(Adnkronos) –
I fatti di Modena e la storia di Salim El Koudri – 'sfuggito' alla rete dei servizi assistenziali dopo aver intrapreso un percorso terapeutico per una diagnosi di disturbo schizoide della personalità, e scomparso dai radar del sistema fino a quando sabato 16 maggio si è lanciato con l'auto sulla folla di una via nel cuore della città emiliana – ha riacceso i riflettori sul disagio mentale in crescita e sul fenomeno dei pazienti che abbandonano le cure, che si perdono finché non arrivano a riempire una pagina di cronaca nera. "Un problema di cui i servizi di salute mentale sono molto consapevoli" e in generale "attrezzati ad affrontare", spiega all'Adnkronos Salute Antonio Vita, co-presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), a margine di 'Parola alla medicina', format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner. Il caso Modena "ovviamente colpisce" e "giustamente deve anche accendere l'attenzione sulla 'salute' dei servizi di salute mentale". Un network che in Italia è "capillare", che ha un valore riconosciuto "nel Paese a anche all'estero", ma che "va potenziato", sottolinea lo specialista, direttore del Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze dell'Asst Spedali Civili di Brescia e ordinario di Psichiatria all'università cittadina. Senza entrare nel merito della storia clinica del 31enne bergamasco, italiano di seconda generazione, del quale "non conosciamo direttamente gli antecedenti né gli eventuali eventi di vita che possono aver inciso sui suoi comportamenti", Vita è convinto che "l'attenzione alla salute mentale deve esserci, deve essere grande, e non solo in questi momenti: dovrebbe esserci sempre – precisa – perché la salute mentale è un bene comune e quindi poter potenziare le attività dei servizi di salute mentale è un interesse realmente comune". Strutture che "nel nostro Paese hanno una buona diffusione, devo dire abbastanza capillare", costrette però a fare i conti con "bisogni di salute mentale ancora maggiori rispetto alle risposte che possono essere date. E questo è un gap che noi siamo tenuti e siamo impegnati a colmare", assicura l'esperto.
Ci sono vuoti da riempire? "Ci sono le carenze di tutti i servizi che affrontano anche delle situazioni emergenziali – risponde il co-presidente Sip – Sappiamo quanto i disturbi mentali, non solo le forme più gravi ma anche quelli comuni come ansia e depressione, hanno aumentato la loro incidenza in quest'ultimo periodo per molteplici ragioni, e quindi il sistema di risposta deve essere altrettanto capace e va potenziato. Abbiamo diversi percorsi di cura, da quelli più semplici di consulenza alla medicina generale a quelli di gestione del singolo episodio, per esempio di ansia o depressione. Ma abbiamo anche dei percorsi di presa in carico sulle patologie più complesse e più gravi, che necessitano di una continuità di cura".
C'è un numero, o una stima, su quanti sono i pazienti che iniziano un cammino terapeutico e non lo concludono? "E' un dato non facile da dedurre – evidenzia Vita – I numeri ci sono e arrivano anche dal report più recente (riferito al 2024) sul sistema salute mentale, che ci dice che c'è una notevole differenza tra i pazienti in carico e quelli che annualmente prendono contatto con i servizi. Questo ci fa pensare a un dato abbastanza alto di pazienti che poi non continuano il percorso di assistenza, però in questo numero c'è la gran parte delle cosiddette dimissioni condivise, per episodi che si sono chiusi", puntualizza lo psichiatra. "Una parte minoritaria sono invece situazioni relative in qualche modo alle dimissioni non concordate e che poi non portano, come dovrebbe essere, a una rapida ripresa della continuità di cura". Il messaggio è che il 'sistema sentinella' esiste ed è diffuso, ma va rafforzato anche per intercettare e riavvicinare chi a volte si allontana.
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