiarito: “I risultati migliori li otteniamo utilizzando la IA in modo sinergico rispetto ai classici modelli dinamici, e non in maniera alternativa, usando come input anche i loro risultati”. La necessità di disporre di tali strumenti predittivi appare legata anche ai mutamenti geopolitici e climatici in atto nell'area artica, dove l'apertura di nuove rotte commerciali marittime e l'aumento della frequenza degli incendi boschivi ad alta latitudine determinano una variazione quantitativa delle emissioni atmosferiche. Il monitoraggio costante e la tempestività informativa si configurano come prerequisiti essenziali per la tutela degli ecosistemi vulnerabili e la pianificazione di strategie di mitigazione del rischio sanitario per le popolazioni residenti.
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Ipertensione, al Gemelli di Roma controlli gratuiti contro 'killer silenzioso'
(Adnkronos) - Non dimenticare di misurare la pressione è un’indicazione semplice ma anche una regola d’oro ‘salva salute’. Come ricorda il tema della Giornata mondiale della pressione (#WorldHypertensionDay) che si è celebrata ieri e il cui messaggio continua, oggi, al Policlinico Gemelli di Roma dove, con Carlo Verdone e Giovanni Veronesi come testimonial, si è aperto un evento dedicato, con il convegno ‘Gestiamo insieme l’ipertensione’, imperniato sui diversi aspetti di questo importante fattore di rischio cardiovascolare. Per l’occasione i cittadini che lo desiderano potranno accedere al counselling gratuito, controlli della pressione e consigli su stile di vita, fino alle 18.30 nella sede del Policlinico romano, dove sono state allestite diverse postazioni.
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Morto dopo un gelato, Siaaic: "E' l'allergia alle proteine che uccide, non l'intolleranza al lattosio"
(Adnkronos) - "L'allergia alle proteine del latte scatena reazioni immunitarie immediate e violente come lo shock anafilattico, che può uccidere. L'intolleranza al lattosio, uno zucchero del latte, invece, non ha esiti fatali". Vincenzo Patella, presidente della Società italiana di allergologia, asma e immunologia clinica (Siaaic) e direttore Uoc Medicina interna azienda sanitaria di Salerno, torna nuovamente a fare chiarezza sul tema, commentando la notizia della scomparsa di Adriano d'Orso, un ragazzo di 16 anni allergico alle proteine del latte, deceduto a Casoria (Napoli) dopo aver consumato un cono gelato. Un nuovo dramma, a poco più di 1 mese di distanza dalla morte per shock anafilattico di una studentessa di 15 anni, anche lei allergica alle proteine del latte, dopo aver consumato un panino in un ristorante a Ostia. "Questa nuova tragedia riaccende i riflettori sulla fragilità di un sistema che sconta ancora troppa disinformazione sulle allergie severe e sulla crucialità dell'uso tempestivo dell'adrenalina - afferma Patella - L'intolleranza causa malessere generale, dolore addominale o vomito, ma non esiti infausti. L'allergia scatena l’anafilassi, un collasso dell'apparato cardiovascolare che impedisce al sangue di raggiungere organi vitali come cuore e cervello. Tra le proteine del latte, la caseina resta la più insidiosa poiché termostabile e gastrostabile, mantenendo intatto il suo potere allergizzante anche dopo la cottura o la lavorazione industriale". A sollevare i timori del presidente Siaaic - si legge in una nota - è anche la gestione dell'emergenza nei momenti immediatamente successivi al malore: dalle prime ricostruzioni sul caso di Casoria emerge infatti il disperato tentativo di somministrare del cortisone al giovane prima dell'arrivo del 118. "Il cortisone ha tempi di azione troppo lenti per un'anafilassi acuta - precisa Patella - Ciò che un paziente allergico deve sempre portare con sé è l'adrenalina auto-iniettabile. E' un farmaco di autosomministrazione che permette di guadagnare il tempo necessario per raggiungere il pronto soccorso. In Italia si registrano mediamente tra i 40 e i 60 decessi accertati all'anno per shock anafilattico, ma il numero potrebbe essere superiore a causa di morti improvvise non correttamente notificate". Proprio per ovviare a questa carenza di dati certi, il presidente Siaaic lancia un appello istituzionale: "In Italia non esiste un Registro nazionale sulle anafilassi - specifica Patella - E' auspicabile, come suggerito dalle associazioni dei pazienti, tra queste Federasma, che sia gestito direttamente dall'Istituto superiore di sanità (Iss) con il coinvolgimento delle società scientifiche degli allergologi come Siaaic". Nelle vicende che coinvolgono la ristorazione e la produzione artigianale, il pericolo principale è rappresentato dalla contaminazione o dall'ingrediente non dichiarato, evidenziano gli esperti. "Sia che si tratti di tracce in un gelato, di formaggio nella pasta o di latte nelle polpette, il cosiddetto 'cibo nascosto' resta la minaccia maggiore. Pur non avendo l'obbligo di detenere adrenalina, i ristoratori e gli artigiani del settore alimentare devono essere formati. La Siaaic mette a disposizione corsi e podcast su Siaaic channel per aggiornare costantemente il personale sulla gestione del rischio allergeni", conclude Patella, auspicando che la prevenzione e la chiarezza scientifica possano finalmente arrestare questa scia di drammi evitabili.
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L'INGV presenta la nuova centrale per monitorare i rischi globali
(Adnkronos) - l'INGV ha formalizzato l'istituzione interna di una struttura dedicata all'analisi multi-rischio, consolidando un'esperienza operativa che dal 2016 costituisce un punto di riferimento per il Meccanismo Unionale di Protezione Civile. L'iniziativa sostiene e coordina un partenariato internazionale che unisce 23 istituzioni scientifiche distribuite in 14 Stati membri, focalizzando le competenze dell'istituto italiano nei settori della sismologia, della vulcanologia e dei sistemi di allerta tsunami. La creazione di questa struttura risponde alla necessità di dotare le attività di monitoraggio di un assetto organizzativo stabile, capace di garantire la continuità dei servizi d'emergenza e di potenziare l'integrazione tra la ricerca scientifica avanzata e i protocolli di intervento sul campo. Sotto il profilo tecnologico, l'integrazione delle reti di monitoraggio consente di elaborare dati provenienti da piattaforme multiparametriche sensibili, valutando non solo i singoli eventi geofisici ma anche le loro possibili interazioni a catena e l'evoluzione dei fenomeni nel tempo. Questa architettura di analisi permette di fornire report sintetici e operativi direttamente al Centro di Coordinamento della Risposta alle Emergenze della Commissione Europea. Il trasferimento di competenze tecnologiche simula l'infrastruttura di sorveglianza che l'INGV impiega storicamente per il Dipartimento della Protezione Civile in Italia, estendendo i modelli di allerta precoce su scala continentale. La formalizzazione del centro mira inoltre a favorire lo sviluppo di nuovi algoritmi computazionali e l'accesso a canali di finanziamento internazionali per la formazione di personale specializzato. La stabilizzazione di queste reti di partenariato scientifico evidenzia il ruolo strategico degli enti di ricerca nella governance della sicurezza pubblica europea. Fabio Florindo, Presidente dell’INGV, ha sottolineato l'importanza del passaggio istituzionale dichiarando che “l’istituzione del Centro Multi-Hazard ARISTOTLE-ENHSP rappresenta un passo importante per consolidare all’interno dell’INGV un’esperienza scientifica e operativa di rilievo europeo. Dopo quasi dieci anni di attività continuativa, dotiamo ARISTOTLE di una struttura stabile capace di rafforzare ulteriormente il contributo dell’INGV alla gestione dei rischi naturali e alla protezione civile europea”. L'armonizzazione dei dati sismici e vulcanici transfrontalieri rappresenta, pertanto, un pilastro fondamentale per incrementare la resilienza delle infrastrutture e delle comunità di fronte alle dinamiche geodinamiche globali.
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Biomedicale, l'eccellenza di Mirandola dove si formano i tecnici del futuro: 97% lavora già durante gli studi
(Adnkronos) - Nel cuore dell’Emilia-Romagna, c’è uno dei distretti industriali più avanzati d’Europa: Mirandola, primo distretto biomedicale europeo e terzo al mondo. Un ecosistema che non produce solo innovazione e dispositivi medici esportati in tutto il mondo, ma anche competenze altamente specializzate sempre più strategiche per il futuro della sanità e dell’industria hi-tech italiana. Qui il tema centrale oggi non è soltanto la crescita industriale, ma la capacità di formare tecnici e professionisti in grado di accompagnare la trasformazione del settore: automazione, robotica, telemedicina, data analysis, cybersecurity e produzione avanzata di dispositivi medici. Così nasce l’esperienza dell’Its Academy Biomedicale 'Mario Veronesi', scuola di alta specializzazione tecnologica creata direttamente dall’ecosistema del distretto insieme ad aziende, Università di Modena e Reggio Emilia, centri di ricerca, Tecnopolo e istituzioni locali. I numeri raccontano un modello quasi unico in Italia: il 97% degli studenti trova lavoro già mentre frequenta i corsi; il tasso di occupazione a fine percorso supera il 95%; 800 delle 2.000 ore formative si svolgono direttamente nelle aziende del distretto; gli studenti lavorano su casi reali con professionisti del settore e laboratori avanzati. L’Its forma ogni due anni oltre 120 super-tecnici specializzati in: automazione e Industria 4.0; healthcare digitale e telemedicina; data analysis; cybersecurity biomedicale; produzione avanzata di dispositivi medici. Grazie ai fondi del Pnrr, l’Academy ha ricevuto circa 6 milioni di euro per ampliare corsi e laboratori, con l’obiettivo di raddoppiare gli studenti formati e rafforzare le competenze tecnologiche del settore biomedicale italiano. Per il biennio 2024-2026 sono stati attivati quattro corsi - tre a Mirandola e uno a Bologna - con un target di 160 studenti. Gli investimenti hanno permesso, inoltre, la realizzazione di nuovi laboratori hi-tech dedicati a robotica, realtà aumentata, 3D bioprinting e telemedicina. Tra questi anche l’Abb Robotics Education Lab, uno dei poli più avanzati per la formazione applicata all’automazione industriale. Il caso Mirandola rappresenta oggi un modello di integrazione tra impresa, formazione e innovazione tecnologica, in un settore, quello dei dispositivi medici, considerato strategico per il Paese. Secondo i dati del Centro studi di Confindustria Dispositivi Medici, gli occupati nel settore sono 130mila in Italia (in Europa sono 790mila), vale a dire il 16,5% del totale. Il 42% è rappresentato da donne e inoltre il 45,6% è laureato e il 38,8% diplomato. Il 68% degli impiegati del settore in Italia si trova in 3 regioni. In Emilia Romagna in particolare è impiegato il 13% degli occupati totali del settore: 14.595 di cui 8.092 (55%) uomini e 6.503 (45%) donne; oltre la metà degli addetti (51,7%) possiede un titolo di studio universitario o post-universitario. "La competitività globale per le imprese del nostro settore si gioca sulle tecnologie e sulla capacità di portare sul mercato innovazione. Nuovi materiali, intelligenza artificiale, robotica, ausili di ultima generazione e test predittivi sono solo alcuni degli ambiti in cui la partita si gioca sulla capacità di innovare. Proprio per questo il fattore competenze rappresenta uno snodo centrale: attrarre talenti e avere la capacità di trattenerli è una leva strategica di primaria importanza", afferma, con Adnkronos/Labitalia, il presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Fabio Faltoni. "Il comprato dei dispositivi medici - spiega - ha sempre più bisogno di ingegneri, data scientist, tecnici specializzati, professionisti capaci di lavorare tra digitale, medicina e produzione avanzata. Ha un enorme bisogno di reskilling per accompagnare lo sviluppo delle tecnologie e l’innovazione delle filiere, ha bisogno di rafforzare il dialogo tra scuola, università e impresa, per evitare che le competenze migliori vadano all’estero. Dobbiamo creare percorsi formativi capaci di anticipare i bisogni futuri del settore. Il territorio di Mirandola - sottolinea - rappresenta un esempio di eccellenza assoluta per tutto questo: il know-how e la formazione di nuove generazioni di talenti e ricercatori in ambito biomedico sono un punto di forza grazie all'Its e al Tecnopolo". Confindustria Dispositivi Medici, in collaborazione con Confindustria Emilia-Romagna e Confindustria Emilia Area Centro, torna in Emilia-Romagna, proprio a Mirandola, con un evento dedicato al futuro del distretto biomedicale nel giorno dell’anniversario del terremoto che ha colpito il territorio nel 2012. L'appuntamento, in programma per il 20 maggio dalle ore 10.00 alle 13.00, presso l'Auditorium 'Rita Levi Montalcini', organizzato anche con il patrocinio del Comune di Mirandola e in collaborazione con EY e Biomedical Valley come network partner, rappresenta un momento di continuità con il percorso avviato un anno fa in questo territorio nell'ambito delle celebrazioni per i 40 anni di Confindustria Dispositivi Medici, mentre per Confindustria Emilia-Romagna sarà il momento conclusivo della presidenza di Annalisa Sassi, giunta al termine del mandato. Riunendo imprese, istituzioni e stakeholder nel principale polo biomedicale a livello europeo, l'evento vuole rafforzare il dialogo tra tutti gli attori dell'ecosistema: un contesto in cui imprese, istituzioni, università e centri di ricerca collaborano in modo integrato, generando innovazione, sviluppo industriale e competenze di eccellenza.
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vivo e il progetto "Capture the Future: Global Youth Storytelling Initiative for People and Nature"
(Adnkronos) - L'evoluzione delle tecnologie di imaging per dispositivi mobili sta ridefinendo le modalità con cui le nuove generazioni documentano e comunicano le dinamiche ambientali e i complessi concetti legati alla sostenibilità. In questo scenario, l'Università degli Studi di Milano ha ospitato la prima tappa europea dell'iniziativa formativa mondiale "Capture the Future: Global Youth Storytelling Initiative for People and Nature", strutturata per stimolare una narrazione consapevole delle sfide ecologiche globali. Il progetto, lanciato ufficialmente in occasione del Mobile World Congress 2026 di Barcellona, si propone di fornire agli studenti universitari competenze interdisciplinari per tradurre temi quali la resilienza climatica e la biodiversità in contenuti visivi di forte impatto pubblico, supportati dalle tecnologie avanzate di vivo e del partner, per le ottiche, Zeiss.
Questa attività si inserisce all'interno di un'ampia open call globale, attiva da marzo e ormai giunta quasi allo scadere della sua disponibilità fissata per il mese di maggio 2026, volta a raccogliere progetti di documentazione visiva realizzati da giovani creator a livello internazionale; i profili selezionati accederanno successivamente a un campus di co-creazione estivo pianificato all'interno delle riserve della biosfera europee. Adnkronos Tech&Games ha raggiunto Cristina Nichifor, PR Supervisor vivo per l'Italia, e Matteo Giudici, Head of Open Market vivo Italia, per approfondire strategie e obiettivi di vivo.
Cristina Nichifor, PR Supervisor vivo per l'Italia
Come si inserisce "Capture the Future" nella visione a lungo termine di vivo e in che modo questa collaborazione con il programma MAB di UNESCO segna l'evoluzione del vostro impegno verso la responsabilità sociale e il supporto alle nuove generazioni?
Cristina Nichifor (PR Supervisor vivo Italia): "“Capture the Future” si inserisce in modo naturale nella visione di lungo periodo di vivo, fondata sul principio di Benfen, ovvero l’impegno a fare le cose giuste, nel modo giusto. Questo approccio guida in egual misura sia lo sviluppo tecnologico dell’azienda, sia il modo in cui vivo interpreta il proprio ruolo all’interno della società.
Da sempre, consideriamo la fotografia uno strumento centrale per abilitare le persone ad esprimere sé stesse, raccontare e condividere il proprio punto di vista con tecnologie che facilitano l’espressione personale. La collaborazione con il programma UNESCO Man and the Biosphere rappresenta un’evoluzione di questo percorso che oltrepassa l’espressione del singolo creator, per orientarsi alla collettività. Inoltre, in questo contesto, vivo riconosce nelle nuove generazioni una forte sensibilità verso le tematiche sociali e ambientali e un ruolo chiave nella loro capacità di generare un cambiamento."
Il progetto è stato presentato ufficialmente al MWC 2026, cosa ha spinto vivo a scegliere proprio l’Università degli Studi di Milano come prima tappa europea e in che modo la risposta degli studenti italiani ha confermato o sorpreso le vostre aspettative iniziali?
Cristina Nichifor (PR Supervisor vivo Italia): "Abbiamo presentato il progetto come parte di un programma che coinvolge alcune università selezionate in diverse aree del mondo. l’Italia è stata individuata come uno dei paesi chiave, anche considerata l’importanza che questo mercato ha per lo sviluppo del brand vivo.
La scelta dell’Università degli Studi di Milano, su indicazione di UNESCO, per lo sviluppo del progetto in Europa è stata quasi naturale in questo scenario. Parliamo di uno degli atenei più importanti e storici a livello europeo, da sempre punto di riferimento per la ricerca, l’innovazione e l’approccio interdisciplinare. A questo si aggiunge il contesto italiano, particolarmente rilevante per la ricchezza del patrimonio naturalistico, culturale e paesaggistico, che rende il rapporto tra uomo e natura un tema vivo, concreto e profondamente radicato.
La risposta degli studenti ha superato le aspettative: spesso si tende a sottovalutare il livello di coinvolgimento delle nuove generazioni su temi complessi come la sostenibilità, ma in questo caso abbiamo riscontrato un interesse autentico e una partecipazione estremamente attiva."
L’approccio "dual-mentor" unisce il rigore scientifico di UNESCO alla potenza tecnologica di vivo: qual è la sfida più grande nel tradurre temi complessi come la biodiversità e la resilienza climatica in un linguaggio visivo che sia al tempo stesso accessibile, pop e tecnologicamente all’avanguardia per i giovani creator?
Cristina Nichifor (PR Supervisor vivo Italia): "La sfida principale è trovare un equilibrio tra accuratezza e accessibilità. Temi come la biodiversità o il rapporto tra uomo e natura richiedono un livello di comprensione profondo, ma allo stesso tempo devono essere raccontati in modo chiaro, immediato e coinvolgente per risultare davvero efficaci.
È da questa esigenza che nasce l’approccio “dual-mentor”. Da un lato, UNESCO fornisce una base solida di conoscenze, strumenti e contenuti, aiutando gli studenti a comprendere a fondo le tematiche e a sviluppare uno sguardo consapevole. Dall’altro, vivo mette a disposizione tecnologie avanzate di imaging che permettono di trasferire questa comprensione con un linguaggio visivo contemporaneo e rilevante.
Crediamo che più si conosce un tema, più si è in grado di raccontarlo in modo efficace. La tecnologia, in questo senso, non sostituisce la sensibilità individuale: la amplifica, offrendo agli utenti strumenti per tradurre il proprio punto di vista in immagini. È da questa combinazione tra tecnologia e consapevolezza che una visione individuale può diventare azione collettiva. Quando un contenuto è chiaro, autentico e condivisibile, ha davvero il potenziale di generare dialogo, coinvolgimento e, nel tempo, anche cambiamento."
In che modo la tecnologia di imaging mobile di vivo funge da ponte tra la visione individuale e l’azione collettiva, e quali strumenti specifici avete messo a disposizione degli studenti per trasformare un semplice scatto in un messaggio di cambiamento sociale?
Cristina Nichifor (PR Supervisor vivo Italia): La tecnologia di imaging mobile di vivo nasce per essere al tempo stesso potente e intuitiva, con l’obiettivo di ridurre la distanza tra ciò che una persona vede e ciò che può raccontare. Nel contesto del progetto, abbiamo messo a disposizione degli studenti dispositivi dotati di sistemi fotografici avanzati, capaci di adattarsi a scenari diversi, dalla fotografia di paesaggio al ritratto, fino al video, insieme a strumenti di editing e ottimizzazione basati sull’intelligenza artificiale. Questo ha permesso loro di lavorare in modo rapido e intuitivo, senza barriere tecniche, concentrandosi maggiormente sul contenuto e sul messaggio.
La open call globale sarà attiva fino a maggio 2026, quali sono i criteri fondamentali che guideranno la selezione dei progetti vincitori e cosa vi aspettate di scoprire durante il Co-Creation Camp estivo nelle riserve della biosfera?
Cristina Nichifor (PR Supervisor vivo Italia): "La selezione dei progetti si baserà su criteri come l’originalità e la qualità dei contenuti che racconteranno temi legati alla sostenibilità, alla biodiversità e alla resilienza climatica. Per quanto riguarda il Co-Creation Camp siamo curiosi dei nuovi linguaggi che potrebbero emergere e delle nuove prospettive che verranno raccontate, soprattutto il modo in cui i giovani interpretano il rapporto tra uomo e natura. L’obiettivo è creare uno spazio di confronto in cui competenze diverse possano incontrarsi, dando vita a progetti che abbiano un impatto reale anche al di fuori del contesto creativo."
Matteo Giudici, Head of Open Market vivo Italia
Guardando all'andamento del brand in Italia, quali sono i segmenti di mercato o le linee di prodotto che stanno trainando la crescita di vivo nel 2026 e come si sta evolvendo la percezione dei consumatori italiani nei confronti della vostra proposta tecnologica rispetto agli anni precedenti?
Matteo Giudici (Head of Open Market vivo Italia)
: "Nel 2026 stiamo osservando una crescita significativa trainata in particolare da due direttrici: da un lato la serie V, che rappresenta un punto di accesso strategico per un pubblico ampio, sempre più attento al rapporto tra qualità, design e performance; dall’altro la serie X, che contribuisce in modo determinante a rafforzare il posizionamento di vivo nel segmento premium, soprattutto grazie all’innovazione nell’ambito dell’imaging, grazie alla consolidata collaborazione con un leader di settore come ZEISS.
I risultati ottenuti nell’ultimo anno rappresentano per noi un segnale importante: il brand vivo ha una percezione sempre più solida, e dimostra che c’è spazio per i brand che portano proposte di valore. Questo andamento, inoltre, si inserisce nel contesto italiano, un mercato dinamico e rilevante, caratterizzato da consumatori sempre più informati, consapevoli e attenti alla qualità dell’esperienza tecnologica."
Oggi vivo non è più un nuovo arrivato, ma un player credibile, capace di competere su qualità, innovazione e visione. Ed è su questa direzione che continueremo a investire.
Considerando il panorama competitivo italiano, molto attento al design e alle prestazioni fotografiche, quali sono i vostri obiettivi strategici per la seconda metà dell'anno e in che modo iniziative come quella con l'Università di Milano contribuiscono a consolidare il legame tra vivo e il pubblico locale?
Matteo Giudici (Head of Open Market vivo Italia): "Guardando al futuro, partendo dalla seconda metà dell’anno, puntiamo a rafforzare la nostra presenza in Italia, sia in termini di brand awareness sia attraverso il consolidamento delle partnership commerciali con i principali retailer e operatori.
In parallelo vogliamo continuare ad investire in progetti e attivazioni locali che consentano di creare una connessione più diretta con gli utenti finali. Iniziative come “Capture the Future” vanno proprio in questa direzione: non si limitano a raccontare la tecnologia, ma creano occasioni per apprezzarla attraverso esperienze concrete, in grado di generare un impatto positivo.
Poi noi di vivo è essenziale coinvolgere le persone, ascoltare i loro punti di vista e dare spazio alla loro creatività. Siamo un’azienda che costruisce tecnologie che puntano a migliorare la vita quotidiana. Ogni occasione di incontro con i nostri utenti italiani sarà preziosa e assolutamente voluta."
---tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Il mare in laboratorio, un ecosistema in miniatura per produrre plancton
(Adnkronos) - All’Acquario di Livorno la fase sperimentale della 'fattoria del mare', una piattaforma avanzata che consente di simulare le condizioni dell’ecosistema marino. Il mesocosmo - spiega Ispra - è un sistema sperimentale delimitato da una rete a maglia fine che viene utilizzato per la produzione di zooplancton in ambiente controllato. Il mesocosmo, uno dei protagonisti del progetto europeo AQuaBioS - 'La fattoria del mare: per un’acquacoltura biologica e sostenibile', finanziato dal programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2024-2027, entra nella sua fase operativa centrale con l’avvio delle attività sperimentali dedicate allo sviluppo di modelli innovativi di acquacoltura sostenibile nel Mediterraneo. Coordinato da Ispra, il progetto rappresenta una delle iniziative più avanzate nel panorama euro-mediterraneo dedicate alla transizione ecologica del settore ittico e alla promozione di una blue economy sostenibile. Con un budget complessivo di circa 1,8 milioni di euro, il progetto mira a sviluppare sistemi di allevamento di zooplancton marino a basso impatto ambientale, integrando innovazione scientifica, tutela degli ecosistemi e sostenibilità economica delle filiere. “Con il progetto AQuaBioS l’Istituto rinnova e rafforza il proprio impegno nel promuovere un modello di sviluppo capace di integrare ricerca scientifica, innovazione tecnologica e tutela ambientale - spiega Maria Alessandra Gallone, presidente Ispra e Snpa - Investire in sistemi di acquacoltura sostenibile significa non solo favorire la resilienza degli ecosistemi marini, ma anche sostenere una crescita economica responsabile, in grado di coniugare competitività, sicurezza alimentare e salvaguardia del patrimonio naturale del Mediterraneo. In questa prospettiva, AQuaBioS rappresenta un passo concreto verso la diffusione di pratiche produttive più efficienti, sostenibili e coerenti con le sfide ambientali e climatiche del futuro”.
Il progetto sviluppa sistemi biologici innovativi che impiegano plancton, microalghe e copepodi, come alimento naturale per le specie marine allevate, con l’obiettivo di ridurre l’uso di mangimi industriali ad alto impatto ambientale. "Oltre al loro elevato valore nutrizionale, le microalghe contribuiscono a migliorare la qualità dell’acqua, assorbire CO2 e ridurre il carico organico negli impianti di acquacoltura - spiega Ispra - Per questo motivo, alcune specie vengono coltivate in sistemi sperimentali per valutarne l’efficacia sia sulla crescita dei pesci sia sull’equilibrio biologico degli ambienti acquatici. I copepodi (raggruppamento che rappresenta la più grande fonte di proteine presente negli oceani e in acque interne) occupano una posizione chiave negli ecosistemi acquatici: si nutrono principalmente di fitoplancton e trasferiscono energia ai livelli superiori della catena alimentare, rappresentando le prede naturali della maggior parte delle forme larvali e di numerosi organismi marini. Di conseguenza, variazioni nella loro presenza ed abbondanza possono influenzare l’intero equilibrio dell’ecosistema". "Osservare la risposta dei copepodi a cambiamenti di temperatura, acidità, disponibilità di nutrienti o presenza di inquinanti è essenziale per comprendere gli effetti dei cambiamenti ambientali su di essi e le possibili ricadute sulla rete trofica e sulla biodiversità acquatica. L’introduzione del plancton nelle diete di organismi marini allevati, in sostituzione di proteine animali derivanti proprio dai prodotti della pesca, permette di sviluppare protocolli sostenibili e contribuisce a diminuire l'impatto ecologico dell’attuale sistema di produzione ittica (pesca e acquacoltura) nel Mediterraneo", continua l'Istituto. Dal punto di vista socioeconomico, "il progetto, nel suo insieme, punta anche a rafforzare la competitività delle piccole e medie imprese della filiera ittica mediterranea, sostenendo la transizione verso modelli produttivi più sostenibili e capaci di rispondere alle nuove esigenze del mercato europeo in termini di qualità ambientale, tracciabilità e sicurezza alimentare". Il progetto coinvolge partner scientifici e industriali provenienti da Sardegna, Toscana, Liguria, Corsica e Région Sud francese, creando una rete internazionale di ricerca e sperimentazione applicata all’acquacoltura sostenibile.
---sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)










