Ricerca: sclerosi multipla, nuove strategie per trattarla potenziando il sistema immunitario
(Adnkronos) - La sclerosi multipla è una patologia che in Italia colpisce circa 144mila persone, secondo i dati dell'Aism (Associazione italiana sclerosi multipla). Grazie all’evoluzione dei farmaci e alla ricerca in neuroscienze, però, è oggi tra le patologie neurologiche con più terapie approvate disponibili, oltre 20 e oggi un paziente con sclerosi multipla ha un’aspettativa di vita simile, o appena inferiore, ad una persona sana. Un ulteriore sviluppo delle terapie è però ancora possibile, soprattutto nelle forme progressive di malattia che al momento non dispongono di una cura efficace. La sclerosi multipla è causata da una risposta anomala del sistema immunitario che si attiva contro molecole del sistema nervoso producendo neuroinfiammazione. Le terapie attuali si concentrano quindi sulla modulazione o la soppressione del sistema immunitario per ridurre i sintomi e gli effetti a lungo termine della patologia, ma questa azione di immunosoppressione può ridurre le capacità dell’organismo di combattere i patogeni esterni e ad altri rischi contro i quali il sistema immunitario deve svolgere la propria funzione. Un nuovo filone di ricerca, al quale la Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma sta lavorando con il supporto di Aism e della Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism), è nello studio dei meccanismi anti-infiammatori naturali del sistema immunitario per creare una nuova classe di farmaci che abbiano l’effetto di potenziare questi meccanismi senza ridurre l’efficacia del sistema immunitario. A questo fine l’équipe di ricerca del Laboratorio di neuroimmunologia molecolare della Fondazione Santa Lucia Irccs, guidata da Elisabetta Volpe, "ha studiato il ruolo dell’interleuchina 9 (IL-9) nel mediare l’attivazione infiammatoria nel sistema nervoso centrale, in particolare sugli astrociti ossia le cellule a forma di stella (da cui il nome) che danno struttura al sistema nervoso, ma che possono diventare reattivi, cioè infiammatori, in condizioni patologiche. Le interleuchine - si legge nella nota del Santa Lucia - sono proteine del sistema immunitario che trasportano informazioni: possono attivare, potenziare o ridurre la risposta immunitaria e questo studio dimostra che l’IL-9 ha un effetto di riduzione dello stato infiammatorio degli astrociti". "Questi risultati dimostrano che il sistema immunitario non ha solo funzioni negative nella sclerosi multipla, ma può anche attivare dei meccanismi di spegnimento della neuroinfiammazione, e comprendere come il cervello dei pazienti risponde ad uno stimolo infiammatorio aumenta le opzioni terapeutiche per i pazienti - sostiene la dottoressa Volpe - Utilizzare e modulare in modo selettivo questi meccanismi, e in particolare riprogrammare la reattività degli astrociti e delle altre cellule che causano neuroinfiammazione, è un passaggio cruciale per immaginare terapie sempre più mirate”. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale 'Neurology: Neuroimmunology & Neuroinflammation', ed è stato realizzato su tessuti cerebrali di persone colpite da sclerosi multipla progressiva e su modelli cellulari. È stato condotto con un approccio sperimentale articolato, basato su tre diversi modelli umani in vitro (linea cellulare astrocitaria, astrociti umani primari e astrociti derivati da cellule staminali pluripotenti indotte), utilizzando stimoli infiammatori per riprodurre in laboratorio condizioni simili a quelle osservate nella sclerosi multipla. Questa strategia ha permesso di rafforzare la solidità biologica dei risultati con l’intento di velocizzare il trasferimento di queste scoperte verso la realizzazione di nuove terapie. Questo risultato di ricerca è il frutto di un finanziamento del Fism che ha scelto di rifinanziare il progetto attraverso l’ultimo bando dedicato ai progetti di ricerca, con l’obiettivo tendenziale di creare farmaci che possano agire su questo meccanismo e altri ancora che saranno scoperti in questo filone di ricerca.
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Turismo, Pellegrino (Aidit): "Bene Santanchè, riconoscimento come industria per sviluppo"
(Adnkronos) - "L’intervento del ministro del Turismo Daniela Santanchè, in occasione del Forum Internazionale del Turismo svoltosi oggi a Milano, ha tracciato alcune direttrici strategiche di sviluppo del settore che coincidono in modo puntuale con la piattaforma di proposte che Aidit porta avanti in maniera continuativa dal 2018 nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee. In primo luogo, il riconoscimento del turismo come industria e non più come semplice comparto di servizi rappresenta un passaggio culturale e politico fondamentale. Aidit nasce all’interno di Confindustria, nella famiglia di Federturismo, proprio per rendere concreto e operativo questo principio: considerare il turismo una vera industria significa dotarlo di pari dignità normativa, economica e strategica, riconoscendo il ruolo centrale della filiera organizzata e, in particolare, della distribuzione turistica italiana, che garantisce qualità, sicurezza, tracciabilità e tutela del consumatore". Così con Adnkronos/Labitalia, Domenico Pellegrino, presidente di Aidit Federturismo Confindustria, commenta l'intervento del ministro del Turismo, Daniela Santanchè, in occasione del Forum Internazionale del Turismo. Per Pellegrino, "il secondo punto qualificante riguarda la riduzione della fiscalità del 10% a favore dei lavoratori del turismo, da destinare integralmente alla retribuzione attraverso incentivi, bonus o strumenti di welfare". "Si tratta di una misura che Aidit sostiene da tempo come leva indispensabile per restituire attrattività e competitività a un settore che richiede livelli di impegno, flessibilità, reperibilità e responsabilità fuori dal comune. Un intervento di questo tipo è essenziale per valorizzare il capitale umano, contrastare la fuga di professionalità e rendere il turismo un ambito capace di attrarre giovani talenti qualificati. È esattamente in linea con la proposta di Aidit di costruire un 'cuneo fiscale dedicato', presentata alla Conferenza nazionale del turismo 2022 di Chianciano", sottolinea. Per Pellegrino, "il terzo tema centrale è l’allineamento del calendario scolastico italiano ai principali modelli europei. Aidit ha posto questa esigenza direttamente all’attenzione del ninistro già in occasione del Forum di Firenze di due anni fa, proponendo una modulazione più razionale degli 'school break'". "I benefici sono evidenti e misurabili: destagionalizzazione dei flussi, riduzione della pressione sulle destinazioni più esposte all’overtourism, maggiore continuità operativa per le imprese, economie di scala nella gestione e una più equilibrata modulazione dei prezzi, con un conseguente recupero di potere d’acquisto per le famiglie", spiega ancora. Secondo Pellegrino, "resta invece, al momento, non ancora recepito uno dei punti più innovativi della piattaforma Aidit: il riconoscimento della vacanza come fattore di benessere psicofisico, meritevole di una forma di detraibilità fiscale, sul modello di quanto già avviene per le spese sanitarie". "Sarà l’impegno di Aidit delle prossime settimane e mesi, soprattutto dimostrando la sostenibilità finanziaria della misura, oltre alle sue solide basi giuridiche. Su questo fronte, però Aidit ha recentemente registrato, insieme alle principali altre associazioni di categoria, un positivo confronto operativo con il ministero del Turismo per la costituzione di un database nazionale e un sistema di certificazione delle agenzie di viaggio, in grado di garantire un canale sicuro, tracciato e trasparente per i consumatori, contrastando in modo strutturale abusivismo ed evasione fiscale", continua ancora. "Accogliamo con grande favore -spiega Pellegrino - il fatto che molte delle linee guida presentate oggi dal Governo coincidano con una visione che Aidit porta avanti da anni con coerenza e senso di responsabilità. Questo conferma che il turismo organizzato, quando dialoga con le istituzioni in modo serio e strutturato, può contribuire in maniera determinante alla costruzione di politiche industriali moderne ed efficaci. Continueremo nei prossimi mesi a lavorare affinché anche il tema del benessere e della fiscalità della vacanza trovi pieno riconoscimento nell’agenda strategica del Paese". Aidit "conferma dunque la propria disponibilità a collaborare attivamente con il Ministero e con tutti gli stakeholder della filiera per trasformare queste direttrici strategiche in misure concrete, capaci di rafforzare strutturalmente la competitività del turismo italiano nel medio-lungo periodo", conclude.
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Tumori: prostata, 'in Lombardia e Basilicata primi progetti di screening, ora regia nazionale'
(Adnkronos) - Con 40.192 nuove diagnosi in Italia nel 2024, il cancro alla prostata è il tumore più frequente nella popolazione maschile. In assenza di un programma nazionale mirato a questa neoplasia, Lombardia e Basilicata sono oggi le prime Regioni ad aver attivato un percorso di screening strutturato e gratuito. Fa il punto sulle due iniziative - sollecitando una regia nazionale - Fondazione Onda che dal 2023 riunisce Regioni e stakeholder per definire un modello nazionale coordinato e sostenibile di prevenzione e diagnosi precoce. All'ultimo tavolo interregionale 'Tumore della prostata e raccomandazioni del Consiglio dell'Unione europea. Prevenzione e diagnosi precoce', a cui hanno partecipato stakeholder e rappresentanti di Campania, Emilia Romagna e Veneto, le esperienze della Lombardia e della Basilicata sono state presentate come esempi virtuosi. L'esperienza della Lombardia. Attivo da novembre 2024, coordinato dalle Ats (Agenzie di tutela della salute) ed erogato con il coinvolgimento di numerosi enti pubblici e privati (Asst, Irccs ecc.), il programma lombardo si articola in più livelli, illustra una nota di Fondazione Onda. Il primo passo è la compilazione di un questionario online sul fascicolo sanitario elettronico, seguito - per chi risulta idoneo - dall'esecuzione gratuita, tramite voucher della durata di 30 giorni, del test del Psa (antigene prostatico specifico) e da visita urologica per i casi a rischio, con eventuale approfondimento tramite risonanza magnetica e biopsia. I numeri aggiornati a dicembre 2025 mostrano un forte interesse della popolazione e restituiscono i primi risultati concreti: sono circa 26mila i cittadini che hanno compilato il questionario, di cui 20.444 risultati idonei, che hanno dunque ricevuto il 'buono Psa'; tra questi, 6.996 hanno già effettuato il test del Psa; 1.122 sono i pazienti inviati a visita urologica e 98 le risonanze magnetiche proposte. L'adozione di criteri chiari (Psa sopra 3, familiarità, anamnesi) ha permesso di concentrare gli approfondimenti sui casi realmente a rischio, riducendo sprechi e ritardi. A dicembre 2025 è stato inoltre rilasciato Screen-Up, il nuovo gestionale unico regionale per tutti gli screening oncologici, che si è attivato inizialmente proprio per il percorso di screening alla prostata e che nel 2026 verrà esteso alla gestione di tutti gli screening oncologici attivi in Lombardia. Attualmente la Regione sta lavorando all'espansione della fascia di inclusione fino ai 69 anni, prevista per fine 2026, già ampliata a gennaio 2026 dai 50 fino ai 59 anni come stabilito da delibera di Giunta Regionale 5593 del 30/12/2025. L'esperienza della Basilicata. Attivo da giugno 2025, il percorso regionale di screening si sviluppa su più livelli: questionario online, test del Psa, visita urologica e risonanza magnetica biparametrica. Gestito tramite una piattaforma informatica dedicata sul sito dell'azienda ospedaliera regionale San Carlo, è rivolto alla popolazione tra i 45 e i 70 anni. I dati aggiornati a dicembre 2025 mostrano un impatto immediato del programma sulla diagnosi precoce: circa 6.500 i questionari compilati, 3.700 i Psa eseguiti, 545 le visite urologiche programmate, di cui 480 già effettuate; da queste sono derivate 260 risonanze prescritte, di cui 165 già eseguite e 35 programmate; 22 le biopsie eseguite; 9 le diagnosi positive e 3 le prostatectomie radicali già concluse. Elementi distintivi del modello lucano sono l'estensione dello screening ai cittadini tra i 45 e i 50 anni con rischio eredo-familiare e l'utilizzo dell'intelligenza artificiale per supportare la lettura delle risonanze, con l'obiettivo di ridurre la variabilità tra radiologi, aumentare l'accuratezza diagnostica, limitare falsi positivi e quindi biopsie inutili. "Le esperienze della Lombardia e della Basilicata, primi laboratori regionali di innovazione - afferma Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda Ets - dimostrano che uno screening digitale, gratuito e ben organizzato, può muovere numeri importanti in pochi mesi e guidare il paziente attraverso un percorso semplice, ma rigoroso, capace di individuare precocemente i tumori clinicamente significativi". A fronte di queste "prime e positive sperimentazioni", con l'obiettivo di "garantire equità, standardizzazione dei protocolli e monitoraggio degli esiti, superando le differenze tra sistemi regionali", secondo Onda, come riportato nel documento 'Diagnosi precoce del tumore della prostata. Tavolo interregionale Veneto, Emilia Romagna e Campania', "si rivela sempre più necessaria una regia nazionale che governi l'implementazione di uno screening organizzato, sostenibile ed efficace, attraverso un sistema strutturato di gestione e sorveglianza e la promozione di Unità prostatiche multidisciplinari come modello di riferimento". "Una governance nazionale consentirebbe di definire indicatori comuni e di mettere in atto correzioni tempestive, evitando che l'innovazione proceda disomogenea - continua Orthmann - Al tempo stesso, l'implementazione di uno screening organizzato impone un tema di sostenibilità: la platea potenziale è ampia e il percorso è multilivello, con un forte impatto su risorse e tempi di accesso. Per questo è cruciale affiancare allo screening un sistema strutturato di gestione e sorveglianza, capace di prevenire l'eccesso di trattamento legato alla sovradiagnosi". Dichiara Giorgio Macellari, consigliere di Europa Uomo Italia: "Spesso gli uomini arrivano tardi alla diagnosi del tumore alla prostata perché il silenzio e l'imbarazzo pesano ancora più dei sintomi. Gli screening organizzati, coordinati da una regia nazionale e abbinati a campagne promozionali capillari, possono invertire questa tendenza e costruire fiducia. Un ruolo cruciale in questo percorso è svolto dai medici di medicina generale, che devono quindi ricevere un'adeguata formazione. Inoltre, il potenziamento della diagnosi precoce deve accompagnarsi alla presenza di Unità prostatiche multidisciplinari, modello di riferimento per un'appropriata presa in carico del paziente". "Fondazione Onda Ets - commenta la presidente Francesca Merzagora - ha avviato un percorso strutturato a partire dal 2023, in coerenza con le raccomandazioni europee, promuovendo tavoli interregionali e momenti di confronto tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni di pazienti. Il progetto si inserisce in un impegno più ampio sulla salute maschile e sulla medicina di genere, che comprende anche iniziative volte a valorizzare modelli assistenziali interdisciplinari dedicati, come il Bollino Azzurro. La prossima sfida sarà passare dalla sperimentazione alla costruzione di una regia condivisa, capace di garantire lo stesso diritto alla prevenzione su tutto il territorio nazionale". L'iniziativa, organizzata con il contributo incondizionato di Astellas - ricorda una nota - è stata patrocinata da Aigom - Associazione italiana gruppi oncologici multidisciplinari, Airo - Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica, Auro - Associazione urologi italiani, Cipomo - Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri, Europa Uomo Italia, Let's Talk Prostate Cancer, Ropi - Rete oncologica pazienti Italia, Simg - Società italiana dei medici di medicina generale e delle cure primarie, Siu - Società italiana di urologia, Siuro - Società italiana di uro-oncologia.
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Tumori: cancro collo utero, tecnica innovativa per diagnosi precoce
(Adnkronos) - Uno studio pilota multidisciplinare coordinato dall'università Sapienza di Roma ha sperimentato una tecnica innovativa per l'esame di una particolare tipologia di cellule tumorali. Oltre all'osservazione al microscopio della forma delle cellule, come viene fatto abitualmente - spiega una nota dell'ateneo - i ricercatori hanno utilizzato una tecnica ottica chiamata spettroscopia Raman che permette di analizzare la composizione molecolare dei tessuti, cioè proteine, lipidi e acidi nucleici. Questo approccio consente di collegare ciò che cambia a livello molecolare con ciò che si osserva fisicamente nella struttura del tessuto. Infatti le firme molecolari associate al tumore sono coerenti e riconoscibili anche quando le differenze morfologiche non sono immediatamente evidenti, perché non sempre il tessuto sano e quello tumorale sono facilmente distinguibili dalla forma delle cellule. In particolare nel caso del carcinoma squamoso della cervice uterina, patologia molto diffusa, la diagnosi si basa ancora fortemente su tecniche invasive e sull'interpretazione visiva del patologo. Capire se esistono firme molecolari affidabili potrebbe in futuro aiutare a migliorare la caratterizzazione dei tessuti. Lo studio, pubblicato su 'Plos One', è stato possibile grazie alla combinazione di competenze diverse (ingegneristiche, cliniche e patologiche) e all'accesso a strumentazione avanzata presente nei laboratori Sapienza, sottolinea l'ateneo. In passato molti studi si sono concentrati su una sola tecnica alla volta. Per questo invece è stato possibile mettere insieme dati molecolari e strutturali in modo coordinato. Il lavoro è frutto della collaborazione interdisciplinare tra diversi dipartimenti della Sapienza, la Ginecologia oncologica e l'Anatomia patologica del Policlinico universitario Umberto I e il Centro di ricerca per le nanotecnologie applicate all'ingegneria (Cnis). La tecnica ottica della spettroscopia Raman - descrive la nota - è basata sul fenomeno di diffusione anelastica della radiazione elettromagnetica dovuto all'interazione con i moti vibrazionali e rotazionali di una molecola (effetto Raman). L'analisi è stata condotta su campioni istologici di tessuto cervicale fissati e inclusi in paraffina, analizzati mediante spettroscopia Raman per individuare differenze biochimiche tra regioni sane e tumorali, tra cui stroma, ghiandole, tessuto nervoso, vasi sanguigni, infiltrato infiammatorio e aree necrotiche. L'analisi spettrale ha messo in evidenza impronte molecolari distintive associate a variazioni nella composizione di proteine, acidi nucleici e lipidi nelle aree patologiche. Lo studio correla direttamente le informazioni molecolari della spettroscopia Raman con immagini morfologiche ad alta risoluzione, ottenute con microscopia elettronica (Sem) e microscopia a forza atomica (Afm), sugli stessi campioni e nelle stesse aree di tessuto. Questo approccio permette di collegare ciò che cambia a livello molecolare con ciò che si osserva fisicamente nella struttura del tessuto, rafforzando l'interpretazione dei segnali Raman. La ricerca mostra dunque che "i tessuti tumorali presentano alterazioni molecolari ben riconoscibili rispetto ai tessuti sani. Queste alterazioni sono coerenti con i cambiamenti strutturali osservati a scala micro e nanometrica. Inoltre, si è stabilito che la spettroscopia Raman è sensibile anche a differenze che non sempre sono immediatamente visibili con le tecniche di imaging tradizionali". "Pur trattandosi di uno studio pilota - si precisa - i risultati suggeriscono che la spettroscopia Raman possa rappresentare una promettente tecnica di supporto alla caratterizzazione dei tessuti tumorali cervicali, ponendo le basi per futuri studi su campioni freschi e per una possibile integrazione in contesti diagnostici clinicamente rilevanti".
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Malattie rare: craniosinostosi, verso cura non invasiva con silenziatore genico e stampa 3D
(Adnkronos) - Un 'silenziatore genico' (tecnicamente detto piccolo Rna interferente - siRna) veicolato localmente da nanoparticelle introdotte in un gel iniettabile prodotto tramite stampa 3D può spegnere il gene difettoso responsabile di gravi malattie rare, le craniosinostosi, caratterizzate da malformazioni del cranio, oggi risolvibili solo con interventi chirurgici invasivi eseguiti in pazienti neonati ed in seguito ripetuti durante l’età pediatrica. È la promessa che arriva dagli studi coordinati dalla professoressa Wanda Lattanzi, associata di Biologia cellulare e applicata all’Università Cattolica nel campus di Roma e medico genetista presso l’Unità operativa complessa di Neurochirurgia infantile della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, recentemente pubblicati sulle riviste Molecular Therapy Nucleic Acid e Regenerative Biomaterials. Le craniosinostosi sono malformazioni congenite dello sviluppo cranio-facciale, dovute alla prematura ossificazione e chiusura delle suture (le regioni elastiche che confluiscono nelle cosiddette fontanelle), con conseguente costrizione nella crescita del cervello e degli organi contenuti all’interno del cranio stesso. Le forme più gravi di craniosinostosi sono malattie genetiche rare, come la sindrome di Crouzon, che si verifica in circa 16,5 casi ogni milione di nati vivi, caratterizzata da deformità evidenti del cranio e del volto, che causano alterazioni della vista, dell’udito e della respirazione, che peggiorano progressivamente fino ad essere anche letali, se non si interviene precocemente. La malattia è causata prevalentemente da mutazioni nel gene del recettore del fattore di crescita dei fibroblasti 2 (FGFR2), che causano l’accelerazione patologica dell’ossificazione nelle suture craniche ed il progressivo rapido esaurimento delle cellule staminali presenti al loro interno. Le mutazioni di FGFR2 si verificano solitamente 'de novo' (il paziente presenta la mutazione ma i genitori non ne sono portatori), facendo sì che i casi siano soprattutto sporadici e rendendo molto complicata la possibilità di diagnosi prenatale. La malattia viene di fatto solitamente diagnosticata alla nascita tramite esame fisico, tecniche di imaging e test genetici. Gli attuali protocolli terapeutici includono interventi chirurgici multipli, che iniziano a pochi mesi di vita con l'espansione neurochirurgica che serve a decomprimere il cranio e ridurre la pressione sul cervello in crescita, riducendo così al minimo le complicanze correlate. Il gruppo di ricerca coordinato dalla professoressa Lattanzi presso la Sezione di Biologia cellulare e applicata, diretta dalla professoressa Ornella Parolini, ordinario di Biologia cellulare e applicata all’Università Cattolica, nel Dipartimento di Scienze della vita e Salute pubblica, lavora da anni allo studio dei meccanismi di malattie genetiche e nel coinvolgimento delle cellule staminali dell’osso come attori principali e potenziali bersagli terapeutici in costante collaborazione con Alessandro Arcovito, professore ordinario di Biochimica presso il Dipartimento di Scienze biotecnologiche di base, cliniche intensivologiche e perioperatorie, la cui ricerca è focalizzata sullo sviluppo di 'nanoparticelle' biocompatibili, 'navette' microscopiche – già usate in medicina - che servono per veicolare farmaci e trasportarli in modo preciso e controllato solo nelle cellule dove devono agire. La ricerca traslazionale svolta dal gruppo - informa una nota - parte e si sostanzia dalla intrinseca collaborazione con l’equipe dei chirurghi della Uoc di Neurorchirurgia diretta da Gianpiero Tamburrini, professore associato di Neurochirurgia all’Università Cattolica, centro di riferimento in Italia e nel mondo per la cura e l’assistenza multidisciplinare dei pazienti con craniosinostosi, nella rete di riferimento europea per le malattie rare e complesse craniofacciali (https://www.ern-cranio.eu). Gli studi condotti negli anni hanno consentito di comprendere a fondo i meccanismi genetici e cellulari che portano alla prematura ossificazione delle suture nelle craniosinostosi e, più di recente, di sviluppare nuovi approcci terapeutici non invasivi. I risultati delle ultime ricerche sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Molecular Therapy Nucleic Acid. In questo studio, realizzato dalla dottoressa Federica Tiberio, giovane ricercatrice di Biologia cellulare e applicata nel Dipartimento di Scienze della vita e Salute pubblica dell’Università Cattolica, sono stati messi a punto dei silenziatori genetici del gene mutato, rappresentati da piccoli Rna interferenti (siRNA) che ripristinano il corretto funzionamento del gene e quindi impediscono l’ossificazione prematura delle suture. Lo studio ha dimostrato che i siRNA sono in grado di correggere la funzione del gene mutato e rispristinare la corretta vitalità delle cellule staminali nei pazienti, mantenendo aperte le suture del cranio. Gli aspetti più innovativi di questo approccio biotecnologico risiedono nell’elevato livello di personalizzazione (i siRNA sono 'disegnati' per correggere specificamente il difetto genico identificato nel singolo paziente) e nella capacità dei siRNA di silenziare solo la versione ('allele') mutata del gene senza alterare la funzione della controparte 'sana', essenziale per il corretto mantenimento delle attività di cellule e tessuti del corpo. Per poter traslare la tecnologia nell’applicazione sul paziente, lo stesso team ha concluso un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Regenerative Biomaterials, che ha integrato i siRNA in una strategia di ingegneria tissutale. Le giovani ricercatrici del team, le dottoresse Martina Salvati, Federica Tiberio e Noah Giacon, hanno sviluppato delle nanoparticelle in grado di trasportare il silenziatore genico e veicolarlo selettivamente all’interno delle cellule da 'correggere', per aumentarne la resistenza e garantire un prolungamento degli effetti terapeutici nel tempo dopo la somministrazione. Il sistema di rilascio combina un idrogel (materiale gelatinoso iniettabile) biocompatibile, con nanoparticelle di PLGA, creando un dispositivo medico iniettabile per via percutanea e modellabile per riempire i difetti ossei da trattare, utile per future applicazioni craniofacciali. Le nanoparticelle - dettaglia la nota - hanno dimostrato un'elevata efficienza di incapsulamento dei siRNA, che, rilasciati dall’idrogel hanno dimostrato di poter causare fino al 90% di abbattimento del gene mutato e la capacità di sfuggire alla degradazione. Una volta stampato in 3D, il sistema ha mostrato un profilo di rilascio controllato, mantenendo il silenziamento genico funzionale fino a 20 giorni dalla somministrazione. Questa piattaforma multifunzionale non solo supporta la modulazione di FGFR2 nella malattia, ma promette anche di essere utilizzata a livello traslazionale come impalcatura personalizzabile per la somministrazione di altri composti bioattivi, migliorando i risultati della cranioplastica pediatrica. "I risultati sono significativi perché aprono la strada ad un approccio di medicina di precisione e minimamente invasivo per la cura della malattia di Crouzon e di altre sindromi con craniosinostosi" spiega Lattanzi che ha ottenuto diversi finanziamenti per supportare i suoi studi, dalla Regione Lazio, dal ministero della Salute (insieme a Luca Massimi, associato di Neurochirurgia all’Università Cattolica e dirigente medico della Uoc di Neurochirurgia Infantile), dalla fondazione Afm Telethon francese e dall’unione europea. "Naturalmente - continua - saranno necessari studi in modelli animali seguiti da trial clinici di sicurezza ed efficacia nell’uomo, processo che solitamente richiede diversi anni di sviluppo e autorizzazioni normative. Se tutto procede senza ostacoli significativi nella fase preclinica, è realistico ipotizzare che i primi studi clinici possano partire entro i prossimi 5 anni". "In prospettiva - conclude Lattanzi - questa linea di ricerca rappresenta un cambio di paradigma nella cura delle craniosinostosi: dalla chirurgia correttiva ripetuta a un intervento mirato sulle cause molecolari della malattia. L’integrazione tra genetica, nanotecnologie e stampa 3D apre scenari concreti per terapie personalizzate, meno invasive e potenzialmente applicabili già nelle primissime fasi di vita, con l’obiettivo di prevenire le malformazioni anziché limitarne le conseguenze, conclude la professoressa: un esempio di come la ricerca traslazionale possa trasformare scoperte di laboratorio in soluzioni cliniche innovative per malattie rare ancora prive di alternative terapeutiche efficaci".
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Ricambi auto: alta fiducia nelle officine ma poca consapevolezza
(Adnkronos) - Gli automobilisti italiani continuano ad affidarsi con fiducia alle officine indipendenti per la manutenzione e la riparazione delle proprie vetture, ma restano poco informati e raramente coinvolti nelle scelte relative ai ricambi utilizzati. È quanto emerge da un sondaggio commissionato da AsConAuto, Associazione Consorzi Concessionari Autoveicoli, e GiPA, società attiva in oltre 30 Paesi e specializzata in ricerche di mercato nel settore automotive. L’indagine, condotta nel mese di dicembre su un campione rappresentativo di 1.000 automobilisti italiani, evidenzia come quasi due clienti su tre delle officine indipendenti non vengano interpellati sulla tipologia di ricambi da impiegare. La percentuale sale al 69% tra le donne e al 68% tra gli over 55. Mentre meno del 10% degli intervistati dichiara di aver ricevuto spiegazioni dettagliate, quota che raggiunge il 15% solo tra i proprietari di veicoli con meno di cinque anni. Non sorprende, secondo lo studio, che solo poco più di un quarto del campione sia certo che sulla propria vettura siano stati montati ricambi originali. Oltre il 47% dichiara invece di non saperlo o di presumere la scelta senza averne conferma, percentuale che supera il 50% tra le donne. «La fiducia del cliente è un patrimonio prezioso, ma comporta responsabilità, ha sottolineato Roberto Scarabel, presidente di AsConAuto " le officine devono guidare il cliente con chiarezza e trasparenza, trasformando la fiducia in consapevolezza. Informare non significa complicare la scelta, ma valorizzarla. Il ricambio originale, spiegato e contestualizzato, può diventare non solo una soluzione tecnica, ma una scelta condivisa per consolidare il legame officina/cliente».
L’indagine AsConAuto sottolinea quindi l’urgenza di rafforzare il dialogo tra officina e automobilista, aumentare la trasparenza e garantire un’informazione chiara, affinché le scelte suiricambi siano consapevoli e il valore del Ricambio Originale pienamente riconosciuto.
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Genesis debutta in Italia
(Adnkronos) -
Genesis Motor Europe annuncia il proprio debutto ufficiale nel mercato italiano, segnando una nuova fase di espansione del marchio premium di origine coreana in Europa. Al centro dell’offerta italiana una gamma composta esclusivamente da modelli elettrici. Il SUV compatto Genesis GV60, lungo poco più di 4,5 metri, si distingue per una forte personalità stilistica e per qualità dinamiche sportive. Il Genesis Electrified GV70 si posiziona nel segmento dei D-SUV, offrendo maggiore spazio a bordo, precisione di guida e tecnologie integrate con discrezione. Mentre al vertice della gamma si colloca la berlina di rappresentanza Genesis Electrified G80, lunga oltre 5 metri. L’ingresso nel mercato italiano rientra in una più ampia strategia di crescita europea che, dopo il lancio nel 2021 in Germania, Regno Unito e Svizzera, porterà Genesis ad essere presente anche in Francia, Spagna e Paesi Bassi. A livello globale, il marchio ha superato 1,5 milioni di unità vendute e punta a raggiungere le 350.000 consegne annue entro il 2030. “L’arrivo di Genesis in Italia è una grande opportunità per far conoscere ai clienti del nostro Paese un nuovo concetto di esperienza premium. Dal punto di vista del prodotto, sicuramente, con una gamma modelli che rappresenta la quintessenza della qualità coreana , ma anche dal servizio, dalle attenzioni che vogliamo dedicar e al cliente in tutta la durata del possesso. Noi italiani siamo attenti al design ed allo stile e sicuramente con Genesis abbiamo molto da raccontare loro. Una gamma di prodotti che si distingue per personalità e che appaga nell’uso quotidiano. Una grande attenzione al dettaglio e innovazioni che elevano concretamentel’esperienza d’ uso”. ha dichiarato Francesco Calcara, Presidente & CEO Genesis Italia.
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Veicoli fuori uso, nuova legge sulla cancellazione dal PRA
(Adnkronos) - Svolta normativa sul fronte dei veicoli fuori uso e dell’abbandono stradale. Il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva la legge che disciplina la cancellazione dal Pubblico Registro Automobilistico (PRA) per i veicoli fuori uso, introducendo procedure più chiare ed efficaci anche nei casi in cui i mezzi siano gravati da fermo amministrativo. Il provvedimento, atteso da anni dagli operatori del settore e dalle amministrazioni locali, fornisce nuovi strumenti per affrontare un fenomeno che continua a generare degrado urbano, rischi ambientali e costi a carico della collettività. La normativa consente infatti di procedere alla cancellazione dal PRA e alla rottamazione dei veicoli abbandonati anche in presenza di fermo amministrativo, superando uno dei principali ostacoli che finora aveva rallentato o impedito le operazioni di rimozione e smaltimento. Una valutazione positiva arriva sicuramente da Confcommercio Mobilità che sottolinea come la legge rafforzi il ruolo operativo dei Comuni e degli enti proprietari delle strade. «
Confcommercio Mobilità ha recentemente visto l’adesione di ADQ alla nostra Federazione di settore: un passaggio importante che completa la filiera della mobilità che rappresentiamo», dichiara il Presidente di Confcommercio Mobilità, Simonpaolo Buongiardino. «ADQ, con il Presidente Ruggiero Delvecchio, ha dimostrato fin da subito capacità di affrontare in modo energico e concreto le problematiche del comparto. È una conquista per loro e quindi anche per noi: ma è un risultato che porta benefici anche agli automobilisti e alle amministrazioni pubbliche, perché aiuta a liberare le strade da veicoli abbandonati e contribuisce al decoro urbano».
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DPI e salute sul lavoro: il ruolo delle aziende nella prevenzione attiva
(Adnkronos) - In collaborazione con: Pegaso La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro rappresenta oggi una delle sfide più complesse e al contempo fondamentali per il tessuto produttivo moderno. Non si tratta più soltanto di ottemperare a una serie di obblighi burocratici o di fornire attrezzature standardizzate, bensì di implementare una vera e propria cultura della prevenzione che permei ogni livello dell'organizzazione aziendale. In questo scenario, i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) assumono un ruolo centrale, trasformandosi da semplici oggetti di vestiario o equipaggiamento a strumenti sofisticati di salvaguardia della vita umana. L'evoluzione normativa e tecnologica ha spinto le aziende a riconsiderare il proprio approccio, passando da una visione reattiva, che interveniva solo a seguito di incidenti o prescrizioni, a una visione proattiva e integrata. La prevenzione attiva richiede un impegno costante nell'analisi dei rischi, nella formazione del personale e nella selezione accurata delle tecnologie più idonee a mitigare i pericoli specifici di ogni mansione. Questo approfondimento si propone di esplorare in profondità le dinamiche che legano l'utilizzo dei DPI alla salute occupazionale, analizzando le responsabilità datoriali, le procedure di gestione e le prospettive future di un settore in continua evoluzione, dove il benessere del lavoratore diventa il vero motore della produttività e della sostenibilità d'impresa. La sicurezza sul lavoro si fonda su un articolato sistema normativo che stabilisce criteri rigorosi per l'identificazione dei rischi e la selezione degli strumenti di protezione più appropriati.
Questo quadro legislativo rappresenta il pilastro su cui le aziende costruiscono le proprie strategie preventive, definendo obblighi e responsabilità precise per tutti gli attori coinvolti. Il panorama legislativo in materia di sicurezza sul lavoro è vasto e articolato, concepito per creare un ambiente in cui il rischio sia ridotto al minimo tecnicamente possibile. Al vertice di questa piramide di responsabilità si colloca il datore di lavoro, figura chiave su cui ricade l'onere non solo formale ma sostanziale di garantire l'incolumità dei propri dipendenti.
Le normative attuali impongono un approccio analitico che parte dalla valutazione dei rischi presenti in azienda. Non è sufficiente acquistare dei dispositivi di protezione generici. È necessario che ogni scelta sia il frutto di un'analisi dettagliata delle minacce specifiche che non possono essere evitate o sufficientemente limitate con mezzi di protezione collettiva o con misure organizzative. Il legislatore ha voluto sottolineare che il DPI deve essere considerato l'ultima barriera, da impiegare quando ogni altro intervento tecnico o procedurale si sia rivelato insufficiente. In questo contesto, il datore di lavoro ha il dovere di aggiornare costantemente il documento di valutazione dei rischi, assicurandosi che i dispositivi forniti siano adeguati alle condizioni esistenti sul luogo di lavoro, ergonomici e compatibili con le esigenze di salute del lavoratore. La mancata osservanza di questi principi non comporta solo sanzioni amministrative o penali, ma mina alla base il patto di fiducia tra azienda e lavoratori, esponendo l'organizzazione a gravi ripercussioni reputazionali e operative. La corretta individuazione del Dispositivo di Protezione Individuale passa inevitabilmente attraverso una rigorosa classificazione dei rischi. Le normative tecniche suddividono i DPI in diverse categorie, graduate in base alla gravità del danno fisico che il dispositivo è chiamato a prevenire. Si spazia dalla prima categoria, destinata a rischi minori e di lieve entità che possono essere percepiti tempestivamente dall'utilizzatore, fino alla terza categoria, che comprende i dispositivi complessi destinati a proteggere da rischi che possono causare conseguenze molto gravi, come la morte o danni irreversibili alla salute. Questa distinzione non è puramente accademica ma guida l'intero processo di approvvigionamento aziendale. Selezionare il dispositivo corretto significa analizzare non solo la tipologia di pericolo, sia esso chimico, meccanico, biologico o acustico, ma anche l'intensità e la durata dell'esposizione. Un errore in questa fase può rendere vana l'intera strategia di prevenzione. Ad esempio, fornire una protezione respiratoria non adeguata alla concentrazione di inquinanti presenti nell'aria può creare un falso senso di sicurezza nel lavoratore, esponendolo a rischi ancora maggiori. Le aziende devono quindi avvalersi di competenze tecniche specifiche, spesso supportate dal Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, per incrociare i dati ambientali con le specifiche tecniche dei prodotti disponibili sul mercato, garantendo che ogni DPI offra il livello di attenuazione del rischio richiesto dalla legge e dalla scienza medica. Il valore della certificazione e della conformità agli standard europei In un mercato globale in cui la circolazione delle merci è rapida e talvolta poco controllata, la verifica della conformità tecnica dei DPI assume un'importanza vitale.
La marcatura CE non è un semplice logo da apporre sulla confezione, ma rappresenta l'attestazione che il prodotto soddisfa i requisiti essenziali di salute e sicurezza stabiliti dalle direttive e dai regolamenti dell'Unione Europea. Per i dispositivi di seconda e terza categoria, questa conformità deve essere validata da un organismo notificato indipendente, che sottopone il prodotto a test di laboratorio rigorosi per verificarne la resistenza, la durata e l'efficacia protettiva. Le aziende hanno il dovere di vigilare affinché i dispositivi introdotti in azienda siano accompagnati dalla corretta documentazione, inclusa la dichiarazione di conformità e le istruzioni d'uso nella lingua dell'utilizzatore. L'utilizzo di dispositivi non certificati o contraffatti rappresenta una delle insidie più pericolose per la sicurezza sul lavoro. Spesso tali prodotti, pur apparendo simili agli originali, sono realizzati con materiali scadenti che non garantiscono alcuna protezione reale in caso di incidente. La politica aziendale di acquisto deve quindi privilegiare fornitori affidabili e canali ufficiali, rifiutando logiche di mero risparmio economico che potrebbero tradursi in costi umani incalcolabili. La conformità agli standard è la prima garanzia di funzionalità e rappresenta l'unico scudo legale e morale valido in caso di contestazioni o infortuni. Acquisire dispositivi di protezione rappresenta solo il punto di partenza di un percorso ben più articolato. L'efficacia della sicurezza dipende da un ciclo virtuoso che integra formazione costante, manutenzione accurata e verifiche periodiche, coinvolgendo attivamente ogni figura professionale presente nell'organizzazione aziendale. Possedere il miglior dispositivo di protezione sul mercato è del tutto inutile se il lavoratore non è in grado di utilizzarlo correttamente.
La formazione e l'addestramento rappresentano il ponte che collega la tecnologia all'uomo.
Non si tratta semplicemente di illustrare come indossare un casco o un'imbracatura, ma di trasferire la consapevolezza del perché quel gesto è necessario. I percorsi formativi devono essere specifici per la mansione svolta e devono includere prove pratiche che simulino le condizioni reali di utilizzo. Un addestramento efficace abbatte la resistenza psicologica all'uso del DPI, spesso visto come un impedimento o un fastidio, trasformandolo in uno strumento familiare e indispensabile. Durante le sessioni formative è essenziale spiegare anche i limiti del dispositivo. Il lavoratore deve sapere fino a che punto è protetto e quali comportamenti potrebbero compromettere l'efficacia della protezione stessa. Ad esempio, l'uso combinato di occhiali e cuffie antirumore potrebbe ridurre l'aderenza di queste ultime e quindi la loro capacità di isolamento acustico.
I formatori devono essere qualificati e capaci di comunicare in modo chiaro ed empatico, superando le barriere linguistiche o culturali che spesso caratterizzano la forza lavoro moderna. La formazione non è un evento una tantum, ma un processo continuo di aggiornamento e richiamo, necessario per mantenere alta l'attenzione e correggere eventuali cattive abitudini che tendono a consolidarsi col tempo. I DPI sono soggetti a usura, invecchiamento e deterioramento, fattori che possono ridurne drasticamente le capacità protettive senza che ciò sia immediatamente visibile a occhio nudo. Per questo motivo, le aziende devono implementare rigorosi piani di manutenzione e revisione. Ogni dispositivo ha una sua "vita utile" indicata dal fabbricante, ma questa può essere accorciata da condizioni d'uso gravose, esposizione a agenti chimici o cattiva conservazione. È necessario istituire un registro di controllo dove annotare le date di consegna, le ispezioni periodiche e le eventuali riparazioni effettuate. La gestione dei dispositivi di terza categoria, come quelli per la protezione dalle cadute dall'alto, richiede un'attenzione ancora maggiore e controlli annuali obbligatori da parte di personale competente. In questo ambito è importante scegliere aziende certificate che offrono anche servizi di consulenza e revisione dei DPI sicure, come il leader di settore Pegaso Anticaduta, in questo modo è possibile prevenire il degrado invisibile dei materiali e garantire che ogni singolo componente del sistema di sicurezza mantenga inalterate le sue prestazioni originali. Una gestione oculata prevede anche la sostituzione preventiva dei dispositivi che mostrano segni di cedimento o che hanno superato la data di scadenza, evitando di esporre il lavoratore al rischio di un fallimento strutturale del DPI nel momento del bisogno. La sicurezza è un concetto partecipativo che non può essere imposto solo dall'alto. Il lavoratore è la prima sentinella della propria incolumità e di quella dei colleghi. È fondamentale instaurare un clima aziendale in cui la segnalazione di un difetto o di un malfunzionamento del DPI non venga vista come una lamentela, ma come un contributo prezioso al sistema di prevenzione. I lavoratori devono essere incoraggiati a ispezionare visivamente i propri dispositivi prima di ogni utilizzo, verificando l'integrità delle cuciture, la pulizia delle lenti o lo stato delle batterie nei dispositivi elettronici. L'obbligo di cura dei DPI consegnati è sancito dalla legge, ma la sua applicazione pratica dipende dalla cultura aziendale. Un lavoratore responsabilizzato non abbandonerà il proprio equipaggiamento in luoghi non idonei, non lo modificherà arbitrariamente e ne segnalerà tempestivamente la necessità di sostituzione. Le procedure aziendali devono facilitare questo flusso di informazioni, prevedendo canali rapidi per la richiesta di nuovi dispositivi o per la segnalazione di anomalie. Quando il lavoratore si sente parte attiva del processo di sicurezza, l'aderenza alle regole aumenta spontaneamente e il livello complessivo di rischio diminuisce, creando un ambiente di lavoro più sereno e collaborativo. La rivoluzione digitale sta trasformando radicalmente il settore della sicurezza sul lavoro. I dispositivi intelligenti e i nuovi modelli organizzativi stanno spostando il paradigma dalla protezione passiva a sistemi avanzati di monitoraggio in tempo reale, aprendo scenari inediti nella prevenzione degli infortuni e nella tutela della salute dei lavoratori. Il futuro della sicurezza sul lavoro è strettamente legato all'avvento dei cosiddetti "Smart DPI". La tecnologia indossabile sta aprendo scenari fino a pochi anni fa impensabili, integrando sensori e moduli di comunicazione direttamente nell'equipaggiamento di protezione. Caschi dotati di sensori di impatto, gilet in grado di monitorare i parametri vitali o scarpe che segnalano la presenza di uomo a terra sono solo alcuni esempi di come l'innovazione stia trasformando il settore. Questi dispositivi non si limitano a proteggere in caso di incidente, ma agiscono preventivamente fornendo dati in tempo reale sullo stato di salute del lavoratore e sulle condizioni ambientali. L'integrazione con l'Internet of Things (IoT) permette di creare una rete di sicurezza che avvisa la centrale operativa in caso di ingresso in zone interdette o di esposizione a livelli pericolosi di gas tossici. Tuttavia, l'adozione di queste tecnologie pone nuove sfide in termini di privacy e gestione dei dati, che le aziende devono affrontare con trasparenza e nel rispetto delle normative. Nonostante queste complessità, il vantaggio in termini di tempi di reazione ai soccorsi e di prevenzione delle malattie professionali è innegabile.
La tecnologia diventa così un alleato invisibile ma onnipresente, capace di elevare gli standard di sicurezza a livelli di eccellenza. L'ambiente di lavoro moderno è un organismo in continua mutazione, soggetto a cambiamenti nei processi produttivi, nei layout aziendali e nelle sostanze utilizzate. Di conseguenza, la valutazione dei rischi non può essere un documento statico, redatto una volta e dimenticato in un cassetto. Un approccio di prevenzione attiva richiede una revisione dinamica e continua delle strategie di protezione.
L'introduzione di un nuovo macchinario, la modifica di una turnazione o l'emergere di nuovi rischi epidemiologici impongono una ri-valutazione immediata dell'adeguatezza dei DPI in uso. Le aziende più virtuose adottano sistemi di gestione della sicurezza che prevedono audit regolari e il coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori per identificare i nuovi pericoli emergenti. Questo processo ciclico assicura che i dispositivi forniti siano sempre allineati alle reali esigenze operative. Inoltre, l'analisi degli incidenti mancati, i cosiddetti "near miss", fornisce dati preziosi per correggere il tiro prima che si verifichi un infortunio reale.
Aggiornare la valutazione dei rischi significa anche restare al passo con l'evoluzione del mercato dei DPI, valutando periodicamente se esistono nuove soluzioni tecniche in grado di offrire una protezione superiore o un maggiore comfort, fattore quest'ultimo determinante per garantire l'uso continuativo del dispositivo. Investire in DPI di alta qualità e in una gestione attenta della sicurezza non deve essere visto come un costo, bensì come un investimento strategico ad alto rendimento.
I dati statistici dimostrano inequivocabilmente che le aziende con elevati standard di sicurezza registrano una minore incidenza di infortuni e malattie professionali, con una conseguente riduzione dei costi legati all'assenteismo, ai premi assicurativi e alle interruzioni della produzione. Oltre ai benefici economici diretti, vi è un impatto positivo intangibile ma potente sul clima aziendale. Lavorare in un ambiente percepito come sicuro aumenta la motivazione, la concentrazione e il senso di appartenenza dei dipendenti.
La reputazione aziendale ne esce rafforzata, attirando talenti migliori e consolidando la fiducia di clienti e partner commerciali che sono sempre più attenti alle tematiche etiche e sociali. Una strategia di prevenzione attiva trasforma la sicurezza da obbligo legale a valore competitivo. Le aziende che comprendono questa dinamica non si limitano a distribuire scarpe e caschi, ma costruiscono un ecosistema di benessere che protegge il capitale umano, la risorsa più preziosa di qualsiasi organizzazione, garantendo la sostenibilità del business nel lungo periodo. L'analisi condotta evidenzia come il tema dei Dispositivi di Protezione Individuale e della salute sul lavoro sia ben lontano dall'essere una semplice questione di conformità burocratica. Si tratta, al contrario, di un sistema complesso e interconnesso dove la tecnologia, la normativa e il fattore umano devono dialogare costantemente. Il ruolo delle aziende è determinante: non possono limitarsi a essere meri fornitori di attrezzature, ma devono evolversi in garanti attivi della sicurezza, promotori di formazione e pionieri nell'adozione di nuove tecnologie protettive. La prevenzione attiva richiede visione, costanza e risorse, ma restituisce valore sotto forma di vite preservate, salute tutelata e maggiore efficienza operativa. In un mondo del lavoro che cambia rapidamente, la capacità di anticipare i rischi e di gestire la sicurezza con intelligenza e partecipazione rappresenta l'unica via percorribile per costruire un futuro in cui il lavoro sia sinonimo di dignità e realizzazione, mai di pericolo. Solo attraverso una collaborazione stretta tra datori di lavoro, lavoratori e istituzioni sarà possibile raggiungere l'obiettivo "zero infortuni", trasformando la sicurezza in un patrimonio culturale condiviso e irrinunciabile.
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Honor: espansione globale trainata dall'AI e dal posizionamento premium nel 2025
(Adnkronos) - Nel panorama competitivo degli smartphone, Honor emerge come uno degli attori a più rapida crescita a livello globale. L'analisi di Omdia rivela che nei primi tre trimestri del 2025, le spedizioni internazionali del brand hanno registrato un incremento del 55% su base annua, il tasso più elevato tra i primi dieci produttori mondiali. Questa espansione segna un punto di svolta strategico: se nel 2021 le vendite fuori dalla Cina rappresentavano meno del 10% del totale, entro il terzo trimestre 2025 questa quota ha quasi raggiunto il 50%, consacrando l'internazionalizzazione come pilastro centrale della strategia aziendale. L'accelerazione di HONOR si fonda su un posizionamento mirato al segmento di fascia medio-alta, in particolare nella fascia di prezzo 300-499 dollari, che ha rappresentato il 23% delle spedizioni internazionali nel 2025. Questa scelta consente di differenziarsi in mercati spesso dominati da prodotti entry-level a basso margine. La strategia commerciale si articola su più fronti:
Canali: rafforzamento dei negozi monomarca e partnership con operatori chiave.
Prodotto: sviluppo basato sulle esigenze locali, con enfasi su autonomia, robustezza e affidabilità.
Marketing e AI: valorizzazione delle funzionalità di Intelligenza Artificiale non solo attraverso i media, ma anche tramite dimostrazioni in-store che accelerano l'adozione da parte dei consumatori. L'operatività nell'ecosistema Google impone una differenziazione tramite esperienze AI localizzate. La crescita di HONOR è sostenuta da una strategia geograficamente diversificata:
Europa: si conferma il fulcro per il posizionamento verso la fascia alta, con leadership in mercati chiave dell'Europa occidentale e un'espansione costante in Europa centrale e orientale.
America Latina: contribuisce maggiormente in termini di volumi grazie a solide partnership con operatori e una presenza consolidata in Messico e America Centrale. I Mondiali FIFA 2026 rappresentano un'ulteriore spinta alla domanda.
Medio Oriente e Africa: nuovo motore di crescita, favorito da un elevato potere d'acquisto e dalla domanda di dispositivi di fascia medio-alta, con particolare attenzione ai mercati GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo).
Sud-Est asiatico: la "prossima frontiera" di sviluppo, con investimenti in produzione locale (Indonesia) e rafforzamento dei servizi post-vendita (Malesia). L'aumento dei prezzi delle memorie NAND e DRAM può influenzare i costi e la disponibilità, limitando il potere negoziale del brand rispetto ai competitor con ecosistemi produttivi più maturi. L'intelligenza artificiale, pur essendo un elemento chiave, richiede una monetizzazione sostenibile che vada oltre l'hardware. I mercati emergenti, sensibili ai costi, necessitano di una localizzazione ancora più spinta. Honor ha avviato iniziative di produzione locale in Paesi come Indonesia e Bangladesh, ma la capacità locale resta limitata rispetto ai competitor. Il potenziale di crescita a medio termine di Honor si concentrerà sullo sviluppo di mercati emergenti non ancora saturi e su una monetizzazione più efficace del posizionamento premium consolidato, attraverso servizi basati sull'AI e l'espansione dell'ecosistema digitale.
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