Daniela Dotti, Cose che mi dicono:

“”Parto motivata, ma poi finisco per mandare tutto all’aria” (senza accorgermene)”

È una frase che mi sento “confessare” spesso, quasi con vergogna:
“Daniela, io mi impegno… ma poi finisco per mandare tuto all’aria” (senza accorgermene)

Quando una cliente me lo dice, di solito non sta parlando di pigrizia. Sta descrivendo un meccanismo molto umano: fare una cosa giusta in un’area della vita e poi compensare (o crollare) in un’altra, senza rendersene conto. In pratica: allenamento fatto bene, e poi una settimana governata da stress, scelte automatiche, sonno scarso e pensieri estremi.

Le dinamiche si assomigliano sempre, anche in donne diverse:

Il “tutto o niente”: se non riesco a fare tutto perfettamente, allora tanto vale mollare. È un bias cognitivo comune. Il cervello preferisce categorie nette, perché riducono fatica mentale. Ma nel fitness questo pensiero crea cicli: entusiasmo → rigidità → inevitabile scivolone → senso di colpa → stop.

La compensazione emotiva: molte mi dicono “dopo una giornata pesante mi merito qualcosa”. Non è debolezza: è neurobiologia. Lo stress aumenta la ricerca di ricompensa immediata e abbassa la capacità di pianificare. Non perché manchi intelligenza, ma perché il cervello sotto pressione privilegia il sollievo.

Il paradosso della restrizione: “Ho mangiato troppo ieri, oggi salto/limito”. Questa altalena non è solo un problema “di dieta”: altera fame, sazietà e decisioni successive. In molte donne crea un rumore di fondo continuo: pensieri sul cibo, controllo, poi perdita di controllo.

La frizione invisibile: sonno basso, stress alto, troppe decisioni quotidiane. La scienza comportamentale lo chiama “carico cognitivo”: quando la mente è satura, le scelte diventano automatiche e meno coerenti con gli obiettivi. Non perché “non vuoi”, ma perché la tua energia decisionale è finita.

L’ossessione della prova immediata: bilancia, specchio, confronto. Se non vedo subito un segnale, mi scoraggio. E se mi scoraggio, smetto. Il problema non è desiderare risultati: è aspettarsi che il corpo risponda in tempi emotivamente comodi.

E qui arriva la parte più delicata, che dico sempre con rispetto ma anche con chiarezza:
questo “sabotaggio” è normale quando non hai un riferimento, un metodo e qualcuno che ti aiuti a leggere i segnali senza drammatizzarli. Ma è anche vero che, senza una scelta reale di fare ciò che serve per stare meglio (non ciò che è più comodo), il cambiamento resta un’idea, non un processo.

Quello che vedo, dietro la confessione “mi saboto”, è quasi sempre questo: non una donna incapace. Una donna stanca, confusa, piena di aspettative, che prova a cambiare senza una struttura e senza un patto vero con se stessa.

Non siete il vostro fallimento temporaneo.
Siete donne in evoluzione.
E l’evoluzione non è lineare. È umana.