(Adnkronos) – Il futuro dell'intelligenza artificiale non dipenderà soltanto dalla crescente capacità dei modelli di elaborare informazioni e risolvere problemi complessi, ma anche dal controllo delle infrastrutture fisiche che ne consentono il funzionamento e dalle scelte politiche chiamate a orientarne lo sviluppo. Una questione che coinvolge energia, semiconduttori, data center e risorse computazionali, ma soprattutto il rapporto tra innovazione tecnologica, responsabilità umana e distribuzione del potere. Su questi temi si è concentrata la riflessione di Luciano Floridi, filosofo e tra i principali studiosi internazionali dell'etica dell'intelligenza artificiale, intervenuto l'8 ottobre a Roma, presso lo Spazio Field di Palazzo Brancaccio, in occasione di AI, HPC & Quantum – Facing the Technological Challenge. Today, l'evento organizzato da E4 Computer Engineering che ha riunito rappresentanti del mondo della ricerca, dell'industria e dell'innovazione per confrontarsi sulle prospettive dell'intelligenza artificiale, del supercalcolo e delle tecnologie quantistiche.
Floridi, professore alla Yale University e all'Università di Bologna, è stato protagonista del keynote conclusivo della manifestazione, dedicato alle implicazioni dell'intelligenza artificiale sulle relazioni umane, sulla percezione del tempo e sul valore delle nostre azioni. Una prospettiva che sposta l'attenzione dalle prestazioni delle macchine alle trasformazioni che queste tecnologie introducono nella società, interrogandosi su chi debba stabilirne gli obiettivi e assumersi la responsabilità delle loro conseguenze.
A margine dell'evento, Adnkronos Tech&Games ha raccolto le riflessioni di Luciano Floridi su quattro questioni centrali: il controllo delle infrastrutture computazionali, il ruolo della politica rispetto alle grandi aziende tecnologiche, la necessità di mantenere l'essere umano al comando dei processi decisionali e il rischio di una nuova disuguaglianza tra chi definisce l'ambiente digitale e chi può soltanto adattarvisi.
Siamo in un evento dedicato ad AI, supercalcolo e quantum, quindi alle infrastrutture che renderanno possibili sistemi sempre più potenti. Ma la questione fondamentale, oggi, è quanto diventerà intelligente l'intelligenza artificiale o chi controllerà la capacità di calcolo necessaria al suo sviluppo?
"Delle due domande, direi che la prima è già stata chiusa dai fatti: con i Large Language Models (LLM) la capacità di risolvere un problema è stata separata dalla necessità di essere intelligenti per farlo, ed è ciò che chiamo "agere sine intelligere", agire senza capire. Un sistema che non comprende nulla produce risultati anche straordinari e spesso utilissimi. I prossimi saranno ancora migliori, mentre la comprensione resta fuori dal quadro.
La domanda aperta riguarda ciò che rende possibili questi sistemi, e cioè qualcosa di interamente analogico: si pensi all'elettricità, ai chip, all'acqua per il raffreddamento, ai terreni per i data center, ai cavi sottomarini o alle terre rare. È una tesi che sostengo da anni e che un evento sul supercalcolo e sul quantum mostra meglio di mille dibattiti inutili sulla coscienza delle macchine, poiché mette in scena l’infrastruttura invece dell’interfaccia: chi controlla l’analogico controlla il digitale. Il supercalcolo e il calcolo quantistico non aggiungono intelligenza, ma ridisegnano il divario tra chi può permettersi questi servizi, per lavorare su molecole, materiali, scenari climatici o strategie economiche, finanziarie e militari prima che il mondo li metta alla prova, e chi non può. Temo di fare un po’ il grillo parlante, ma ripeto che il futuro appartiene anche a chi può simularlo prima e meglio degli altri.
Quindi la questione politica non è quanto saranno potenti i sistemi, bensì di chi sarà la loro potenza e chi la controllerà, a quale prezzo o a quali condizioni verrà ceduta e sotto quale giurisdizione sarà collocata. Quando l’Europa finanzia infrastrutture pubbliche come Leonardo a Bologna, fa una scelta giusta, che non si dovrebbe trattare come una parentesi perché un’infrastruttura stabilisce chi può fare che cosa: è una decisione soprattutto politica, e non meramente tecnica."
Luciano Floridi, John K. Castle Professor in the Practice of Cognitive Science e founding director del Digital Ethics Center presso l'Università di Yale e Professore di Sociologia della Cultura e della Comunicazione all'Università di Bologna
Lei afferma che la domanda corretta non è «dove ci porterà l’intelligenza artificiale?», ma «dove vogliamo andare con l’intelligenza artificiale?». Oggi chi sta realmente decidendo la destinazione: governi, cittadini o le aziende che possiedono modelli, dati e infrastrutture?
"Direi che decidono soprattutto le aziende, non per complotto, ma perché colmano un vuoto lasciato aperto dalla politica. Se si parla con queste aziende, sul piano operativo gli obiettivi sono spesso molto chiari, trimestre per trimestre, mentre sul piano socio-culturale, quando si passa alla destinazione dell’impresa, prevale un misto di entusiasmo fantascientifico e di vaghezza programmatica, riassunto da slogan come «costruiamo un’intelligenza artificiale per l’umanità», che non indicano alcuna direzione perché non ne contengono alcuna.
I governi arrivano dopo ma regolano l’uso più che la direzione. Così l’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e il primo tentativo serio al mondo (ho fatto parte del gruppo di esperti che ne ha preparato il quadro etico), dice che cosa non si deve fare, ma non dove si vuole arrivare. I cittadini, intanto, vengono consultati come consumatori, cioè messi davanti a un’interfaccia che chiede di accettare o rifiutare un servizio. Eppure, nessuna tecnologia importante è mai stata regolata e governata da chi la produceva: l’elettricità, il nucleare, gli antibiotici o i vaccini sono stati disciplinati dalla politica e dal diritto, non dall’ingegneria che li aveva resi possibili.
Quindi ciò che manca non è tanto una regola in più ma soprattutto quello che chiamo un progetto umano per il ventunesimo secolo: stabilire che cosa vogliamo di meno (ad esempio sofferenza, fatica, impatto ambientale, ignoranza) e che cosa vogliamo di più (ad esempio salute, tempo, cura, istruzione, giustizia sociale, lavoro dignitoso), e poi finanziare e legiferare di conseguenza. La destinazione viene decisa soprattutto da chi firma gli assegni e da chi scrive le leggi. In Europa dovremmo smettere di considerarci soltanto utenti."
Lei distingue spesso tra intelligenza e capacità di agire: questi sistemi possono produrre effetti senza comprendere ciò che fanno. Se deleghiamo loro sempre più decisioni, dove deve rimanere necessariamente l’intelligenza umana?
"Sembra una sottigliezza da filosofi, e invece è spesso la distinzione da cui dipende la strategia: se credo che il sistema ragioni, gli posso anche affidare una decisione, mentre se so che è un motore statistico, magari gli affido un compito, ma il controllo e il giudizio restano sempre a me.
L’intelligenza umana sta anche nella formulazione del problema o del compito, perché una domanda mal posta o un processo impostato male genera risposte e azioni inutili o persino dannose. Sta anche nei criteri, cioè nel capire e decidere che cosa conta come risultato buono, che cosa viene trattato come errore e chi lo paga, visto che questi valori non vengono scelti da un’ottimizzazione ma ereditati da chi l’ha impostata. E sta anche nell’eccezione e nella revoca, dal momento che un sistema di selezione del personale o di triage ospedaliero funziona bene in media sui casi ma rischia di fallire proprio sul caso singolo, in cui la decisione pesa di più. Queste sono solo esemplificazioni. Per ragioni come queste la formula che uso è human in command e non human in the loop: chi sta nel circuito valida ciò che gli viene proposto, e dopo mille conferme validerà anche la millesima, cliccando senza guardare, mentre chi è al comando stabilisce i fini, valuta l’output, risponde dell’esito, e sa che alla domanda «perché l’hai fatto?» un sistema statistico non ha nessuno da mettere al posto del soggetto. L’esecuzione si può anche delegare, la responsabilità mai."
Se l’AI sta diventando parte dell’ambiente nel quale lavoriamo, comunichiamo e prendiamo decisioni, quale sarà la nuova disuguaglianza fondamentale: tra chi ha accesso all’AI e chi no, oppure tra chi può controllarla e chi può soltanto subirne gli effetti?
"La seconda, perché la prima sta diventando un falso problema: con il tempo l’accesso si democratizza da sé, visto che i modelli costano sempre meno e alcuni ormai girano sul cellulare, e finirà come con l’elettricità, diventata ambientale ed economica. Ma mentre l’accesso si diffonde, il controllo si concentra, il che è molto pericoloso sul piano democratico.
E il controllo ha tre strati, nessuno dei quali coincide con l’accesso: quello materiale, fatto di data center, schede, energia, cavi e altre infrastrutture fisiche, che separa chi ospita l’infrastruttura da chi si limita ad affittarla; quello della competenza, dove comprare un abbonamento non significa usare l’intelligenza artificiale, tanto che chi la applica a un processo già zoppicante non fa che accelerare i propri errori; e quello politico-giuridico, che riguarda chi può chiedere conto di una decisione automatica, chi può rifiutarla e chi può andarsene altrove, sapendo a quale costo.
Alla lavastoviglie non abbiamo insegnato a lavare i piatti come li laviamo noi: abbiamo cambiato i piatti, i detersivi e la cucina intorno alla lavastoviglie, e con l’intelligenza artificiale accade lo stesso su scala sociale, dato che l’ambiente viene adattato ai sistemi assai più di quanto i sistemi vengano adattati a noi. La domanda politica è allora: chi disegna l’ambiente? Perché la linea fra ceti egemoni e ceti subalterni non passa più fra chi possiede gli strumenti e chi non li possiede, bensì fra chi definisce l’ambiente e chi si limita ad abitarlo. Alla fine la disuguaglianza che conta non si misura in accessi ma in alternative."
—tecnologiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)


















