L'Europa "tassa la pipì", ecco la direttiva Ue che agita Big Pharma
(Adnkronos) - L'ultima tassa dell'Europa? E' "una tassa sulla pipì". Cos'è. L'ha bollata così Lucia Aleotti, azionista e membro del board dell'azienda farmaceutica Menarini, riferendosi nel corso di un incontro alla Camera di Commercio di Firenze alla direttiva Ue 2024/3019 sulle acque reflue urbane (Uwwtd, Urban Waste Water Treatment Directive). "Vuol dire che, quando le persone assumono un farmaco, traccia di questo farmaco si trova nelle urine, va poi nelle acque reflue e allora è fatto obbligo per le aziende di depurare tutti i fiumi d'Europa. Dall'altra parte ci sono delle autorità che dicono che non registreranno un farmaco se questo farmaco si accumula nell'organismo", ha riassunto Aleotti, citando un dato su tutti: la cifra stimata dalla Farmindustria tedesca su quanto devono pagare le aziende per dare corso agli obblighi previsti nella normativa, ossia 12 miliardi di euro l'anno. "Se si immagina che l'intero sviluppo di un nuovo farmaco costa 1,2 miliardi di euro, si tratta di 10 nuovi farmaci che non verranno sviluppati dalle imprese ogni anno - ha fatto notare Aleotti - Questo è fare politica anti-industriale, non politica industriale". Ma la sua non è la prima e unica voce critica che si leva dal mondo Pharma al riguardo: è di fine gennaio la presa di posizione di Farmindustria ed Egualia, le due associazioni che in Italia rappresentano le aziende del settore, la prima le imprese farmaceutiche e la seconda l'industria dei farmaci generici equivalenti, dei biosimilari e delle Value Added Medicines. In una nota congiunta, diffusa al termine dell'audizione in Commissione Politiche dell'Unione europea del Senato sulla legge di delegazione europea 2025, entrambe queste realtà avevano espresso "forte preoccupazione" per l'impatto economico e industriale della direttiva Ue in vigore da gennaio 2025, che - hanno osservato Farmindustria ed Egualia - rende "insostenibili le norme di trattamento delle acque reflue per la rimozione dei microinquinanti". Nella nota si parla di un "aumento strutturale dei costi operativi del 30% rispetto al 2021". La richiesta avanzata in quell'occasione era di "risolvere le criticità contenute nel sistema Epr (responsabilità estesa del produttore)". Ma cosa impone la direttiva e perché sta provocando non pochi mal di pancia al settore? La chiave di tutto è proprio nel principio della responsabilità estesa del produttore - Epr, introdotto dal provvedimento, che implica degli obblighi precisi per "coprire i costi aggiuntivi" legati ai trattamenti supplementari necessari per rimuovere le sostanze generate nel contesto della propria attività professionale. "I residui di prodotti farmaceutici e cosmetici rappresentano attualmente la fonte principale dei microinquinanti presenti nelle acque reflue urbane che richiedono un trattamento quaternario. La responsabilità estesa del produttore dovrebbe pertanto applicarsi a questi due gruppi di prodotti", è la logica seguita dalla direttiva, che all'articolo 9 precisa anche che le aziende farmaceutiche e cosmetiche si dovrebbero fare carico di "almeno l'80% dei costi totali di conformità agli obblighi imposti", compresi "i costi di investimento e operativi del trattamento quaternario delle acque reflue urbane per rimuovere i microinquinanti derivanti dai prodotti che essi immettono sul mercato e dai relativi residui e i costi del monitoraggio dei microinquinanti". Cos'è il trattamento quaternario? E' un trattamento aggiuntivo che si basa sull'uso di tecnologie avanzate per rimuovere un ampio spettro di microinquinanti, come i residui dei farmaci, ed evitare la dispersione di sostanze che potrebbero causare problemi agli organismi acquatici e aggravare il fenomeno dell'antibiotico-resistenza. Il principio che si applica è quello del "chi inquina paga". E si lega a un altro pilastro, come spiegato di recente in un focus sulla direttiva pubblicato dal 'Notiziario chimico farmaceutico' (Ncf): l'ecofarmacovigilanza (Epv), "disciplina cardine per identificare e prevenire gli effetti avversi dei medicinali nell’ambiente". Questa "analizza l'intero ciclo di vita del farmaco, dalle emissioni industriali allo smaltimento dei prodotti scaduti, fino alla via principale di dispersione, ovvero l'escrezione umana dei principi attivi dopo l'assunzione", da qui la 'tassa sulla pipì', come è stata ribattezzata provocatoriamente la direttiva Ue sulle acqque reflue urbane. Sempre in questo filone si inserisce anche un altro elemento, citato dalla stessa Aleotti: da settembre 2024, l'Agenzia europea del farmaco Ema ha rafforzato le linee guida sulla valutazione del rischio ambientale (Environmental Risk Assessment). "Questo significa che l'efficacia clinica non è più l'unico lasciapassare: un profilo ecotossicologico sfavorevole può ora influenzare pesantemente le autorizzazioni all’immissione in commercio", si evidenzia nel focus di Ncf. Le aziende discutono anche i dati su cui poggia la decisione Ue sul nuovo corso. A detta di Farmindustria ed Egualia, esistono delle evidenze che mostrano come la valutazione di impatto della Commissione abbia "sovrastimato l'impatto ambientale dei farmaci di 4 volte" e "sottostimato i costi (che sarebbero invece superiori dalle 5 alle 10 volte): gli oneri aggiuntivi costituirebbero una tassa da circa 10 miliardi di euro l'anno per le aziende in Europa, anziché gli 1,2 miliardi della valutazione di impatto, che graveranno su due settori soltanto, farmaceutico e cosmetico, rischiando di acuire il fenomeno delle carenze di medicinali, in contraddizione con altre iniziative della stessa Unione europea", era l'obiezione. Non a caso fra le richieste avanzate c'era anche quella di "sospendere l’applicazione della direttiva per consentire un nuovo impact assessment entro la deadline del 31 dicembre 2028 per l’entrata in vigore dello schema di Epr", oltre all'invito a tutelare l'accesso ai medicinali e la competitività dell'industria del settore e ad applicare le norme a tutti i produttori di sostanze microinquinanti, in vista dell'entrata in vigore nazionale della direttiva nella sua attuale versione.
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Nubi nere sopra Teheran, medici ambiente: "Rischio piogge acide e gas nocivi"
(Adnkronos) - Dopo gli attacchi di Israele contro gli impianti e i depositi di petrolio in diverse aree, la capitale dell'Iran brucia con enormi incendi. Le immagini di Teheran con il cielo oscurato e la polvere che cade dal cielo fanno presagire anche un disastro ambientale. A fare il punto per l'Adnkronos Salute è la Sima, Società italiana di medicina ambientale. Quando bruciano grandi depositi di petrolio, è vero che si possono formare piogge acide? "Sì, in parte. La combustione di grandi quantità di petrolio libera nell'atmosfera anidride solforosa, ossidi di azoto e particolato. Questi gas reagiscono con il vapore acqueo formando acidi solforico e nitrico, che possono contribuire alla cosiddetta deposizione acida (pioggia acida). Tuttavia, l'effetto più immediato per la salute non è la pioggia in sé, ma l'inalazione del fumo e degli inquinanti atmosferici", risponde Alessandro Miani, presidente Sima. Quali sostanze sono presenti nelle nubi nere prodotte dagli incendi di petrolio? Secondo la Sima, "le nubi generate da questi incendi contengono particolato fine (Pm2.5), fuliggine, anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio e composti organici volatili, oltre a idrocarburi policiclici aromatici. Si tratta di inquinanti riconosciuti dalla letteratura scientifica come irritanti respiratori e potenzialmente tossici". Secondo Miani, "i rischi principali sono irritazione di occhi e vie respiratorie, tosse, difficoltà respiratoria e peggioramento di patologie come asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva. L'esposizione a particolato fine e gas irritanti può inoltre aumentare il rischio cardiovascolare, soprattutto nelle persone vulnerabili". E' già successo qualcosa di simile nella storia recente? "Sì. Un precedente documentato è rappresentato dagli incendi dei pozzi petroliferi del Kuwait nel 1991, durante la Guerra del Golfo. Oltre 600 pozzi furono incendiati e per mesi grandi quantità di fuliggine, SO2 e particolato si dispersero nell'atmosfera, generando uno dei più grandi episodi di inquinamento atmosferico da combustione di petrolio mai registrati", ricorda il presidente Sima. In situazioni di questo tipo cosa è raccomandato fare per ridurre i rischi sanitari? "Le misure di salute pubblica raccomandate - suggerisce - sono ridurre l’esposizione al fumo, rimanere in ambienti chiusi quando possibile, limitare l'attività fisica all'aperto e utilizzare filtrazione dell'aria o mascherine filtranti (Ffp2/N95) se è necessario uscire. L'obiettivo principale è ridurre l'inalazione del particolato e dei gas irritanti". Se questi incendi continuassero a lungo, potrebbero avere effetti anche in Europa? "In linea teorica gli aerosol e le particelle fini possono essere trasportati per lunghe distanze dalle correnti atmosferiche, come dimostrato da numerosi studi sul trasporto transfrontaliero degli inquinanti. Tuttavia - riflette Miani - perché si verifichi un impatto sanitario significativo in Europa servirebbero incendi molto estesi e persistenti e condizioni meteorologiche favorevoli al trasporto, elementi che devono essere valutati tramite modelli atmosferici e monitoraggi in tempo reale". Qual è quindi la conclusione scientifica? "Gli incendi di grandi depositi di petrolio rappresentano un serio problema ambientale e sanitario locale, legato soprattutto alla nube di fumo e agli inquinanti respirabili. La formazione di deposizione acida è possibile, ma il rischio principale per la popolazione resta l'esposizione agli inquinanti atmosferici generati dalla combustione del petrolio", conclude il presidente della Sima.
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Iran, Sapelli: "Ora effetti su petrolio e gas ma bomba a orologeria è boom prezzi beni alimentari"
(Adnkronos) - "L'effetto immediato" della guerra tra Iran e Israele-Usa "che stiamo vedendo tutti in questi giorni è legato all'aumento dei prezzi dei combustibili fossili, del petrolio, del gnl e del gas. Questa è una cosa che vediamo subito e che i governi di tutto il mondo stanno cercando di affrontare. Ma il rischio è che sia poi una conseguenza che immediatamente non è rilevata, ma che apparirà più nel lungo periodo con il perdurare della limitazione delle navi che possono navigare nello stretto di Hormuz. Dallo Stretto passa gran parte del materiale minerario, diretto verso l'Asia, che serve per fare i fertilizzanti e tutto quello che serve per l'agricoltura. Con un gran rallentamento o un blocco di questi trasporti rischiamo di avere un aumento dei costi delle materie prime, soprattutto dell'agroindustria. Di conseguenza un aumento dei prezzi dei beni alimentari. E' una bomba a orologeria che rischia di scoppiare tra pochi mesi colpendo in modo molto forte le famiglie". E' l'allarme che, intervistato da Adnkronos/Labitalia, lancia Giulio Sapelli, economista, storico e dirigente d'azienda italiano, sulle possibili conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente. E a rischiare un brusco aumento dei prezzi a causa delle limitazioni nello Stretto di Hormuz, sottolinea Sapelli, non sono solo i beni alimentari. "Pensiamo alle plastiche, o anche a tutte le infrastrutture che hanno delle molecole che vengono soprattutto prodotte utilizzando o il petrolio o altri minerali che provengono da quelle rotte", aggiunge. E sulla possibilità allo studio del governo italiano di agire sulle accise dei carburanti Sapelli è secco. "Intervenire sulle accise? Si va bene, ma è un palliativo. Si deve lavorare con la diplomazia per fare finire la guerra o comunque sperare che il regime di Teheran cada e il conflitto termini", sottolinea. Secondo Sapelli, non basta "agire in casa propria con le accise, che si può anche fare, perchè abbiamo unificato l'economia, abbiamo centralizzato il capitalismo, le filiere produttive sono ormai internazionali". "Quindi bisogna operare diplomaticamente -aggiunge Sapelli- perché la guerra finisca, quindi sperare che l'attacco, che è anche sacrosanto, fatto da Israele e dagli Stati Uniti contro un regime che aveva la bomba atomica, fanatico e che era un pericolo per tutto il Medio Oriente, porti alla fine del regime", aggiunge. A livello diplomatico, secondo Sapelli, "è molto importante che la Cina stia ancora, 'distante', a differenza dei russi che si sono impegnati in modo chiaro al sostegno dell'Iran. I cinesi sono anche guardinghi e tutti i paesi del Golfo sanno che non devono colpire troppo la Cina perché vedono che la Cina potrebbe avere una funzione di acceleratore della disgregazione dell'Iran". "Quindi bisogna agire intelligentemente, non facendo propaganda, ma facendo politica", aggiunge. Dubbi da parte di Sapelli sul possibile ruolo dell'Ue. "L'Ue ormai non fa più politica da anni. La guerra contro l'Iran un'occasione per un nuovo ruolo dell'Ue anche a livello diplomatico? Certamente, ma bisogna avere del cervello. E invece in Europa ognuno fa per il suo conto. Basta vedere le iniziative di Macron, vengono fuori i vecchi nazionalismi. Anche l'illusione di armarsi: per avere un esercito europeo bisogna avere una strategia, una mentalità. E' molto più utile e intelligente a rafforzare la Nato adesso, è immediato. Ma purtroppo, invece, c'è una crisi dei governi ma anche dei tecnocrati e di chi viene mandato al Parlamento europeo. Quindi è molto difficile, anche in mancanza di una generazione di statisti, fare qualcosa", conclude. (di Fabio Paluccio)
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Klaro: Andrea Mignanelli diventa presidente
(Adnkronos) - Andrea Mignanelli, manager con una trentennale esperienza nei servizi per il credito, assume la presidenza di Klaro, la piattaforma che facilita l'accesso ai finanziamenti e migliora la gestione della liquidità delle piccole imprese italiane grazie all’Intelligenza artificiale. Andrea Mignanelli vanta un’importante carriera nel settore, prima in McKinsey, poi come fondatore di Jupiter, e quindi dal 2019 al 2024 è stato amministratore delegato del Gruppo Cerved. Klaro è una piattaforma che, grazie a collegamenti sicuri con conti bancari, cassetto fiscale e altre fonti ufficiali (Agenzia delle Entrate e Riscossione, Camera di commercio, Inps, etc), velocizza la richiesta di finanziamenti attraverso la raccolta di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria creditizia, generando il Klaro profile, e migliora la gestione della liquidità delle piccole imprese attraverso un unico cruscotto. Il Klaro profile è un set documentale standard, certificato e sempre aggiornato che consente a banche e intermediari di effettuare istruttorie sicure in pochi minuti, invece che in settimane. Questo risponde alla necessità di fare incontrare domanda e offerta di credito nel contesto italiano in cui, nonostante l’ottima infrastruttura dati sulle imprese, i prestiti bancari alle piccole società sono calati del 40% dal 2014 al 2025. "Sono entusiasta - dichiara Andrea Mignanelli - di questa nuova avventura. In Klaro ho trovato le risposte ai due principali problemi che da anni affliggono gli imprenditori italiani: difficile accesso al credito e gestione amministrativa complicata. La nostra missione è aiutare gli imprenditori a valorizzare al meglio la propria azienda e ottimizzare le risorse finanziarie. Combinando l'avanzata infrastruttura dati del Paese con la tecnologia AI specialistica di Klaro, facciamo la differenza nel rapporto tra impresa e filiera del credito".
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Lavoro, le competenze? Scadono ogni 2 anni: adaptability e upskilling leve per restare competitivi
(Adnkronos) - Adaptability e upskilling. Sono queste le due parole chiave che descrivono il mercato del lavoro di oggi. Dopo un biennio dominato dal dibattito sulle potenzialità delle nuove tecnologie, il 2026 si accinge a diventare l’anno della concretezza. Tutti i discorsi sull’intelligenza artificiale, sull’innovazione green e sull’industria 5.0 hanno smesso di essere proiezioni future e stanno diventando, sempre di più, realtà all’interno dei processi aziendali che non possiamo più ignorare. Questo cambio di paradigma si traduce, ovviamente, anche in una ricerca sempre più insistente di profili altamente qualificati e con competenze ibride, ovvero professionisti che, insieme alle hard skills, abbiano una visione di insieme per muoversi in contesti sempre più complessi. Competenze con una data di scadenza: il nuovo mercato del lavoro è sempre più dinamico. La velocità dell’innovazione ha ridotto drasticamente la vita delle hard skill. Secondo le ultime analisi di agap2 - multinazionale di consulenza operativa specializzata nel mondo dell’ingegneria e dell’It - oggi le competenze tecniche hanno un ciclo di vita media di circa due anni prima di diventare obsolete. Non si tratta più, quindi, solo di imparare a usare nuovi strumenti, ma di abbracciare percorsi di formazione continui e dinamici per adattarsi a un ambiente in costante evoluzione e cambiamento. "Il 2026 - afferma Alessandro Rosati, Ceo di agap2 - rappresenta uno spartiacque: non basta più essere spettatori dell'innovazione, bisogna saperla gestire. La vera sfida nei prossimi mesi sarà trasformare la velocità del cambiamento in un asset strategico per anticipare le esigenze di mercato e fornire risposte concrete, precise e tempestive. La capacità di disimparare e imparare di nuovo diventa il vero vantaggio competitivo per i candidati, ma anche per le aziende. Oggi nessun professionista può limitarsi ad essere un semplice esecutore, ma deve essere un artefice del cambiamento con competenze in perenne aggiornamento per poter colmare il gap che si apre tra l’innovazione tecnologica che corre velocissima e le necessità di sviluppo del business”. Maquali saranno i professionisti più richiesti nel 2026? Ecco il quadro tracciato da agap2. -Energy manager e sustainability engineer: in vista dei traguardi del Green Deal, queste figure evolvono da semplici consulenti ad architetti della transizione. Non si limitano all'efficientamento energetico, ma riprogettano l'intero ciclo di vita del prodotto secondo i principi dell'economia circolare, integrando fonti rinnovabili e tecnologie di cattura della Co2 per garantire la resilienza operativa e il rispetto dei nuovi standard Esg. -Ingegnere dell’automazione 5.0: il 2026 segna il passaggio definitivo dall'automazione rigida a quella collaborativa e cognitiva. Questo professionista progetta ecosistemi dove robotica avanzata e operatori umani interagiscono in sinergia (Cobot), sfruttando il Cloud Manufacturing e l'Edge Computing per creare linee produttive iper-flessibili, capaci di auto-ottimizzarsi in tempo reale grazie ai dati di fabbrica. -AI implementation specialist (o AI architect): è l'anello di congiunzione tra la data science e il business concreto. Il suo compito non è la creazione di codici grezzi, ma l'integrazione strategica di AI generativa e modelli predittivi nei workflow aziendali. Agisce come un traduttore tecnologico che adatta i modelli linguistici e gli algoritmi di machine learning per automatizzare decisioni complesse e personalizzare l'esperienza del cliente su scala industriale. -Cybersecurity governance consultant: con l'adozione della normativa Nis2 e del Cyber Resilience Act, la sicurezza diventa una questione di processo e non solo di difesa tecnica. Questo consulente gestisce la sicurezza dell'intera supply chain, trasformando la protezione dei dati in un asset competitivo. Coordina la gestione del rischio, la compliance normativa e la resilienza infrastrutturale per prevenire minacce sistemiche in un mondo sempre più interconnesso. -Data engineer: è l'architetto che costruisce le fondamenta del patrimonio informativo aziendale; progetta pipeline di dati scalabili e sicure che alimentano l'intelligenza artificiale in tempo reale. Il suo ruolo è cruciale per garantire la data quality e l'interoperabilità tra database eterogenei, trasformando flussi di dati grezzi in infrastrutture pronte per l'analisi strategica e il decision-making automatizzato.
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Floky, vibrazioni padel azzerati con manicotto biomeccanico su tessuto
(Adnkronos) - Floky, pmi innovativa bresciana, è la prima azienda al mondo ad aver creato un manicotto biomeccanico su tessuto che riduce del 30% le vibrazioni sul braccio generate dall’impatto della racchetta con la pallina giocando a padel. La sua prima ricerca scientifica mai realizzata sul padel segna un nuovo standard per l’innovazione sportiva data-driven. Grazie a questo approccio, negli ultimi tre anni il fatturato dell’azienda è cresciuto di dieci volte, passando da 700 mila euro nel 2023 a 7 milioni nel 2025, con una presenza commerciale in oltre 55 Paesi nel mondo In effetti il padel è uno degli sport più praticati e in più rapida espansione al mondo: 1,5 milioni di giocatori in Italia, 20 milioni in Europa e 35 milioni a livello globale, ma alla crescita dei praticanti si accompagna però un aumento degli infortuni da sovraccarico dell’arto superiore: polso, gomito e spalla sono le aree più colpite, con epicondilite e tendinopatie tra le problematiche più frequenti e una media di 2,75 infortuni ogni 1.000 ore di gioco. "Per noi - osserva Marco Coffinardi, fondatore e ceo di Floky - era fondamentale avere una validazione oggettiva. I nostri prodotti poggiano sempre su basi scientifiche solide che forniscono evidenze misurabili. Studiamo il problema, progettiamo la soluzione su basi biomeccaniche e solo dopo realizziamo il dispositivo. E' un approccio ingegneristico, non estetico. Cuore del modello è la tecnologia brevettata Floky, che trasforma il tessuto in un dispositivo attivo capace di intervenire su prevenzione, recupero e performance". "Il valore - aggiunge Roberto Nembrini, co-founder e cso di Floky - risiede nel beneficio reale che i nostri prodotti generano. Beneficio che non è una promessa astratta, ma un parametro verificabile. Prevenzione degli infortuni, supporto biomeccanico, recupero più efficiente e miglioramento della performance sono dimensioni che Floky misura e valida attraverso studi e test. Quello che promettiamo si avvera. Ed è proprio questo il nostro principale driver di crescita".
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Realme 16 Pro: rese pubbliche oggi le specifiche su design, materiali e prestazioni
(Adnkronos) - Realme ha reso pubbliche oggi le caratteristiche della serie 16 Pro, la lineup che punta a consolidare la presenza del brand attraverso l’integrazione di materiali innovativi e soluzioni ingegneristiche avanzate. Composta dai modelli realme 16 Pro+ e realme 16 Pro, la gamma si distingue per una ricerca estetica che prosegue la collaborazione storica con il designer giapponese Naoto Fukasawa. Il fulcro della nuova filosofia progettuale, definita "Urban Wild Design", si traduce nell'utilizzo di texture ispirate ad elementi naturali, integrate in un corpo macchina dallo spessore contenuto di 8,49 mm. Sotto il profilo dei materiali, la serie realme 16 Pro introduce l'impiego di silicone organico bio-based, un polimero derivato dalla paglia vegetale rinnovabile. Questa scelta non risponde solo a criteri di sostenibilità ambientale, ma offre vantaggi funzionali quali una maggiore resistenza all'usura, ai batteri e allo sporco, mantenendo una consistenza morbida al tatto. Dal punto di vista costruttivo, il profilo "All-Nature Curve" assicura una continuità fluida tra il display, il frame centrale e la scocca posteriore, ottimizzando l'ergonomia quotidiana del dispositivo. L'evoluzione tecnologica interessa in modo significativo il comparto fotografico. Il modello realme 16 Pro+ integra un sensore LumaColor da 200MP e un teleobiettivo periscopico con zoom ottico 3,5×, una caratteristica tecnica solitamente riservata ai dispositivi di fascia flagship. Il sistema è supportato da una suite di strumenti basati sull'intelligenza artificiale per l'editing e la composizione dei contenuti, automatizzando processi complessi di post-produzione visiva. Le funzionalità software supportate dall’intelligenza artificiale, come AI Edit Genie, AI Composition Master e AI Instant Clip, permettono agli utenti di migliorare e personalizzare facilmente i propri contenuti, offrendo strumenti rapidi per la creazione e la condivisione sui social. Le prestazioni hardware vedono il realme 16 Pro+ equipaggiato con la piattaforma Snapdragon 7 Gen 4 e memorie LPDDR5X, configurazione che permette di gestire frequenze di aggiornamento fino a 144Hz sul display HyperGlow 4D Curve+ da 6,8 pollici con risoluzione 1.5K. Particolarmente rilevante è l'autonomia: il modello superiore monta una batteria da 7000 mAh con ricarica rapida 80W SuperVOOC, mentre la versione Pro standard adotta un'unità da 6500 mAh con supporto al bypass charging, una tecnologia che riduce lo stress termico durante l'alimentazione diretta. In collaborazione con realme
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Dolore cronico e depressione, in donne associati anche nel 60% pazienti
(Adnkronos) - In Italia depressione, ansia e insonnia sono più frequenti nelle donne e rappresentano un fattore di rischio rilevante quando si associano al dolore cronico. La depressione interessa circa il 6% della popolazione adulta - con una prevalenza quasi doppia nelle donne – mentre l’insonnia riguarda il 15-20% delle persone. Quando queste condizioni si incrociano con il dolore cronico, le percentuali crescono in modo significativo. Un esempio emblematico è la fibromialgia, che colpisce circa il 2-3% della popolazione ed è diagnosticata prevalentemente nelle donne: in questo ambito la compresenza ansioso-depressiva arriva fino al 60% dei casi. Le evidenze più recenti indicano inoltre una relazione bidirezionale: il dolore cronico aumenta il rischio di sviluppare disturbi dell’umore, ma depressione, ansia e insonnia possono precedere l’esordio della fibromialgia, contribuire alla sua insorgenza e favorirne la cronicizzazione. È quanto emerso dal webinar formativo 'Ansia, depressione e insonnia nella donna: correlazioni con il dolore cronico e la fibromialgia', che si è svolto oggi a Milano. L'evento è stato organizzato dalla Società italiana di neuropsicofarmacologia e Fondazione Onda Ets, l’Osservatorio sulla salute della donna e di genere. L’incontro ha riunito psichiatri e reumatologi con l’obiettivo di superare la frammentazione dei percorsi di cura, con particolare attenzione alle differenze di genere. "Ansia, depressione e insonnia non sono conseguenze marginali del dolore cronico, ma componenti centrali della sua complessità clinica", spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda. "Nelle pazienti con dolore persistente - continua - fino al 60% presenta sintomi depressivi, oltre il 40% disturbi d’ansia e più della metà soffre di insonnia. È un circolo vizioso: il dolore alimenta il disagio psicologico e la mancanza di sonno ne amplifica l’intensità. In ottica di genere, le differenze sono evidenti: le donne hanno una prevalenza di dolore cronico quasi doppia rispetto agli uomini e mostrano maggiore vulnerabilità a depressione e disturbi del sonno, mentre negli uomini il disagio emotivo resta spesso sottodiagnosticato. Per questo è necessario un approccio integrato e sensibile alle differenze di genere, che consideri insieme salute mentale e terapia del dolore”. "Se guardiamo ai dati italiani e internazionali – precisa Claudio Mencacci, psichiatra e co-presidente Sinpf – vediamo che depressione e insonnia sono più frequenti nelle donne lungo tutto l’arco di vita. Quando ansia e disturbi del sonno si strutturano nel tempo, possono aumentare il rischio di sviluppare dolore persistente o peggiorarne l’andamento. La bidirezionalità tra dolore e disturbi dell’umore deve essere riconosciuta fin dalle prime fasi della valutazione clinica”. Una recente meta-analisi internazionale su oltre 370 studi ha stimato che circa il 40% delle persone con dolore cronico presenta sintomi di depressione o ansia, con percentuali ancora più elevate nei casi di fibromialgia. "Le meta-analisi indicano che fino al 40-50% delle persone con fibromialgia presenta sintomi clinicamente rilevanti di depressione o ansia", spiega Andrea Fagiolini, professore ordinario di psichiatria al Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Siena. "Questo - aggiunge - significa che la depressione non è soltanto una conseguenza del dolore cronico, ma in molti casi rappresenta un fattore di vulnerabilità biologica che abbassa la soglia del dolore e ne facilita la cronicizzazione". Studi epidemiologici mostrano che i disturbi del sonno sono presenti in circa la metà dei pazienti con dolore cronico, confermando il ruolo dell’insonnia come fattore rilevante nell’interazione tra dolore e condizioni psicologiche. "L’insonnia interessa fino a una persona su cinque – sottolinea Laura Palagini, psichiatra e responsabile dell’ambulatorio per il trattamento dei disturbi del sonno dell’Aou di Pisa – ed è un fattore di rischio indipendente per depressione e disturbi d’ansia. Studi prospettici mostrano che il sonno disturbato può precedere sia l’episodio depressivo sia l’esordio del dolore cronico. Nella fibromialgia l’alterazione del sonno contribuisce alla sensibilizzazione centrale: se non interveniamo sul sonno, la sensibilizzazione centrale si mantiene e il dolore diventa più resistente ai trattamenti". Dal punto di vista reumatologico, vi sono altri parametri da valutare. "La fibromialgia – aggiunge Laura Bazzichi, reumatologa all’Irccs ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano – riguarda circa il 2-3% della popolazione generale ed è diagnosticata prevalentemente nelle donne. Non è soltanto una sindrome dolorosa, ma una condizione complessa in cui dolore, sonno e disturbi emotivi condividono meccanismi neurobiologici comuni e si influenzano reciprocamente". Sul piano terapeutico, l’integrazione tra competenze diventa decisiva. “Dolore cronico e disturbi dell’umore condividono circuiti neurobiologici legati ai sistemi dello stress e ai processi con cui le cellule nervose comunicano fra loro. Se la comorbilità psichiatrica nella fibromialgia può coinvolgere fino al 50% delle persone, è evidente che l’approccio terapeutico deve essere integrato: farmacologico, psicoterapeutico e centrato anche sul ripristino del sonno", conclude Ferdinando Nicoletti, professore ordinario di Farmacologia, Università Sapienza di Roma.
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Benzina e Gasolio, scatta l’operazione trasparenza: ecco chi sta gonfiando i prezzi (e come verranno fermati)
(Adnkronos) - Il mercato energetico italiano entra in una fase di sorveglianza speciale a seguito delle recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha disposto il rafforzamento delle attività di monitoraggio lungo l'intera filiera dei carburanti, dalla produzione alla distribuzione finale, per prevenire fenomeni speculativi derivanti dall'incertezza internazionale. La Commissione di allerta rapida sui prezzi si riunirà con cadenza settimanale ogni venerdì, supportata da un piano operativo coordinato tra i ministri Urso e Giorgetti, che prevede l'intervento diretto della Guardia di Finanza nei casi di anomalie ingiustificate nei listini. Sotto il profilo tecnico, l'attenzione si sta spostando verso l'adozione di sistemi di monitoraggio più avanzati. L'attuale "operazione trasparenza" si avvale di strumenti di analisi dei dati che confrontano in tempo reale le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati con i prezzi praticati al distributore. Al 6 marzo 2026, i valori medi nazionali in modalità self si attestano a 1,76 €/l per la benzina e 1,91 €/l per il gasolio, segnando rincari rispettivamente di 9,2 e 18,9 centesimi rispetto alla fine di febbraio. Tali adeguamenti, seppur sensibili, sono monitorati per verificare la coerenza con l’effettiva disponibilità di prodotto raffinato sul mercato. L'integrazione di algoritmi di web scraping e piattaforme di business intelligence permette oggi al Garante per la sorveglianza dei prezzi (Mister Prezzi) di individuare scostamenti localizzati rispetto alle medie regionali e nazionali in tempi estremamente ridotti, migliorando la capacità di risposta delle autorità. Le autorità hanno confermato che la vigilanza non si limiterà alla rete dei distributori, dove al momento si registrano solo casi isolati di irregolarità, ma risalirà i passaggi a monte della filiera. Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha precisato: “Per questo abbiamo rafforzato il monitoraggio di Mister Prezzi su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per impedire che le tensioni in Medio Oriente diventino un pretesto per speculazioni o rincari ingiustificati, e predisposto con il ministro Giorgetti un immediato piano operativo di intervento della Guardia di Finanza”. L'obiettivo è prevenire che l'aumento dei costi dei raffinati, cresciuti di 26 centesimi per il gasolio nell'ultima settimana, si traduca in incrementi sproporzionati per l'utente finale attraverso una sorveglianza tecnologica costante. Oltre al comparto energetico, il monitoraggio è stato esteso ai prodotti agroalimentari per valutare l'impatto indiretto dell'inflazione energetica sui beni di consumo primari. Sebbene i dati attuali non mostrino ancora effetti generalizzati, la strategia governativa punta sulla prevenzione attraverso una "operazione trasparenza" che coinvolge tutti i soggetti della filiera. Come ribadito dal Ministro Urso: “Sulla rete dei distributori italiani non risultano diffusi fenomeni speculativi, al netto di una ventina di casi già segnalati da Mister Prezzi e ora all’esame dei militari delle Fiamme Gialle. L’attenzione si sta quindi ora concentrando sui passaggi a monte della filiera dei benzinai”. La continuità delle riunioni della Commissione servirà a calibrare gli interventi in base all'evoluzione dello scenario internazionale, tutelando il potere d'acquisto dei cittadini attraverso la costante analisi tecnico-scientifica dei mercati.
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Cybersecurity Italia 2026: record attacchi e carenza esperti
(Adnkronos) - Nel solo mese di gennaio 2026, sono stati registrati 225 eventi cyber, segnando una crescita del 42% rispetto ai 158 rilevati nel mese precedente. Parallelamente, le notifiche ricevute dal CSIRT Italia sono aumentate del 75%, un dato strettamente correlato all'entrata in vigore di nuove procedure di segnalazione obbligatoria. I settori manifatturiero, tecnologico e sanitario rimangono i bersagli principali, con vettori d'attacco che sfruttano prevalentemente il phishing, la compromissione delle credenziali e le vulnerabilità software note. In questo scenario di accresciuta esposizione, emerge un deficit strutturale di capitale umano. Secondo le rielaborazioni di Talents Venture su dati Eurostat, l'Italia registra una mancanza di 236.000 figure professionali nell'ambito ICT rispetto alla media degli occupati nel settore a livello europeo. La gestione della sicurezza non è più confinata alla sola sfera tecnica, ma richiede figure di governance capaci di connettere la strategia aziendale alla continuità operativa. Il ruolo del Chief Information Security Officer (CISO) assume una centralità inedita, rendendo indispensabile l'investimento in formazione certificata anche per le posizioni apicali non tecniche, al fine di sviluppare una capacità di valutazione del rischio e gestione della compliance integrata.
Antonio Capobianco, CEO di Fata Informatica, organismo di certificazione del personale accreditato da Accredia, ha analizzato la situazione evidenziando la necessità di percorsi strutturati: "I dati di gennaio confermano una tendenza che osserviamo da tempo: gli attacchi crescono in frequenza e sofisticazione, ma la vera emergenza resta la carenza di professionisti in grado di gestirli. Il CISO non è più una figura opzionale. Per questo abbiamo sviluppato un percorso di certificazione accreditato Accredia, conforme agli standard UNI, che certifica le competenze in ambito sicurezza con riconoscimento nazionale e internazionale." L'adeguamento normativo e l'integrazione di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale richiedono, infatti, competenze certificate capaci di garantire standard di protezione elevati e duraturi. Il consolidamento della resilienza organizzativa passa dunque attraverso la certificazione delle competenze secondo standard rigorosi, promossi sia da associazioni di settore che da organismi accreditati. Questi percorsi consentono di armonizzare la comunicazione tra le funzioni IT e i vertici aziendali, trasformando la cybersecurity da costo operativo a pilastro della governance strategica. In uno scenario di minaccia pervasivo e trasversale, la professionalità certificata si configura come lo strumento primario per mitigare l'impatto degli attacchi e assicurare la tenuta del sistema produttivo nazionale.
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